Salvatore Verde – Tursitani.it – News https://www.tursitani.it Sat, 24 Oct 2020 05:52:57 +0000 it-IT hourly 1 Don Gio: Andrea Brancalasso (1669-1725), arciprete della cattedrale dell’Annunziata di Tursi (dal 9 agosto 1699 alla morte) https://www.tursitani.it/don-gio-andrea-brancalasso-1669-1725-arciprete-della-cattedrale-dellannunziata-di-tursi-dal-9-agosto-1699-alla-morte/ https://www.tursitani.it/don-gio-andrea-brancalasso-1669-1725-arciprete-della-cattedrale-dellannunziata-di-tursi-dal-9-agosto-1699-alla-morte/#respond Thu, 22 Oct 2020 12:14:39 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4416 Si cercherebbe invano nella pubblicistica locale e tramite internet qualche notizia sia pure vaga su un grande arciprete della cattedrale dell’Annunziata di Tursi, sepolto dalla polvere accumulata dal tempo, come è capitato a tanti altri grandi tursitani del passato recente e lontano, nella storia contemporanea e moderna. Il testo che segue scaturisce da documenti inediti […]

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Particolare dello stemma generale della famiglia Brancalasso (XVI sec.)

Si cercherebbe invano nella pubblicistica locale e tramite internet qualche notizia sia pure vaga su un grande arciprete della cattedrale dell’Annunziata di Tursi, sepolto dalla polvere accumulata dal tempo, come è capitato a tanti altri grandi tursitani del passato recente e lontano, nella storia contemporanea e moderna. Il testo che segue scaturisce da documenti inediti e inoppugnabili, che pubblichiamo con la genuina convinzione che noi siamo, in certo modo, anche tutto il nostro passato.

Don Gio: Andrea Brancalassi (Tursi, 29 gennaio 1669 – 23/27 settembre 1725 “nel libro dei morti”), “Dottore e Signore, Arciprete della chiesa Cattedrale, grande eroe della famiglia e carico di tutti gli onori”, è quello che più ha innalzato il rango della famiglia Brancalasso non soltanto in ambito ecclesiastico, con riconoscimenti e ricchezze. Nella Chiesa locale e diocesana si elevò nella gerarchia fino a raggiungere il massimo, dunque appena dopo il vescovo, anzi i tre vescovi del suo tempo, i quali gli riconobbero tutti qualità, bontà e valore indiscussi, riconfermandogli sempre fiducia e incarichi. Figlio del nobile avvocato Camillo Brancalasso e di Ippolita Bitonte, donna e madre morta con un alone di santità, Gio: Andrea fu  battezzato da don Paolino Federicis, tenuto a battesimo “nel santo fonte” dal Matteo Panevino e Geronima Giordano (foglio 390 nel libro dei Battezzati). Come il fratello maggiore Ponponio, andò a scuola nella terra della Nocara, per essere educato dagli zii don Carlo e Francesco Bitonte; con evidenti progressi quotidiani, cresceva e maturava giudizio e prudenza. Ritornato a Tursi, intraprese gli studi logici e teologici nel convento di San Francesco dei Minori osservanti, assieme agli studi legali; quindi andò a Napoli dove restò alcuni anni, per studiare il diritto e altre scienze, prima di trasferirsi a Roma, per specializzarsi e avere riconosciuti dei privilegi; quindi il definitivo ritorno nella città natale, dove s’industriò con la Chiesa, aderendo alla milizia ecclesiastica e fu subito annoverato nel canonicato della Collegiata Insigne della Rabbatana e poi della Cattedrale (nella parte del documento, che riguarda l’arciprete, si indica sempre Chiesa Cattedrale, mai citata con il nome dell’Annunziata o dell’Annunciazione, nda)

Intraprese precocemente il suo percorso e lo proseguì sempre con il vescovo della diocesi di Anglona e Tursi. Quando era undicenne Gio: Andrea Brancalasso “fu iniziato nella prima tessitura nella terra della Episcopia alli 27 di Giugno 1680 dal Vescovo Don Matteo Cosentini, il suddiaconato nell’anno 1692… e il Diaconato nell’anno 1693”. Mons  Matteo Cosentino, dei marchesi di Aieta di Cosenza, fu vescovo della diocesi di Anglona e Tursi, dal 3 ottobre 1667 alla sua morte, avvenuta l’8 aprile 1702; convocò due sinodi ed ampliò l’episcopio in Tursi; le sue ossa riposavano nella Cattedrale dell’Annunziata di Tursi, poi distrutte nell’incendio dell’8 e 10 novembre 1988. La vocazione al sacerdozio fu sacramentata dal Vescovo di Tricarico, mons. Francesco Antonio Leopardi, con la dispensa dell’età del 6 Maggio 1693 (la bolla si conservava nell’archivio di famiglia). Da Napoli andò a Roma, dove “si privilegiò (acquisì il titolo, nda) sotto il Pontificato di Innocenzo XII nell’anno 1695 come dal suo Privilegio, che si conserva”. Fece poi ritorno a Tursi e qui fu conclamato ed eletto Canonico dal Capitolo della chiesa collegiata, confermato dalla Santa Sede apostolica, con bolla del 15 gennaio 1698 del Pontificato di Innocenzo  XII. Considerazione, titoli e onori, in ambito laico-civile e nella chiesa, crescevano sempre più con la sua persona, per “la buona stima, fama e dottrina”, tanto che dopo solo quattro mesi fu insignito del Canonicato della cattedrale dell’Annunziata, lasciando di fatto quello della Collegiata il 9 agosto 1699 (in pari data la bolla, dallo stesso Pontefice Innocenzo XII). In tale veste, don Gio: Andrea Brancalasso fu anche confessore di mons. Cosentini, dal 5 aprile 1699, negli ultimi tre anni di vita del vescovo.

La sua azione si affermò “con tutto zelo ed acclamazione presso la sua Cattedrale, dando sempre a tutti buon’esperienza  delli suoi ottimi costumi e del suo buon talento”. Subito dopo la morte dell’arciprete don Antonello Picolla (10 settembre  1707) e a seguito di un precedente concorso partecipato da “tanti e tanti altri”, ottenne la vacante Arcipretura, “seconda dignità a cui è annessa la cura dell’anime, preferito per li meriti e della nascita e della dottrina, e dell’onori che lo adornavano”, (bolla dell’Arcipretura del 12 settembre 1709, conferita dall’Ill.mo Vescovo Don Domenico Sabbatini di felicissima, ed immortale memoria per l’eccessivi beneficij fatti alla Cattedrale e alla Città, ed in ogni altra parte, standovi  perpetue le sue memorabili gesta”). E così l’arciprete Gio: Andrea Brancalasso, “con singolar fatigha continuava la sua cura e benemerito, e dal Capitolo, e da Filiari”, tanto che, il 15 novembre 1711,  l’illustrissimo mons. Sabbatini lo patentò del Provicariato generale della città, incarico che esercitò pienamente in tutto il vescovado e che mantenne per nove anni circa, fino a quando il vescovo “passò”. Mons.  Domenico Sabbatini o Sabatino/i, calabrese di Strongoli (attualmente in provincia di Crotone), restaurò la  cattedrale (o  le due cattedrali?), che arricchì di argenti preziosissimi e migliorò il seminario a proprie spese. Il vescovo restò nella vasta diocesi calabro-lucana di Anglona e Tursi, dal 20 novembre 1702 alla morte, il 19 settembre 1720.

La mirabile ascesa di don Gio: Andrea continuò ulteriormente, perché fu perpetuo Deputato del Seminario e Governatore del convento monacale delle nobili/nubili donzelle, occupandosi di tutte le incombenze rimarchevoli. L’alta stima fu confermata dal nuovo vescovo, mons. Ettore del Quarto o Quarti, patrizio milanese di Belgioioso, comune a sud-est di Pavia, il quale fu prelato degnissimo della diocesi di Anglona e Tursi (allora molto estesa anche in Calabria),  dal 28 novembre 1721 al 17 novembre 1734, prima di essere traslato a Vescovo di Caserta;  il monsignore tenne un Sinodo (l’ultimo fino al 1851?), fece costruire l’altare maggiore ed ingrandì la sagrestia della cattedrale dell’Annunziata, inoltre fu da Roma mandato come Legato Pontificio per restaurare la disciplina nell’antico monastero cistercense italiano di Santa Maria del Sagittario  (edificato nel XII secolo), nel territorio del comune di Chiaromonte, in provincia di Potenza. Mons. Quarto ricolmò  don Gio: Andrea di “quelli onori (che) poteva conferirgli il detto Ill.mo”; appena arrivato (nell’anno 1721) lo fece Convisitatore e poi Provicario Generale e, dunque, “tutte le limosine passavano per le sue mani”. Il vescovo trattava il benemerito arciprete come “più confidente amico, e consiglier del suo presulato”, per tali ragioni conferì  al nipote suddiacono Filippo Brancalasso il canonicato “vacato del canonico Giuseppe Layni”. “Fu carico di tutti l’onori  e preminenze della Gerarchia alta della città, così pure si portò con tutto interesse al Bene pubblico in occasione di qualche urgenza o benefizio nella Città in improntar il proprio assenso per sollievo dei poveri, ed altre maniere. Questo Gran Eroe della casa, a cui la famiglia rappresentante e tutti li successori li han tutta la obbligazione, nell’anno 1725 a 23 settembre sorpreso da febbre acuta e munito di tutti i sagramenti d’età cinquanta cinque in circa (in realtà erano 56 anni, nda) passò da questa all’altra vita”. Una settimana prima, il 16 settembre 1725, aveva fatto il suo ultimo testamento, stipulato dal notaio Pietro Nocito di Tursi. 

Don Gio: Anndrea era fratello “uxorisque congiunto” di Don Pomponio Brancalassi e zio degli storici della famiglia Brancalasso. Proprio dal matrimonio dell’8 gennaio 1693, tra Pomponio Brancalasso e Geronima Manzi (? – 27 luglio 1738, morta a 66 anni), figlia di Francesco Manzi e Fulvia Magno, scaturisce l’albero genealogico, che annovera pure gli attuali ultimi discendenti dei Brancalasso tursitani e di Ancona; ma da tale unione nasce anche la fonte della narrazione interna della storia familiare, alla quale ho fatto ampiamente riferimento. Dai nove figli della coppia, infatti, ovvero Teresa, Agnese, Tommaso, Camillo, Teresa, Filippo, Carlo, Francesco, Niccolò, quattro si dedicarono alla stesura di untesto che contiene notizie fondamentali e imprescindibili della famiglia. I fratelli poi diventati dottori, Don Tommaso e i canonici Don Filippo (di fatto unico esecutore del testamento dello zio don Gio: Andrea), Don Carlo e don Niccolò, saranno gli autori del dettagliato manoscritto dal titolo emblematico Fedel memoria degli Uomini Illustri, Parenti, Stabili, Urbani e Rurali, Jus, Doti, Ragioni, Servitù, Prelazioni, Cappellanie, Benefici e sue Rendite, Notizie antiche appartenenti alla gentilizia famiglia BRANCALASSO, che ora si rappresenta dalli fratelli, Dottor Don Tommaso, Dottori Canonici della Cattedrale: Don Filippo, Abate Don Carlo e Don Nicolò Brancalasso, registrata nel 1744 (da loro stessi in seguito aggiornato al 1797). Il mirabile lavoro pluriennale di interpretazione e trascrizione del documento è stato svolto dall’esperta studiosa Ambra Piccirillo, che detiene il documento con il coniuge Ciriaco Sciarrillo Brancalassi, ai quali va la generalizzata gratitudine.

 Salvatore Verde  © 

Testamento di don Gio: Andrea Brancalassi, arciprete della Cattedrale di Tursi

Questo il testo integrale del testamento, trascritto da Ambra Piccirillo Brancalassi, dalla copia dell’originale, conservata nell’archivio della famiglia Brancalasso: << Eodem die decimo sexto mensis 7bris quarti Inditionis millesimo septemgentesimo vigesimo quinto in civitate Tursii: a preghiere fatteci per parte del Don Sig. Gio: Andrea Brancalassi Arciprete personalmente ci siamo conferiti in una sua casa palaziata sita in strada della piazza e proprio nella camera dove era il medesimo l’abbiamo rattrovato giacente in letto, ed ave asserito in presenza nostra del seguente modo e cioè:

Io Don Gio: Andrea Brancalassi Arciprete della chiesa Cattedrale di questa città di Tursi, quantunque infermo di corpo, sano la Dio mercé, nonché di mente ed intelletto, considerando lo stato dell’umana natura  esser fragile, e caduco e che cosa niuna più certa ci sia della morte, ed incerta dell’ora sua, poiché niuno che fosse ne fu franco, ho disposto perciò fare il mio ultimo nuncupativo testamento, il quale voglio che vaglia per ragion di testamento nuncupativo, e se per tal ragion non valesse, voglio, che vaglia per ragion di codicillo donazione causa mortis, e per ogni altra miglior via cassando con ciò, irritando, ed annullando ogni, e qualunque testamento fin’ adesso fatto idem ad pias causas, et signanter quello fatto l’anno addietro, e per mano del notaio Lionardo Antonio Mellis di Tursi, ma voglio che chiunque mi succeda tanto in vigore del presente testamento quanto ab intestato osservi il presente testamento, dimodochè da questo non possa dedursi cos’ alcuna per ragion di falcidia, trebballanica ,ed alcun sussidio   delli beni anche dovuto per ragion di natura.

Primieramente come fedel Cristiano nato in grembo della Santa Madre Chiesa Cattolica raccomando l’anima mia all’Onnipotente Iddio, Ss.ma Trinità, e Giesù Christo suo figliolo, Maria sempre vergine, San Gio: Sant’Andrea Apostoli dei quali indegnamente  il nome porto, ed a tutti li santi, e Sante della militia Celeste, che purgata sarà dai miei grandi peccati nel Purgatorio vogliono preghare Iddio Benedetto, che per la sua infinita misericordia si degni collocarla nella Santa Gloria del Paradiso per dove è stata creata. Amen. Voglio primieramente: che il mio corpo fatto cadavere sia seppellito nelle fossa della mia famiglia nella Chiesa cattedrale: con quelle pompe, ed onori del funerale, che convengo allo mio stato e condizione.

Istituisco, ordino, e fò Io predetto Arciprete Don Gio: Andrea testatore a me miei Eredi, universali, e particolari in tutti li miei beni, mobili, stabili, oro, argento, raccoglienze, e nomi di debitori ed in ogni e qualunque cosa si novera nella detta mia Eredità Popa Bitonte, mia amatissima madre, il Don Tomaso, Don Canonico Filippo, Canonici Don Carlo e Francesco e Nicolò Brancalassi miei dilettissimi nepoti nati in costanza di matrimonio tra la Signora Geronima Manzi ed il Don Pomponio Brancalassi, mio fratto germano pro quali parte, et portione tanto in usufrutto quanto in proprietà, e fedecommesso di non poter vendere né alienare o altrimenti distrarre di bene, ma voglio che si conservino in Famiglia di Brancalasso del medesimo Don Pomponio mio fratto, e colla successione ad invicem di essi fratti, morendo alcuno di loro senza figli degni e naturali ex corpore nella presente successione primieramente:

chiamo il Don Tomaso suoi figli, e descendenti usque ad infinitum.

Item voglio, che in tutti li miei beni si troveranno in detta mia eredità prima d’ogni altro vi habbia l’Ippoteca speciale la Signora Antonia Giordano futura moglie del Don Tomaso mio nepote: in quella conformità mi obbligai nelli Capitoli matrimoniali,  atteso così è la mia volontà.

Item, jure legati pro una via al Dottore canonico Don Filippo mio nipote col peso di celebrare tre messe in ogn’ anno nell’altare di San Gregorio eretto nella Chiesa Cattedrale, e doppo la messa del Don canonico Filippo mio nipote, che sia doppo lunghi e felici anni si debbano dare in compra di annue entrate col peso di celebrare una messa cantata in detta Cappella nel mio anniversario del Capitolo, e Clero di detta Chiesa Cattedrale: così è la mia volontà.

Item, jure legati pro una via tom. cento di grano di celebrarsene messe dal  detto Capitolo, e Clero sacerdoti partecipanti e non partecipanti di detta Chiesa Cattedrale,a ragion di un carlino l’una per l’anima di me predetta testatora, atteso così è la mia volontà.

Item voglio, che ante partem et portionem si debba dare la spesa del Dottorato necessito ed altro alli Dottori Canonici Carlo Francesco e Nicolò, miei nipoti atteso ecc.

Item, chi prima di detti Canonici Carlo Francesco e Nicolò si farà sacerdote possa godere dell’abitazione del quarto nuovo ultimamente fatto, quia sic ….

Item, voglio che di tutto quanto mi va dovendo D. Luca Pittoso, li miei eredi non possano dommandare più della metà, atteso l’altra s’intenda lasciata a detto D. Luca per mia gratitudine: è così è mia volontà.

Item jure legati pro una via tre vacche, cioè due a Caterina, mia nipote, figlia di Don Pomponio, e l’altra ad Elionora altra mia nipote figlia del Don Francesco Antonio: mio fratto consanguineo atteso è mia volontà.

Item jure legati lascio, e lego a detta Caterina mia nipote un vestito di sajetta di Milano col suo giuppone e sei palmi di drappo ultimamente venuto da Napoli atteso così è mia volontà.

Item jure legati alla signora Geronima Manzi mia cognata carlini quindici il mese da darseli da detti miei Eredi sua vita durante tanti, e non altrimenti.

Item voglio, che premorendo detti miei Eredi, come sopra chiamati, ad esso Don Tomaso mio nipote senza figli degni e naturali,  mascoli, e femine ex proprio corpore provenienti in quello, che vi sarà in detta mia eredità o che vi resterà debbiano succedere dette Caterina ed Elionora legatarie loro figli e descendenti.

Item voglio, che tutti li miei eredi debbiano stare tra loro communi, ed indivisi, e volendo ciascheduno di essi vivere separato debba avere ducati duecento meno della sua portione atteso.

E per ultimo lascio esegutore del presente testamento li Dottori Don Tomaso, e Canonico Filippo miei nipoti, che possano aggiungere, levare, e moderare il presente testamento secondo la loro coscienza.

Delle quali cose come sopra testate, e disposte esso Dottor Don Gio: Andrea Arciprete, ci ha richiesto, che ne dovessimo fare publico atto ci ha richiesto, nos audivimus, adscrivimus signa nostra.

Sedici anni dopo, esattamente il 6 dicembre 1741, il canonico don Filippo Brancalassi, esecutore testamentario, decide legittimamente alcuni cambiamenti, rispetto alle volontà dichiarate dallo zio arciprete al notaio Pietro Nocito: <<Io Dottor  Canonico Don Filippo Brancalassi in vigore della facoltà, ed autorità concessami dal Don Gio: Andrea Brancalasso testatore di poter aggiungere, levare,  e moderare qualunque cosa scritta nel predetto testamento, ora per più motivi che degnamente muovono la mia coscienza, levo, casso, e tolgo, quella successione che potrebbe aspettare alla Signora Elionora Brancalassi, suoi figli, e descendenti in difetto dei figli maschi, e femine del Don Tomaso Brancalasso mio fratto, se pure come ho detto li potesse spettare, mentre per la famiglia rappresentente vi son’ altre e maggiori ragioni per non aver avuto luogho la detta disposizione, e se ne possa avere in futuro, ma ora così è la mia volontà, che citra pregiudicio d’altre ragioni, che spettano, levo, casso e tolgo la detta successione, o sostituzione alla detta Signora Elionora, suoi figli e descendenti, usque ad infinita; oggi dato in Tursi li sei di dicembre 1741 dico mille settecento quarantuno. Io Don Canonico Filippo Brancalasso dichiaro come sopra. Ducati trenta di Capitale lasciati dal predetto Arciprete Don Gio: Andrea Brancalasso alla Chiesa Cattedrale come dal suo retroscritto testamento per l’anniversario in ogni 23 di 7bre si devono dare dopo la morte del Canonico Don Filippo Brancalasso, e stà notato nel librone della Cattedrale.  Ducati venti di Capitale lasciati e istromentati in vita dalla Signora Geronima Manzi alla Chiesa Madria della Terra di Montalbano sua Padria per l’annuo suo Anniversario in ogni 27 di luglio in perpetuo, e già con tutta puntualità si celebra nello stabilito giorno, e altresì sta notato a librone, ed a Tabella, e la messa cantata si celebra nella Cappella del Paradiso fondata da suo zio Ill.mo Don Antonio Manzi Vescovo di Nicotera.>> (s.v.)  

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La tragica morte di Luigi Gallo, 32 anni, con la moto, in località Frascarossa di Tursi, domenica sera (18 ottobre). Martedì, alle 15,30 in piazza, rito funebre presieduto da mons. Orofino https://www.tursitani.it/la-tragica-morte-di-luigi-gallo-32-anni-con-la-moto-in-localita-frascarossa-di-tursi-domenica-sera-18-ottobre/ https://www.tursitani.it/la-tragica-morte-di-luigi-gallo-32-anni-con-la-moto-in-localita-frascarossa-di-tursi-domenica-sera-18-ottobre/#respond Mon, 19 Oct 2020 13:21:15 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4399 TURSI – La tragica morte di Luigi Gallo, un ragazzo perbene che avrebbe compiuto 33 anni a dicembre, ha lacerato nel profondo l’anima collettiva tursitana. Nella serata di domenica (18 ottobre), intorno alle ore 20, il giovane era sulla sua moto quando improvvisamente si è verificato il fatale incidente, finendo nel terreno sottostante il tratto […]

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Luigi Gallo (Foto profilo FB)

TURSI – La tragica morte di Luigi Gallo, un ragazzo perbene che avrebbe compiuto 33 anni a dicembre, ha lacerato nel profondo l’anima collettiva tursitana. Nella serata di domenica (18 ottobre), intorno alle ore 20, il giovane era sulla sua moto quando improvvisamente si è verificato il fatale incidente, finendo nel terreno sottostante il tratto stradale provinciale, che collega Tursi alla Val d’Agri, in località Frascarossa. Il fratello maggiore lo precedeva sull’altra moto, ma arrivato a casa si è accorto dell’assenza di Luigi e, ritornato indietro con amici, ha scoperto poi l’accaduto (praticamene poco prima della casa cantoniera, a sei Km dall’abitato). L’allarme è scattato subito, con l’intervento sia dei sanitari del 118, i quali hanno constatato la morte sul colpo, forse per un trauma cervicale, sia dei carabinieri della stazione di Tursi, per i doverosi rilievi (nessun segno sull’asfalto).

Il corpo dello sfortunato motociclista tursitano è stato trasportato nell’obitorio del cimitero comunale, in attesa delle  autorizzazioni del magistrato del Tribunale di Matera. Arrivate all’alba, tra lo strazio dei genitori, dei familiari e degli amici, la salma ha fatto rientro a casa, dove una piccola folla si è radunata davanti al portone, in viale Sant’Anna, per tutta la giornata. Nella piazza Maria SS. di Anglona, alle ore 15,30 di domani (martedì 20 ottobre), si svolgerà il rito funebre presieduto da mons. Vincenzo Carmine Orofino, vescovo della diocesi di Tursi e Lagonegro. In tale circostanza, l’Amministrazione civica ha dichiarato il lutto cittadino. Tra le possibili cause del solitario incidente, non si può escludere un malore o una distrazione oppure un guasto tecnico del mezzo, ma non pochi considerano l’eventualità della presenza serale di cinghiali in attraversamento.

Terzogenito di una famiglia stimatissima, Luigi era un bel giovane, intelligente, maturo e pulito, laureato in Biologia all’Università dell’Aquila (dove era sopravvissuto al terremoto del 6 aprile 2009), e da poco docente precario, insomma, una persona di rare qualità umane. Tristezza infinita e unanime il cordoglio di una comunità colpita, attonita e silenziosa. Che adesso riflette anche sulla propria storia di eventi tragici simili, quasi come un tributo di giovani innocenti e di belle speranze al destino crudele, che ha tolto loro il diritto naturale alla felicità, di vivere e di sognare.

Salvatore Verde

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Sciopero generale degli studenti per la questione trasporti nella regione, venerdì 9 ottobre https://www.tursitani.it/sciopero-generale-degli-studenti-per-la-questione-trasporti-nella-regione-venerdi-9-ottobre/ https://www.tursitani.it/sciopero-generale-degli-studenti-per-la-questione-trasporti-nella-regione-venerdi-9-ottobre/#respond Thu, 08 Oct 2020 20:51:13 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4391 Il nuovo anno scolastico si è aperto con svariate problematiche: dalle mascherine ai banchi, fino al distanziamento. Ogni giorno si deve combattere per rispettare le regole dei protocolli anti Covid-19. Uno dei problemi più grossi che si abbatte sulla rete scolastica lucana, però, è certamente quello legato ai trasporti. Sui pullman non sempre viene rispettato […]

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Situazione problematica e insostenibile
locandina del movimento degli studenti

Il nuovo anno scolastico si è aperto con svariate problematiche: dalle mascherine ai banchi, fino al distanziamento. Ogni giorno si deve combattere per rispettare le regole dei protocolli anti Covid-19. Uno dei problemi più grossi che si abbatte sulla rete scolastica lucana, però, è certamente quello legato ai trasporti. Sui pullman non sempre viene rispettato il distanziamento, mentre altre volte per rispettare la norma vigente in materia, per cui i pullman debbano essere riempiti per l’80%, alcuni studenti rischiano di non usufruire del servizio. È capitato che qualche alunno sia rimasto a terra, proprio per la insufficienza di mezzi di trasporto scolastici; tale problema si è verificato negli ultimi giorni nel Metapontino, sulla tratta Scanzano-Policoro-Nova Siri, ma sembra si sia verificato anche nelle due città più grandi della Basilicata, ovvero Potenza e Matera. A causa di tutto ciò, dunque, domani è stato indetto dalla ReteStudenti Medi di Basilicata uno sciopero di tutti i gli alunni della regione. Tra le diverse scuole che hanno aderito, citiamo quelle a noi più vicine come l’Itset “Manlio Capitolo” di Tursi, alcune classi del liceo “Fermi” di Policoro e tutto l’istituto “Pitagora” sia della sede di Montalbano Jonico che di Nova Siri.

Proprio la rappresentante degli studenti di Nova Siri, la tursitana Alessandra Targiani, ha così motivato la sua adesione allo sciopero di domani: “Con la mancanza o carenza dei servizi di trasporto viene meno anche il diritto allo studio di tanti ragazzi, che ogni giorno prendono i pullman per recarsi verso i propri istituti. È una situazione che ha il sapore del paradosso, perché nelle scuole bisogna seguire il protocollo delle regole anti Covid, ma nei pullman questo stesso protocollo non viene rispettato. Serve una decisione più puntuale da parte della Regione Basilicata, la quale ha promesso di incontrare la prossima settimana alcuni rappresentanti degli studenti. Spero vivamente che la situazione si risolva nel migliore dei modi”. Domani, dunque, i ragazzi delle scuole superiori di tutta la regione non saranno sui banchi e non porteranno avanti nemmeno le lezioni a distanza. Un silenzio didattico che farà davvero molto rumore nelle istituzioni scolastiche della Basilicata.

Giulio Cesare Virgallito*

*Riceviamo e pubblichiamo volentieri

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Il Giro D’Italia attraversa il territorio di Tursi, giovedì 8 ottobre https://www.tursitani.it/il-giro-ditalia-attraversa-il-territorio-di-tursi-giovedi-8-ottobre/ https://www.tursitani.it/il-giro-ditalia-attraversa-il-territorio-di-tursi-giovedi-8-ottobre/#respond Wed, 07 Oct 2020 21:30:49 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4386 Il Giro d’Italia torna, finalmente, in Basilicata e lo farà nella giornata di giovedì 8 ottobre. Sarà la tappa numero sei che porterà la corsa rosa da Castrovillari a Matera per un totale di 188 km. Una tappa che ha visto ridimensionato il suo percorso, perché inizialmente era stato previsto l’attraversamento della costa jonica della […]

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Giulio Cesare Virgallito

Il Giro d’Italia torna, finalmente, in Basilicata e lo farà nella giornata di giovedì 8 ottobre. Sarà la tappa numero sei che porterà la corsa rosa da Castrovillari a Matera per un totale di 188 km. Una tappa che ha visto ridimensionato il suo percorso, perché inizialmente era stato previsto l’attraversamento della costa jonica della Basilicata per andare da Castrovillari a Brindisi. Ora, invece, i vari campioni del ciclismo come Vincenzo Nibali e il nostro lucano Domenico Pozzovivo attraverseranno dei tratti più interni della regione. Partendo dalla vicina Calabria si ritroveranno nel Parco Nazionale del Pollino e poi, attraversando la Sinnica, arriveranno nel territorio di Tursi, dove passeranno per Ponte Masone, a meno di tre km dall’abitato, e raggiungere la Val d’Agri.

Il gruppo rosa proseguirà verso Craco per concludere la tappa nella Città dei Sassi. Soffermandoci sul passaggio tursitano, il Giro d’Italia ritorna tra noi dopo ben 16 anni. Nel 2004 infatti ci fu un arrivo a Policoro. È questa, quindi, una grande opportunità per valorizzare il territorio di Tursi, sia in ambito nazionale che internazionale, poiché sono in gara vari fenomeni di tutte le nazioni tra i quali lo sfidante di Nibali per la vittoria finale, Simon Yates, visto anche il ritiro nella giornata di martedì dell’inglese Geraint Thomas, che era un altro favorito per la vittoria. Non resta altro che seguire con attenzione la tappa di domani, rispettando ovviamente le normative per il Covid-19.

Giulio Cesare Virgallito*

*Riceviamo e pubblichiamo volentieri

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Al Comune di Tursi, nuova consiliatura 2020-25, assessori e consiglieri e deleghe https://www.tursitani.it/al-comune-di-tursi-nuova-consiliatura-2020-25-assessori-e-consiglieri-e-deleghe/ https://www.tursitani.it/al-comune-di-tursi-nuova-consiliatura-2020-25-assessori-e-consiglieri-e-deleghe/#respond Tue, 06 Oct 2020 13:17:22 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4371 Alle lettrici e ai lettori ho volutamente tenuto fuori dalla competizione elettorale Tursitani.it, per ovvie ragioni di opportunità, essendo candidato mio figlio, e quindi per evitare ogni tipo anche lontanissimo di “conflitti di interesse”. A riflettori spenti si riprende il cammino. Accetto e rispetto l’esito delle elezioni, ma come sia maturato deve essere necessariamente raccontato […]

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Manifesto dei consiglieri comunali eletti

Alle lettrici e ai lettori

ho volutamente tenuto fuori dalla competizione elettorale Tursitani.it, per ovvie ragioni di opportunità, essendo candidato mio figlio, e quindi per evitare ogni tipo anche lontanissimo di “conflitti di interesse”. A riflettori spenti si riprende il cammino. Accetto e rispetto l’esito delle elezioni, ma come sia maturato deve essere necessariamente raccontato in ogni suo minimo dettaglio. Perché resti traccia di quanto accaduto, che la storia credo condannerà, senza appello. (s.v.)

Dopo la vittoria alle amministrative del 20 e 21 settembre, della lista Tursi in Prima Persona, si è insediato il nuovo  consiglio comunale. La seduta aperta al pubblico, con il rispetto delle norme anti-Covid, si è svolta giovedì 1 ottobre, alle ore 17, nella sala consiliare. Dopo la convalida degli eletti, il giuramento del sindaco Salvatore Cosma, riconfermato per il secondo mandato consecutivo, ed è un fatto inedito; sono stati poi eletti il  Presidente del consiglio comunale,  Stefania Cuccarese  (che si occuperà anche di Trasparenza Amministrativa, Polizia Locale, Mobilità urbana e Traffico), e la Commissione elettorale, composta da Sara D’Alessandro e Maria Montesano, della maggioranza, e da Giuseppe Cristiano, della Lista Muoviamo Tursi, all’opposizione. Designati anche i quattro assessori con le rispettive deleghe: Carmela Castronuovo, la più suffragata nella persona con 409 preferenze, è vicesindaco con delega alla Sanità, Igiene, Politiche per la famiglia e Sviluppo Locale; Federico Lasalandra, con deleghe allo Sport, Spettacolo e Politiche Giovanili; Sara D’Alessandro, con deleghe alla Pubblica Istruzione e Cultura, e Nicola Domenico Verde, con deleghe al Bilancio, Programmazione, Tributi e Rapporti con la Chiesa. Il sindaco ha tenuto per sè le deleghe dei Lavori Pubblici, Patrimonio, Protezione Civile, Rapporti con le frazioni, Personale. Alla vicepresidenza del consiglio comunale è stata eletta Maria Francesca Santagata, della lista Muoviamo Tursi. Antonio Di Matteo (Muoviamo Tursi) e Antonio Guida (Lista Insieme) completano il quartetto della minoranza consiliare. Attribuite anche altre “deleghe” ai restanti consiglieri comunali di maggioranza: Dorian Di Noia, Innovazione e Semplificazione, Internazionalizzazione e Politiche Agricole; Maria Montesano, Servizi Sociali, Legalità, Integrazione e Accoglienza, Tutela degli animali; Roberto Trani, senza deleghe.

Manifesto elettorale dei candidati
Manifesto della convocazione dei comizi elettorali (si è votato nei locali della Scuola Secondaria di Primo Grado, ex Scuola Media)
Risultati elettorali, con le preferenze in tute le sezioni

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Una riflessione sull’avvio problematico dei campionati di calcio dilettantistico https://www.tursitani.it/una-riflessione-sullavvio-problematico-dei-campionati-di-calcio-dilettantistico/ https://www.tursitani.it/una-riflessione-sullavvio-problematico-dei-campionati-di-calcio-dilettantistico/#respond Fri, 02 Oct 2020 13:59:51 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4366 “Siete solo dei dilettanti allo sbaraglio.” Questa frase è stata detta tante volte dagli addetti ai lavori ai piani alti del calcio ed ha fatto sempre molto male a quelle persone che fanno calcio per pura passione. Questa frase, però, oggi è una pura e sacrosanta verità. Domenica in Basilicata ci sarà il fischio d’inizio […]

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“Siete solo dei dilettanti allo sbaraglio.” Questa frase è stata detta tante volte dagli addetti ai lavori ai piani alti del calcio ed ha fatto sempre molto male a quelle persone che fanno calcio per pura passione. Questa frase, però, oggi è una pura e sacrosanta verità. Domenica in Basilicata ci sarà il fischio d’inizio dei massimi campionati regionali, ma non sembra essere nelle ultime ore, soprattutto con l’aumento dei contagi, una scelta molto ragionata. Ovviamente le società hanno un protocollo da seguire, ma questo, oltre alla visita medica per l’idoneità sportiva e ormai le solite igienizzazioni, non prevede il prelievo di tamponi per i tesserati delle società. Il calcio dilettantistico è in pratica stato abbandonato dai piani alti del calcio. Le strutture, purtroppo, in molti casi non risultano a norma per il rispetto del regolamento per la prevenzione da Covid-19. Parliamo di spazi molte volte davvero piccoli, in cui non ci sono a disposizione come in Serie A più di dieci docce. Nel miglior caso si arriva a sei, ma verrebbe a mancare sempre il metro di distanza e quindi non ci sarebbe alcuna prevenzione. Iniziare i campionati può essere giusto per i nemerosi appassionati e soprattutto per la gente che valorizza tanti giovani calciatori. Serve però più attenzione. Le società vanno tutelate meglio, così come tutti i tesserati. Andrebbe dato un segnale a chi governa il calcio. Perché lo fa soprattutto grazie ai voti di “questi dilettanti allo sbaraglio.”

Giulio Cesare Virgallito, studente

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

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Orari delle Messe nelle chiese di Tursi (in Cattedrale, Rabatana e Caprarico) e ad Anglona, dal 28 settembre 2020 https://www.tursitani.it/orari-delle-messe-nelle-chiese-di-tursi-in-cattedrale-rabatana-e-caprarico-e-ad-anglona-dal-28-di-settembre-2020/ https://www.tursitani.it/orari-delle-messe-nelle-chiese-di-tursi-in-cattedrale-rabatana-e-caprarico-e-ad-anglona-dal-28-di-settembre-2020/#respond Mon, 28 Sep 2020 08:41:23 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4361 L'articolo Orari delle Messe nelle chiese di Tursi (in Cattedrale, Rabatana e Caprarico) e ad Anglona, dal 28 settembre 2020 sembra essere il primo su Tursitani.it - News.

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I “tribunali mediatici” e la disinformazione informativa: l’inganno sulla strage di Erba https://www.tursitani.it/i-tribunali-mediatici-e-la-disinformazione-informativa-linganno-sulla-strage-di-erba/ https://www.tursitani.it/i-tribunali-mediatici-e-la-disinformazione-informativa-linganno-sulla-strage-di-erba/#respond Sun, 27 Sep 2020 18:45:04 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4355 Tutti i dubbi e le incongruenze mediatiche relative alla “più atroce impresa criminale nella storia della Repubblica”. Un lavoro nuovo, senza prendere in considerazione le prove scagionanti i due coniugi, su come le TV hanno raccontato la strage creando disinformazione, con le discrasie presenti tra il racconto mediale mandato in onda per molti anni e […]

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Pasquale Castronuovo

Tutti i dubbi e le incongruenze mediatiche relative alla “più atroce impresa criminale nella storia della Repubblica”. Un lavoro nuovo, senza prendere in considerazione le prove scagionanti i due coniugi, su come le TV hanno raccontato la strage creando disinformazione, con le discrasie presenti tra il racconto mediale mandato in onda per molti anni e ciò che invece risulta dagli atti

Torniamo ad occuparci di uno dei casi mediatici più importanti e famosi nel nostro Paese. E questa volta lo facciamo tralasciando gli elementi di innocenza emersi nel corso del procedimento, ma analizzando tutte le discrasie raccontate dai media fin dal gennaio 2007. Incongruenze, falsi miti e leggende che hanno convinto l’opinione pubblica di una colpevolezza che agli atti non risulta mai chiara e che, soprattutto, hanno fuorviato i giudici statuenti la stessa sentenza di condanna. Anche il segreto istruttorio, quello stesso principio di libero convincimento del giudice, è stato “violentato” dalla pressante opinione mass mediatica che creò colpevoli ed emise giudizi prima di tutti. Non è un caso che ancora oggi siano infatti moltissimi coloro che sostengono con vigoria la certezza, al di la di ogni dubbio, delle tesi che vedono i due coniugi di Erba come gli autori materiali di una mattanza compiuta in circa 15 minuti. Certezze e convinzioni che tuttavia sono smentite dagli stessi atti ufficiali del processo, frutto solo dell’influenza mass mediale avvenuta in tutti questi anni. Perché sono diversi i programmi che fin dal principio assunsero un tenore marcatamente “colpevolista”, avvicinandosi a quanti credono e credevano nella giustezza dell’ergastolo nei confronti dei due coniugi. Di fatti, lo stesso giornalista Nuzzi, lo fece capire sui social quando, dopo le accuse della Bazzi al consulente della prima difesa, il criminologo Massimo Picozzi, il conduttore di Quarto Grado scrisse: «Amiche e amici, l’attacco dell’assassina Rosa Bazzi a Massimo Picozzi va preso come il disperato tentativo di un’ergastolana pluri-omicida di far breccia nel muro del carcere, puntando alla revisione del processo. Signora Bazzi si rassegni questo non accadrà, inutile attaccare persone perbene».

Nessuna oggettività

Brocardo fondante nel lavoro di un giornalista dovrebbe essere la ricerca spasmodica della verità. Una verità informativa scevra da qualsiasi forma di suggestione o di mero complottismo. Ma nel processo mediatico fatto della strage di Erba è avvenuto questo? Per capirlo basta leggere gli atti delle indagini, o considerare le stesse sentenze di condanna statuite nel corso degli anni. Sentenze ricche di aporie, di domande senza risposta come accertato dagli stessi giudicanti che lo trascrissero nero su bianco. E allora, se anche i giudici hanno ammesso nelle sentenze la presenza di dubbi, da dove parte la sicumera esperita sia dalle TV nazionali che dall’opinione pubblica? È proprio qui che ha inizio il lavoro dei media. Un lavoro che se per gli addetti ai lavori è volto ad impedire la diffusione di fake news, di illusioni, ed orientato alla vera informazione, non ha fatto altro che creare invece una manipolazione informativa che si allontana dalla logicità dei fatti dell’11 dicembre del 2006. Una distorsione magari incosciente, ma che col tempo ha finito per creare delle nuove “leggende metropolitane” come già accaduto in passato.

Gli assassini hanno confessato perché sapevano?

Analizziamo quindi la genuinità di quanto raccontato dalla TV, comparando il tutto con gli atti ufficiali di condanna, partendo proprio da uno dei tre capi d’accusa nei confronti del netturbino di Erba e di sua moglie. Quello che probabilmente più di tutti convinse della loro colpevolezza. Le video confessioni, l’elemento su cui più di tutti si è dibattuto. Quelle stesse deposizioni giudicate perfettamente sovrapponibili dalla sentenza di primo grado, ma che d’un tratto, per la Corte d’Assise d’Appello di Milano, divennero piene di inesattezze, per la volontà dei coniugi di lasciarsi aperta una porta per un eventuale ritrattazione (che avverrà soltanto 10 mesi più tardi). Uno dei rari casi in cui due sentenze seppur si smentiscono tra di loro, il risultato non cambi: ergastolo. Eppure negli studi televisivi ci si continua a domandare come gli imputati potessero conoscere i particolari della mattanza. Questo è uno dei quesiti più importanti, poiché il racconto dettagliato (a loro dire) del massacro, non può essere un caso. Ma è realmente così? Davvero i due coniugi hanno fornito un racconto aderente ai fatti accaduti?

In realtà la risposta in grado di delineare un perfetto quadro di ciò che accadde è una sola: la presenza delle foto. Una certezza che si evince non solo dalla lettura degli atti ufficiali (verbale del 6 giugno 2007) ma anche dalla stessa requisitoria in aula del Pm Astori durante il processo di primo grado. A sostegno di questo, vi è poi un ulteriore elemento, un audio scoperto nel 2010 nel quale un giudice diceva ad Olindo durante le fantomatiche confessioni «veniamo alle altre fot…eeeh questioni». Ma c’è di più: analizzando la ricostruzione fornita dagli inquirenti, in quell’appartamento venne staccata la luce dalle ore 17.40 e sarebbe stato impossibile anche per i killer riuscire nel buio pesto indovinare l’esatta posizione dei corpi, dei colori o degli abiti delle vittime, se non guardando appunto delle immagini. Resta da dire che Raffaella Castagna, sua madre ed il piccoletto furono uccisi molto a sinistra della porta d’ingresso, un posto in cui neanche la luce delle scale sarebbe filtrata per illuminare. Ciononostante, per molti programmila questione delle foto non sussiste minimamente.

Quella macchia di sangue

Parliamo ora della macchia di sangue repertata dai carabinieri sul battitacco dell’auto di Olindo. Una traccia definita “pura” non solo nella perizia del professor Previderè, consulente dell’accusa, ma anche dall’ex generale dei RIS di Parma, Luciano Garofano, che non indagò direttamente sulla macchia, ma precisò che non fosse diluita, dunque necessariamente portata dall’assassino. Anche in questo caso la ricostruzione fornita dai media cozza con la realtà dei fatti e dei dati dell’inchiesta. Colui che repertò la traccia, il brigadiere Fadda, già nel febbraio del 2008, affermò in aula di aver provato in un primo momento a rinvenire tracce ematiche attraverso l’utilizzo del Crimescope, ma che questo non fu sufficiente: «Sulla Crimescope, se una macchia è visibile, se non è stata lavata si riesce a trovarla anche con la lampada, mentre se è stata lavata oppure se è stata pulita, non riesce a rilevare niente». Per riuscire a trovare quella traccia ematica fu necessario l’utilizzo del Luminol, ragion per cui, più che di purezza, sarebbe logico pensare ad una diluizione. Inoltre, riguardo alla macchia di sangue, vi è un’altra questione da affrontare: può essere frutto di una contaminazione innocente, perché trasportata dai carabinieri saliti sul luogo della strage, come peraltro affermato dallo stesso Fadda a Le Iene? Soltanto un’idonea analisi BPA (mai fatta!) avrebbe potuto sciogliere ogni dubbio. Ma come evidenziato dettagliatamente da Montolli, nel suo libro Il grande abbaglio – controinchiesta sulla strage di Erba, dal verbale di perquisizione sull’auto di Olindo si evince che i nomi dei carabinieri presenti, siano gli stessi di coloro che prima erano saliti nel palazzo della strage.

La cosa sorprendente di tale questione sarà la deposizione nel tribunale di Como del Luogotenente Gallorini, che affermerà che nessuno dei quattro carabinieri che avevano firmato il verbale, aveva materialmente perquisito la vettura. Operazione, questa, svolta invece da un quinto Ufficiale non risultante nel verbale, tale Moschella, l’unico a non essere entrato sulla scena del crimine. Approfondendo per un attimo il verbale di perquisizione ci si rende invece conto che risultano addirittura quattro nomi, vi è la firma di tre persone, ma l’atto è materialmente svolto da un altro che a verbale non risulta. Difficile credere a cosa sia vero quando un documento ufficiale e importante come un verbale, viene poi smentito sotto giuramento. Perché per quanto sembri surreale, non si parla di una multa per eccesso di velocità, ma di una prova fondante per una condanna all’ergastolo. Nei salotti mediatici nessuno ha mai obiettato nulla a riguardo. Uno degli elementi su cui si è a lungo dibattuto in Tv riguarda invece il fatto che colui che sgozzò il piccolo Youssef fosse mancino come Rosa.  Ma si si dimentica di dire, anche in questo caso, che nella relazione autoptica preliminare l’assassino fosse destrimane e che solo successivamente era stato appurato che fosse sinistrorso.

Le testimonianze di Frigerio

Veniamo ora a quella che fu definita a più riprese la pistola fumante della colpevolezza dei due coniugi di Erba. «Un audio importantissimo che davvero scioglierà ogni dubbio», come dichiarato da diversi giornalisti nel corso del processo mediatico di “mala-informazione”. Un file audio datato 15 dicembre del 2006 in cui Frigerio, appena risvegliatosi dal coma, nel descrivere agli inquirenti un aggressore di carnagione olivastra e non del posto, avrebbe detto contemporaneamente «è stato Olindo». Un audio su cui terminò il processo in primo grado, che convinse giudici ed opinione pubblica. Perché se un uomo appena ripresosi da un forte trauma fa un nome ben preciso, allora l’assassino non può che essere quello indicato. In TV ne parlarono per un bel pezzo facendo finta di nulla, ma le cose in realtà andarono in modo ben diverso. Infatti, come esaurientemente spiegato nella sentenza d’appello di Milano: «Si tratta di un “file” digitalizzato e amplificato dalla Corte con il programma Cool Edit 2000 al fine di renderne il contenuto più intelligibile, apportando al “file originale una modificazione senza nessuna intenzione di falsificare scientemente il risultato uditivo». Il processo di primo grado si chiuse dunque con un audio modificato che aveva cambiato la frase “stavano uscendo” in “è stato Olindo”, una differenza abissale che non servì tuttavia a riaprire il dibattimento in appello.

Un palese atto di distorsione di un file utile a fini probatori, venne giudicato come una mera svista. Possibile che a nessuno non sia venuto un dubbio nell’ascoltare Frigerio che faceva il nome di Olindo mentre chiedeva di mettere a verbale la descrizione di un aggressore mai visto dalla carnagione olivastra? Relativamente alla deposizione di Frigerio, si è altresì ignorata un’altra discrasia presente negli atti: quella riguardante il riconoscimento di Olindo durante l’interrogatorio del 20 dicembre 2006. Fu il colloquio decretato come decisivo sia dal figlio che dagli stessi giudici, trasmesso moltissime volte in TV ed entrato indissolubilmente nell’immaginario collettivo. A partire da quella data infatti, dopo che Gallorini gli farà per nove volte il nome del Romano, Frigerio dirà per sempre che l’aggressore fosse Olindo. Ma dall’ascolto delle intercettazioni mai trascritte, ne emergono due scioccanti. Il 22 dicembre 2006, due giorni dopo l’incontro decisivo tra Frigerio e Gallorini, nella stanza intercettata del superstite, giunse il suo avvocato di fiducia Manuel Gabrielli. Venti minuti di conversazione tra l’avvocato e il suo assistito, ove non solo non venne mai fatto il nome di Olindo, ma sembrava addirittura che nessuno sapesse dove sbattere la testa per capire cosa fosse successo la sera del massacro, tanto che il legale chiederà all’uomo di rivivere quella giornata con assoluta calma, sforzandosi di ricordare anche le cose più normali. E invece Frigerio non ricorderà nulla né in quell’occasione, né il 24 dicembre quando, avvertito dai figli dell’imminente arrivo in ospedale dei Pm, dichiarerà di non aver niente da riferire ai magistrati. Anche questo non verrà mai raccontato in TV.

Le ferite di Valeria Cherubini

L’ultima delle prove decisive della colpevolezza, riguarda un ulteriore “dettagliatissimo” elemento della confessione di Olindo Romano, in cui l’uomo raccontò di aver colpito con un coltellino che teneva in tasca la testa di Valeria Cherubini. Come faceva Olindo a sapere con certezza come fosse stata colpita la donna? Ma un tale dettaglio era già presente nell’istanza di fermo rilasciata ai due coniugi, dove c’era scritto che gli assassini avessero usato coltello e corpo contundente. Bisogna altresì ricordare che Olindo confessò di aver colpito la Cherubini con cinque o sei colpi, mentre la donna ne fu attinta da 43, e che ben 8 le fracassarono il cranio. Impresa improbabile con un coltellino. Dopo anni di gogna mediatica, tutte queste incongruenze oggettive raccontate per anni, hanno finalmente prodotto una reazione da parte del pubblico. Tantissimi si sono ribellati a queste versioni a senso unico e sono in molti a non credere più totalmente a quanto rappresentato dai media. C’è voglia di capire semplicemente i fatti, non le opinioni. E ad oggi cominciare a dubitare di questa storia può essere già qualcosa.

Pasquale Castronuovo

Criminologo e sociologo forense

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Il giallo di Canoria (Messina), “Viviana Parisi e Gioele Mondello: premeditazione o semplice incidente?” di Pasquale Castronuovo https://www.tursitani.it/il-giallo-di-canoria-messina-viviana-parisi-e-gioele-mondello-premeditazione-o-semplice-incidente-di-pasquale-castronuovo/ https://www.tursitani.it/il-giallo-di-canoria-messina-viviana-parisi-e-gioele-mondello-premeditazione-o-semplice-incidente-di-pasquale-castronuovo/#respond Mon, 14 Sep 2020 15:44:10 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4348 La ricostruzione dei fatti che ha visto la tragica scomparsa della dj siciliana e di suo figlio, entrambi allontanatisi di casa la mattina del 3 agosto 2020 Sono ormai settimane che la “macchina” mediatica si è prepotentemente incentrata sul giallo di Canoria, sulla scomparsa di Viviana Parisi e di suo figlio Gioele. Un caso di […]

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Pasquale Castronuovo
Criminologo e sociologo forense

La ricostruzione dei fatti che ha visto la tragica scomparsa della dj siciliana e di suo figlio, entrambi allontanatisi di casa la mattina del 3 agosto 2020

Sono ormai settimane che la “macchina” mediatica si è prepotentemente incentrata sul giallo di Canoria, sulla scomparsa di Viviana Parisi e di suo figlio Gioele. Un caso di cronaca nera ricco di distorsioni e pareri discordanti, capace di scuotere l’opinione pubblica non solo per via della brutale morte di un bambino di quattro anni, ma anche perché, ancora oggi, a distanza di tempo, gli inquirenti faticano nel dare una versione dei fatti, quantomeno verosimile di ciò che potenzialmente accadde in quel tragico giorno. In TV del resto sono in parecchi ed essersi occupati dell’accaduto, compresi diversi opinionisti non sempre di alto profilo e talvolta senza alcun tipo di nozione in ambito medico e criminologico. Ma attraverso un’attenta analisi dei dati emersi e grazie al confronto con ciò che la letteratura medica e di cronaca giudiziaria assurge in tali casi, è possibile fornire una tesi che ben si discosta da quanto affermato anche da esperti di settore. Quali sono le informazioni che abbiamo a riguardo? Cosa sappiamo del caso che più di tutti ho scosso l’estate nel nostro paese, e in che modo è possibile far derivare le azioni compiute dalla Parisi al possedimento di un complicato quadro diagnostico?

I dettagli dell’incidente

È un fatto ormai accertato che l’allontanamento della donna risalga alla mattina di lunedì 3 agosto. Degli attimi antecedenti la sua fuga da casa si sa poco: un biglietto per il marito che in quel momento si trova a lavoro, in cui scrive di recarsi a Milazzo per comperare un paio di scarpe per il figlio, una salsa di pomodoro preparata per il pranzo ed un cellulare, il suo, lasciato in casa. Viviana e Gioele si allontanano a bordo di una Opel Corsa, rinvenuta a 104 km di distanza all’altezza di Caronia, sull’autostrada Palermo-Messina. La donna ha imboccato l’uscita per Sant’Agata per circa 70 chilometri senza pagare il pedaggio e, tramite l’A20, dirigendosi verso Palermo. La sua corsa finisce dopo ulteriori 14 km a causa di una collisione con un furgone di operai che transitavano nella direzione opposta, appena al di fuori della galleria. Uno schianto descritto dall’autista come «abbastanza forte», tale da procurare la rottura di un vetro all’auto e la foratura di uno pneumatico. I due operai vedranno la Parisi solo di spalle, mentre si dileguerà appena dopo l’incidente, scavalcando il guardrail e svanendo nelle campagne. Di Gioele non vi è traccia; gli operai, intenti a deviare il traffico al di fuori della galleria, affermeranno infatti di non aver visto alcun bambino con la donna. Il fanciullo verrà tuttavia notato da una telecamera posta nelle vicinanze e da alcuni testimoni, una famiglia del Nord-Italia che chiamerà il 112, salvo poi sparire e rendersi irreperibile fino al giorno 16 di agosto; sarà questo infatti il momento in cui i testimoni riferiranno alle forze dell’ordine di aver visto Gioele, dopo l’incidente, assolutamente vivo e senza alcuna ferita, in braccio alla madre. Dalla successiva analisi dei tempi di ricostruzione del tragitto compiuto dalla donna, emergono tuttavia dettagli non chiari riguardo soprattutto al buco temporale di 20 minuti collocabile dall’uscita dal casello di Sant’Agata di Militello al successivo rientro. Non vi sono ancora versioni ufficiali su cosa abbia fatto la donna in questo lasso di tempo, ma solo supposizioni.

Dopo il 3 agosto sono state diverse le ricerche concentratesi soprattutto nelle aree limitrofi l’incidente; giorni senza alcun esito risoltisi in un tragico risvolto solo la mattina di sabato 8 agosto. Il cadavere della donna sarà rinvenuto vicino un traliccio dell’alta tensione verso le ore 15 grazie all’ausilio dei cani molecolari. Il corpo, in avanzato stato putrefattivo, è stato riconosciuto tramite alcuni degli indumenti indossati dalla donna al momento della fuga, tra cui un paio di scarpe bianche ed una catenina, mentre il corpo di Gioele è stato ritrovato da uno dei volontari alle ricerche, un carabiniere in congedo, solo il 19 agosto, a poche centinaia di metri dal traliccio. Sul cadavere del bambino viene disposta nei giorni successivi l’autopsia, ma gli esami tanatologici e in sede medico legale non riescono ad evidenziare, al di là di ogni dubbio, né la dinamica, né l’epoca della sua morte. Gli unici elementi rilevati sono delle «lesioni da macro fauna», ovvero delle mortificazioni agli arti, e del terriccio.

La Piramide della luce

Solo con il passare dei giorni è stato possibile scovare dettagli interessanti sulla vita della donna, particolari in grado di portare l’analisi criminologica in determinate direzioni. La domanda fondante l’analisi, e che più di tutti smuove media ed opinione pubblica, risulta essere quella relativa alla reale dinamica dell’accaduto e di come i due soggetti siano morti. Possiamo partire direttamente da alcune delle informazioni derivanti dalle affermazioni della famiglia di Viviana: la donna, soltanto pochi giorni prima, si era interessata ad una struttura sita in Motta d’Affermo, in cui si svolgono tutt’oggi atti relativi alla religione e relativi al concetto della rinascita, «una installazione artistica cui, nel tempo, si è legata una diffusione mistica» come dichiarato in seguito dall’avvocato. Ma perché recarsi in quel luogo senza nulla dire al marito? È verosimile credere che la Parisi stesse vivendo un intenso periodo di avvicinamento alla fede cristiana soprattutto dopo il lockdown, e a dimostrazione di ciò vi è da annoverare anche un suo ricovero in ospedale avvenuto proprio in quel periodo dopo aver vissuto intensi momenti altalenanti, giorni in cui le cose sembravano andare per il meglio e momenti in cui la situazione peggiorava sensibilmente. Dolori psichici che la donna cercava di alleviare tramite la lettura di testi sacri, come la Bibbia, o di altri scritti trattanti la speranza e la solitudine (saranno diversi i post della donna condivisi su Facebook a riguardo).

In tal senso è utile ricordare anche il certificato medico datato 17 marzo, rilasciato dall’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto e reso pubblico dal marito della donna il 19 agosto, in cui è espressamente citata non solo la presenza di stati paranoici nella donna ma anche della crisi mistica. Se nel primo caso si intende uno stato alterato in cui il soggetto, nonostante il mantenimento di una logica di pensiero coerente, possiede comunque una percezione distorta della realtà, le crisi mistiche non hanno una specifica connotazione medico-scientifica ma restano identificabili come disturbi deliranti in cui la vita della persona è fortemente compromessa dalla tematica religiosa. Interessanti risvolti ci pervengono inoltre dai primi risultati autoptici: si parla di fratture multiple soprattutto a livello delle vertebre e degli arti, poco compatibili con un incidente automobilistico di quella entità, considerando altresì il successivo tragitto che la donna avrebbe compiuto con il figlioletto in braccio. Neppure uno stato alterato avrebbe permesso alla donna di sopportare un simile dolore. Più probabilmente tali fratture sono da ricollegarsi ad una caduta dall’alto. Un suicidio messo in atto dalla donna che avrebbe deciso di porre fine alla sua vita gettandosi dal traliccio, luogo di rinvenimento del cadavere. Di poco conto invece l’ipotesi di un’aggressione da parte di due cani di grossa taglia, tesi passata sommariamente al vaglio e subito scartata.

Gli ultimi istanti

Una delle telecamere che ha ripreso gli ultimi attimi di vita di madre e figlio e quella collocata al distributore di benzina di Sant’Agata. Le videoriprese testimoniano che sia la Parisi che il figlio fossero ancora vivi in quell’istante. Dunque quali ipotesi occorre considerare inerentemente la morte di Gioele Mondello? Una morte avvenuta in seguito all’incidente è improbabile, e sia i testimoni che le ultime analisi effettuate con il Luminol, accertanti l’assenza di tracce ematiche del figlio nell’auto, lo testimoniano. La fuga della donna con in braccio il figlio morto sarebbe da intendersi poi come un atto assolutamente insensato in quanto, nonostante la presenza di uno stato psichico labile, come affermato anche dall’avvocato di famiglia, «Viviana avrebbe chiesto aiuto, si sarebbe messa a urlare perchè la salute del bambino aveva la precedenza su tutto». Alcuni sostengono che la donna si sia scientemente allontanata per il timore che il suo stato psico-fisico potesse portare gli assistenti sociali e chi di competenza a toglierle la responsabilità genitoriale. Di certo il ricovero in ospedale, la paura, l’ansia e la sua reticenza alle cure potevano certamente instillare in lei il dubbio. I familiari hanno più volte descritto dell’immenso amore che Viviana aveva verso il suo bambino, una mamma che avrebbe fatto di tutto per assicurare la sua salute e che mai aveva mostrato comportamenti ambivalenti verso di lui. Nonostante ciò vi sono alcune considerazioni da fare, soprattutto alla luce del complesso quadro diagnostico posseduto dalla donna. Si parla nella fattispecie di un delirio mistico, una situazione in cui il soggetto a causa della sua abnorme vicinanza all’entità divina agisce e si comporta in sua funzione; una vera e propria deriva mistica che, sotto il profilo puramente psichiatrico, sottende una molteplicità di fattori ed elementi.

Perché se da un lato è accertata la presenza di uno sconfinato amore della Parisi verso il figlioletto, d’altra parte la storiografia e la statistica ci indicano di come nella maggior parte dei casi l’omicidio dei figli, non più in tenerissima età, sia cagionato da madri amorevoli e premurose, i cui deliri convincono che sia il bambino che loro stesse siano in grave pericolo, e che non possano avere scampo da un male visibile (il Covid19?). Molte volte si tratta di soggetti che appaiono superficialmente tranquilli, capaci di dissimulare. Potrebbe quindi trattarsi di un classico caso di omicidio/suicidio? Seppur questa ipotesi sia stata aprioristicamente rigettata dalla famiglia appare oggi una delle conclusioni più probabili di questa triste vicenda. La morte di Gioele è verosimilmente il risultato di un’azione delirante di tipo mistica e/o paranoide che ha indotto la madre ad agire per poi suicidarsi. Un allontanamento premeditato, dunque anticipato mentalmente tempo prima. Non son da ritenersi attendibili le versioni di alcuni studiosi del settore che imputano la morte del piccolo figlio alla disidratazione e alla successiva fauna selvatica del posto, essendo quest’ultima composta da animali che solo raramente attaccano le persone ma soprattutto in condizioni di estrema difesa. I resti rivenuti del piccolo Gioele sono invece il più probabile risultato di un’azione saprofaga e non un attacco diretto al bambino ancora in vita.

Prime conclusioni

Rimanendo in attesa di eventuali altri risvolti derivanti dalle analisi che ancora oggi si stanno protraendo, è possibile giungere a delle prime considerazioni per cercare di delineare una sommaria consecuzione di eventi nel giallo di Canoria. Considerata l’accertata presenza di patologie psichiatriche nella donna, consistenti in stati paranoici e derive mistiche è probabile pensare ad un allontanamento da casa premeditato. L’incidente subito non ha fatto altro che esacerbare ancor di più una situazione già di per sé complicata, costringendo la donna a fuggire dal luogo dello schianto e a dileguarsi nella vegetazione circostante (delirio persecutorio?). Le lesioni riportate dalla donna escludono inoltre che l’incidente possa aver avuto conseguenze serie, e soltanto una caduta dall’alto, e nella fattispecie dal traliccio dell’alta tensione nei cui pressi è stato rinvenuto il cadavere, può giustificare una tale traumatologia (frattura vertebre e agli arti inferiori e superiori). Riguardo la morte di Gioele, posto che soltanto i prossimi risultati laboratoriali potranno escludere eventuali altre dinamiche, l’omicidio resta la pista più verosimile, in quanto seppur le patologie psichiatriche possedute dalla Parisi non implichino necessariamente un nesso causale degli eventi, e nonostante il figlicidio raramente avvenga in tempi successivi ai primi giorni di vita dell’infante, l’incidente tra le auto può aver compromesso ulteriormente lo stato psichico della donna, portando quest’ultima a comportarsi in modo del tutto irrazionale ed incoerente, uccidendo dapprima il bambino e poi suicidandosi. Dello stesso parere anche la letteratura clinico-scientifica, indicante come causa maggiore di figlicidio-suicidio la possessione di patologie quali depressione, spunti psicotici, ed altri disturbi della personalità. Resta da chiedersi come sempre se una tale tragedia potesse essere evitata. L’allontanamento preventivo del figlio dalla donna ed un periodo di cure ed osservazioni, considerato il quadro clinico della Parisi, avrebbe potuto salvare le due vite o avrebbe solo peggiorato lo stato di salute di una madre malata?

Dott. Pasquale Castronuovo

Criminologo e sociologo forense

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L’Assemblea diocesana all’inizio del nuovo anno pastorale ad Arena Sinni – Senise (PZ). Sabato 11 settembre, dalle 16.30 alle 18.30, il Vescovo Vincenzo Orofino presenterà alla Diocesi di Tursi-Lagonegro le linee guida dell’impegno dell’Anno 2020-2021 https://www.tursitani.it/lassemblea-diocesana-allinizio-del-nuovo-anno-pastorale-ad-arena-sinni-senise-pz-sabato-11-settembre-dalle-16-30-alle-18-30-il-vescovo-vincenzo-orofino-presentera-alla-diocesi/ https://www.tursitani.it/lassemblea-diocesana-allinizio-del-nuovo-anno-pastorale-ad-arena-sinni-senise-pz-sabato-11-settembre-dalle-16-30-alle-18-30-il-vescovo-vincenzo-orofino-presentera-alla-diocesi/#respond Fri, 11 Sep 2020 11:08:15 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4340 Il comunicato di Don Giovanni Lo Pinto << Come ormai accade da cinque anni la Diocesi di Tursi-Lagonegro inizia l’anno pastorale con l’Assemblea Diocesana in occasione della quale il Vescovo presenta al Popolo di Dio le linee guida e le priorità del cammino da portare avanti come Comunità credente. Quest’anno l’Assemblea si terrà ad Arena […]

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Il comunicato di Don Giovanni Lo Pinto

<< Come ormai accade da cinque anni la Diocesi di Tursi-Lagonegro inizia l’anno pastorale con l’Assemblea Diocesana in occasione della quale il Vescovo presenta al Popolo di Dio le linee guida e le priorità del cammino da portare avanti come Comunità credente. Quest’anno l’Assemblea si terrà ad Arena Sinni di Senise sabato 12 settembre 2020, dalle ore 16.30 alle 18.30. Il gesto proposto sabato 5 settembre, presso il Lago Sirino, ha dato il via a un percorso ecclesiale che vedrà protagonisti i fedeli nel cammino di conversione ecologica integrale, personale e comunitaria, e nell’ascolto di Dio e del creato, anch’esso “pieno di parole d’amore” (LS 225).

Un cammino annuale che permetterà, a cinque anni dalla pubblicazione della enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, di approfondirne concetti e spiritualità attraverso alcuni gesti che vogliano far posare lo sguardo degli occhi e del cuore sulla bellezza e sulle ferite del creato nel nostro territorio. Un anno particolare anche per le proposte ecclesiali, quello che si va a iniziare. La pandemia, oltre agli strascichi di povertà umana ed economica che porta con sé, ha segnato anche la vita e le possibili proposte nelle comunità parrocchiali della Basilicata, alcune segnate ancora da ansie e preoccupazioni importanti.

Il Vescovo Orofino intende proporre ai fedeli di non perdere di vista l’essenziale, di puntare al cuore del mistero di Dio e di cercare ogni via per valorizzare l’umano, tutto l’umano, incarnati sul territorio, esprimendo appieno il senso della maternità della Chiesa. Una Chiesa Maestra, con il volto tenero di una madre premurosa, che sappia accompagnare ogni suo figlio, partendo dai più fragili. Una Chiesa che viva autenticamente come una famiglia che non lascia indietro nessuno. Quest’anno non verrà offerta alle parrocchie un’agenda ben definita ma sarà indicato un cammino, una serie di proposte da attuare nelle modalità permesse dall’emergenza sanitaria che ancora perdura e secondo le possibilità di ciascuna comunità. Tutto in vista del bene integrale delle persone, delle comunità parrocchiali, del territorio della Diocesi.

“Questo deve essere – afferma Monsignor Vincenzo Orofino – il tempo dell’ascolto della realtà (io, Dio, i fratelli e le creature), colta nella totalità dei suoi fattori. Il tempo in cui ognuno di noi deve ricentrare la propria vita dentro il rapporto con se stesso, con Dio Creatore e il resto del creato, smettendo di parlarsi addosso e di autocelebrarsi. Fare silenzio è una condizione interiore, di pace e di ascolto della propria coscienza, che richiede un profondo lavoro di purificazione e di espulsione di tutto ciò che ostacola l’ascolto dell’altro. Per ascoltare bene occorre liberare la mente ed essere concentrati sulla persona dell’altro. Il silenzio favorisce il raccoglimento e la quiete interiore. Chi è abituato a fare silenzio dentro di sé trova maggior facilità a fare silenzio con gli altri. Fare silenzio è ben più impegnativo che stare zitti: è creare spazio.

L’unità di se stessi si raggiunge e si conserva nel silenzio, nell’interiorità. Il silenzio è uno spazio di quiete, ricco, creativo, che fa crescere. Ascoltare Dio nel silenzio e nel raccoglimento: questo è il metodo usato da Gesù, il quale, soprattutto nelle scelte decisive, si ritirava da solo in luoghi appartati per pregare e vivere il suo rapporto filiale con il Padre. Il silenzio è capace di scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio, perché la sua Parola rimanga in noi, perché l’amore per lui si radichi nella nostra mente e nel nostro cuore e animi la nostra vita. Abbiamo bisogno di quel silenzio che diventa contemplazione, che ci fa entrare nel silenzio di Dio e così arrivare al punto dove nasce la Parola redentrice. È necessario, perciò, educarci al valore del silenzio per riscoprire la centralità della Parola di Dio nella nostra vita e in quella della Chiesa”.

Un pensiero, infine. il Vescovo lo rivolge ai cittadini residenti nei comuni chiamati a eleggere i sindaci e gli amministratori, anzitutto per esprimere gratitudine a quanti hanno accettato di mettersi in gioco scegliendo di candidarsi. Si possa perseguire solo il bene, in un confronto schietto e leale, si cerchi più la correzione che l’accusa, si desideri il bene e la valorizzazione delle tante risorse che il territorio e la storia ci consegnano per essere fedeli, fino in fondo, alla missione che Dio ci affida nel tempo che viviamo.>>

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