Salvatore Verde – Tursitani.it – News https://www.tursitani.it Sun, 09 Aug 2020 10:36:33 +0000 it-IT hourly 1 Antonio Guida candidato sindaco alle prossime elezioni amministrative del 20/21 settembre a Tursi https://www.tursitani.it/antonio-guida-candidato-sindaco-alle-prossime-elezioni-amministrative-del-20-21-settembre-a-tursi/ https://www.tursitani.it/antonio-guida-candidato-sindaco-alle-prossime-elezioni-amministrative-del-20-21-settembre-a-tursi/#respond Sun, 09 Aug 2020 10:36:28 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4282 È Antonio Guida, medico odontoiatra, il candidato sindaco del progetto civico che sarà presente alle prossime elezioni amministrative di settembre a Tursi. A indicare Guida come candidato sindaco sono stati alcuni gruppi civici della città di Pierro che hanno puntato su una persona autorevole e con indiscusse capacità di dialogo e mediazione. In un momento […]

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È Antonio Guida, medico odontoiatra, il candidato sindaco del progetto civico che sarà presente alle prossime elezioni amministrative di settembre a Tursi. A indicare Guida come candidato sindaco sono stati alcuni gruppi civici della città di Pierro che hanno puntato su una persona autorevole e con indiscusse capacità di dialogo e mediazione.

In un momento storico delicato come quello che la città di Tursi sta affrontando, l’amministrazione in carica ha infatti dichiarato il dissesto finanziario dell’ente il 16 luglio 2020, la figura di Guida è stata indicata perché di garanzia e dalle indiscutibili qualità morali.

Infatti, altri due papabili candidati sindaci come Maria Anglona Adduci e Leandro Domenico Verde con un gesto di grande maturità politica hanno fatto un passo indietro, mettendo da parte ambizioni personali e trovato subito la convergenza su Guida.

Il progetto civico messo in campo è aperto, libero e inclusivo e sta già raccogliendo l’adesione di altri esponenti della società civile che intendono mettere a disposizione energie e impegno per riportare al centro dell’azione politica il bene della comunità tursitana.

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Premio Rabatana, IV edizione, venerdì 7 agosto, dalle ore 21, nella centrale piazza di Tursi https://www.tursitani.it/quarta-edizione-del-premio-rabatana-venerdi-7-agosto-dalle-ore-21-nella-piazza-centrale-di-tursi/ https://www.tursitani.it/quarta-edizione-del-premio-rabatana-venerdi-7-agosto-dalle-ore-21-nella-piazza-centrale-di-tursi/#respond Wed, 05 Aug 2020 15:32:32 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4273 Pubblichiamo volentieri il comunicato del Comune di Tursi: <<Venerdì 7 agosto 2020 dalle ore 21 in piazza Maria Santissima d’Anglona a Tursi  è in programma la quarta edizione del Premio Rabatana. Istituito anche alla luce della proposta di candidatura a Patrimonio dell’Unesco del borgo tursitano da parte del governo regionale, il riconoscimento verrà conferito a […]

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Pubblichiamo volentieri il comunicato del Comune di Tursi:

<<Venerdì 7 agosto 2020 dalle ore 21 in piazza Maria Santissima d’Anglona a Tursi  è in programma la quarta edizione del Premio Rabatana. Istituito anche alla luce della proposta di candidatura a Patrimonio dell’Unesco del borgo tursitano da parte del governo regionale, il riconoscimento verrà conferito a coloro che si sono contraddistinti per portare in alto il nome di Tursi in vari ambiti.

La serata, che sarà condotta dalla giornalista Francesca Rodolfo volto noto di Telenorba, vedrà salire sul palco personalità del mondo della cultura, dell’arte, dell’associazionismo e della cooperazione internazionale oltre che dello spettacolo. Nella fattispecie verranno premiati lo chef dell’Hotel Villa Cirigliano Mario Demuro insieme al suo allievo Alessandro Ferrara che ritirera un riconoscimento, la make-up artist di fama internazionale Stefania Tranchino, l’artista delle arti visive Corrado Veneziano, il cavalier Giuseppe Anelli, il presidente dell’Anci nazionale e Sindaco di Bari Antonio Decaro, la chimica Maria Caldararo, il generale della Legione Carabinieri di Basilicata Rosario Castello insieme a Tania Pisani Pezzuto che riceverà un riconoscimento e tre nostre illustri concittadine, affermate professioniste a livello nazionale ed internazionale: Luciana Digregorio ricercatrice, Fausta D’Acunzo insegnante e fondatrice dell’istituto scolastico Preparazione 2.0 e Filomena D’Ambrosio, affermata artista nel campo dell’arte di fama internazionale.

Quest’anno all’evento più importante dell’estate tursitana, inevitabile sarà il dibattito sull’emergenza Covid e su come è stato vissuto il periodo di lockdown grazie soprattutto alle testimonianze di due dei Sindaci maggiormente impegnati nel far rispettare le restrizioni imposte dal governo nazionale come Antonio Decaro e Salvatore Cosma, primo cittadino della Città di Pierro. Non mancheranno i momenti di confronto su vari temi e gli intermezzi musicali che allieteranno quello che è diventato uno degli eventi di punta dell’estate lucana grazie alla determinazione ed all’impegno del Sindaco e dell’amministrazione comunale. Fitto il parterre degli ospiti, in rappresentanza del mondo delle istituzioni, dell’economia e della cultura, che giungeranno nella città di Pierro per ammirarne la sua bellezza ed il suo fascino nel pieno rispetto delle norme attualmente in vigore contro il Coronavirus.>>

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“V per Vito”, X edizione, sabato 8 agosto, concerto gratuito in piazza a Tursi https://www.tursitani.it/v-per-vito-x-edizione-sabato-8-agosto-concerto-gratuito-in-piazza-a-tursi/ https://www.tursitani.it/v-per-vito-x-edizione-sabato-8-agosto-concerto-gratuito-in-piazza-a-tursi/#respond Wed, 05 Aug 2020 15:18:45 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4267 Nonostante i timori iniziali dell’emergenza sanitaria, il concerto “V per Vito” si riconferma per il decimo anno consecutivo nel calendario degli appuntamenti estivi lucani. Sabato 8 agosto, a Tursi, la musica sarà protagonista nella centrale piazza Maria SS. di Anglona, per quasi quattro ore di seguito. Presentatori d’eccezione il giornalista di Sportitalia Filippo Gherardi e […]

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Nonostante i timori iniziali dell’emergenza sanitaria, il concerto “V per Vito” si riconferma per il decimo anno consecutivo nel calendario degli appuntamenti estivi lucani. Sabato 8 agosto, a Tursi, la musica sarà protagonista nella centrale piazza Maria SS. di Anglona, per quasi quattro ore di seguito. Presentatori d’eccezione il giornalista di Sportitalia Filippo Gherardi e la conduttrice Elena Tubertini. Sul palco si alterneranno musicisti di provenienza eterogenea, ovvero band di professionisti affermati, giovani gruppi emergenti e gli amici di sempre, oltre a strumentisti e cantanti che col tempo, zoccolo duro dell’evento, hanno abbracciato la causa e sono entrati a far parte della “famiglia” dell’associazione di volontariato Onlus del “V per Vito”.

Associazione  nata nel marzo del 2012, per ricordare le passioni del giovane chitarrista tursitano Vito Gravino, venuto a mancare nel 2011 in un incidente stradale a Roma. Scaturita dalla forte volontà dei familiari e degli amici, con la loro passione autentica e un lavoro incessante , “V per Vito” ha ottenuto risultati importanti negli anni e anche quest’anno “non si voleva interrompere, seppur con le giuste restrizioni del caso, sia pure soltanto per una sera”. Una manifestazione musicale da subito impostasi nello scenario regionale, con numeri ragguardevoli: 9957 minuti di musica suonata, durante le varie edizioni dei 39 concerti gratuiti realizzati tra Roma e la Basilicata; 319 musicisti partecipanti in 19 location diverse; 15 workshop a tema musicale; quasi 50 progetti di musica originale proposti al pubblico. Senza dimenticare l’impegno promozionale e sportivo della benemerita associazione di volontariato “V per Vito”, concretizzatosi in numerose gare di corsa, anche per bambini, organizzate in sinergia con l’Atletica Amatori Tursi.

Info e contatti: pagina Facebook “V per Vito”; pagina instagram “V per Vito”: vpervito; Elena Gravino +39 3335883901; E mail: vpervito@gmail.com

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RABATANESTATE 2020 IX edizione – Lunedì 3 agosto, dalle ore 17, nell’antico borgo https://www.tursitani.it/rabatanestate-2020-ix-edizione-lunedi-3-agosto-dalle-ore-17-nellantico-borgo/ https://www.tursitani.it/rabatanestate-2020-ix-edizione-lunedi-3-agosto-dalle-ore-17-nellantico-borgo/#respond Sat, 01 Aug 2020 16:38:21 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4263 L'articolo RABATANESTATE 2020 IX edizione – Lunedì 3 agosto, dalle ore 17, nell’antico borgo sembra essere il primo su Tursitani.it - News.

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Dissesto, disastro, fallimento al Comune di Tursi https://www.tursitani.it/dissesto-disastro-fallimento-al-comune-di-tursi/ https://www.tursitani.it/dissesto-disastro-fallimento-al-comune-di-tursi/#respond Thu, 16 Jul 2020 11:53:17 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4215 Qui sotto il link per scaricare la delibera integrale della Corte dei Conti Delibera_piano_riequilibrio_Tursi_39_2020_PRSP

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Qui sotto il link per scaricare la delibera integrale della Corte dei Conti

Delibera_piano_riequilibrio_Tursi_39_2020_PRSP

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Quarta pubblicazione del cavaliere Francesco D’Errico, 91 anni, dedicata alla Reggia di Persano, un saggio storico-civile e di sociologia rurale e militare https://www.tursitani.it/quarta-pubblicazione-del-cavaliere-francesco-derrico-91-anni-dedicata-alla-reggia-di-persano-un-saggio-storico-civile-e-di-sociologia-rurale-e-militare/ https://www.tursitani.it/quarta-pubblicazione-del-cavaliere-francesco-derrico-91-anni-dedicata-alla-reggia-di-persano-un-saggio-storico-civile-e-di-sociologia-rurale-e-militare/#respond Fri, 26 Jun 2020 20:52:12 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4204 Il cavaliere Francesco D’Errico, 91 anni compiuti lo scorso settembre, è un intelligente, amabile e saggio Sotto Tenente dei carabinieri in pensione dal 1989. Con fermezza e fierezza, maturità e bonarietà, ma anche con coraggio e non senza sacrifici, egli ha prestato servizio ad Adrano (CT) e ha poi comandato per 21 anni, da Brigadiere […]

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Francesco D’Errico

Il cavaliere Francesco D’Errico, 91 anni compiuti lo scorso settembre, è un intelligente, amabile e saggio Sotto Tenente dei carabinieri in pensione dal 1989. Con fermezza e fierezza, maturità e bonarietà, ma anche con coraggio e non senza sacrifici, egli ha prestato servizio ad Adrano (CT) e ha poi comandato per 21 anni, da Brigadiere a Maresciallo, la Stazione carabinieri di Borgo Carillia di Altavilla Silentina, in provincia di Salerno. Attualmente è presidente onorario dell’Associazione nazionale carabinieri proprio di Altavilla Silentina, da lui fondata e presieduta per un decennio. Una esistenza trascorsa con elevata dedizione nella Benemerita, alla quale ha dedicato tutta la vita  e che gli ha restituito tutto, in termini di rispetto, considerazione, stima. Tra i tanti riconoscimenti, segnalo le onorificenze:  Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana; Medaglia d’oro per lungo comando; Croce d’oro per i 40 e 25 anni di servizio; Medaglia d’oro Mauriziana  per i dieci lustri di servizio;  Medaglia di Bronzo per l’assistenza ed ordine pubblico nelle zone terremotate del Salernitano del 1980/81 e per aver comandato tre mesi la stazione dei CC di Colliano colpita dal sisma.

Dunque, una carriera assai dignitosa di un generoso servitore dello Stato, di umili origini ma di straordinarie vedute e di inesauribili curiosità, oltre che esperto come pochi della complessità dell’animo umano. E tutto questo non basta comunque a definire le davvero tante qualità e il valore di una persona perbene, di un galantuomo in divisa e senza, poiché ha saputo da solo elevarsi al rango di personaggio di indubbio spessore, essendo dotato di grande sensibilità come umanista e autore di versi. Nel corso del tempo ha pubblicato Il breve racconto della mia lunga vita, Esperienze di Vita, Avventure d’amore, pur essendo sostanzialmente autodidatta, come confermano subito taluni dettagli delle sue diverse opere; ma proprio tali particolari, talvolta ingenui, anziché limitarne il confine intellettuale, ne potenziano  il senso dei progressivi risvolti culturali, proiettandolo in una dimensione riservata a pochissimi nella storia di Tursi, suo glorioso paese natale, in provincia di Matera, nella parte bassa della Basilicata.

L’ultima fatica storico-letteraria, dal titolo Reggia di Persano, perla della Piana del Sele, è arrivata appena prima di questa pandemia e rappresenta fin nei minimi dettagli un autentico atto d’amore verso un luogo precisato, dentro un territorio che ha segnato per sempre la sua crescita professionale e ancor più l’interiorità, essendo una seconda patria, come usa dire in tali casi autentici. Un centinaio di pagine e una settantina di fotografie, la gran parte in bianco e nero, dopo la consultazione di diverse pubblicazioni,  sintetizzano una ricerca viva e appassionata sul campo, tra cronistoria militare e scandaglio di ricordi diretti, con diverse testimonianze e tanti aneddoti raccolti tra gli anziani e i giovani, oltre a una moltitudine di nomi, non soltanto come destinatari dei ringraziamenti. Non a caso, credo, il libro si avvale di tre dense prefazioni, diremmo complementari. La prima del colonnello Diego Giarrizzo, Comandante del 4° Reggimento Carri, che lo definisce “uno dei grandi testimoni proprio del Comprensorio degli ultimi 50 anni”;  quella dello storico locale persanese Antonino Gallotta, per il quale “meticoloso e dedito è il lungo percorso del lavoro svolto a Persano, con riferimenti specifici alla funzione militare… (mentre) traspare tra le righe il compiacimento per aver avuto un ruolo importante e per tanti anni”; non ultima la terza, della docente di Lettere e storica dell’arte Nadia Parlante, che evidenzia come l’autore “se pur lontano dalla sua Tursi, ha subito capito che un’altra terra gli offriva riparo, ristoro e quel senso di appartenenza anelato, sempre nel rispetto dell’umanità, delle istituzioni e dell’Arma… Ha dunque contribuito a far luce sulle vicende storiche e militari di Persano in età contemporanea, colmando in tale modo, un tassello fondamentale che ancora mancava nella comprensione di un luogo tanto affascinante e amato”.

“A mio modesto avviso, Persano rappresenta davvero la perla della piana del Sele ed il fiore all’occhiello del meridione d’Italia. Pagine di storia, di mondanità, di attività venatoria, di svago e di lotte civili e politiche per la difesa dei diritti umani si sono sempre incentrati su tale luogo, oggi importante sede militare del Ministero della Difesa”, dice  D’Errico, sempre ammaliato, forse oggi più di ieri, e da profondo conoscitore della zona. Compreso tra i territori dei comuni di Eboli, Campagna e Altavilla Silentina, il secolare feudo di Persano, nella vasta foresta ricchissima di selvaggina, citata già da Virgilio nelle Georgiche,  si colloca(va) nel ducato di Serre e si estende tra i due fiumi Sele e Calore Lucano. Realizzata dall’ingegnere militare Giovanni Domenico Piana, con il successivo apporto del grande architetto e pittore Luigi Vanvitelli (autore della celeberrima Reggia di Caserta), la Real Casina di Caccia di Persano, è un enorme edificio di due piani costruito nel 1752, sui resti di un antico villaggio medievale, su ordine di Carlo di Borbone, che ne acquisì la proprietà nel 1758. Il sovrano di Napoli con la sua corte ci trascorreva il periodo invernale, anche per dedicarsi alla caccia al cinghiale.

Ma la dimora storica di magnifico valore architettonico, non lontano dal sito archeologico di Paestum, ospitò diverse personalità europee del Settecento/Ottocento, regnanti, politici, artisti, tra i quali Goethe, lo zar delle Russie, Metternich e il pittore Jacob-Philipp Hackert. Da ricordare, inoltre, la famosissima battaglia di Persano, che vide i legionari del generale Crasso Marco Licinio sbaragliare i ribelli di Spartacus, poi sterminati da Gino Pompeo Magno, che si attribuì il merito della vittoria. Il feudo passò nel XV secolo ai Sanseverino, Principi di Salerno. Proprio nella tenuta, già dal 1742,  il re pianificò il miglioramento della locale razza equina, fino a ottenere la prestigiosa “Real Razza di Persano”, cavalli da sella con particolari attitudine alla caccia, ottenuta con incroci e selezioni di varie razzie italiane ed estere. La reggia è stata poi occupata dai francesi e in seguito passata ai Savoia, ma anche luogo di scontro durante la Seconda Guerra Mondiale e successivamente di  rivendicazioni delle terre da parte dei comitati agricoli, mentre vi è rimasta la solida presenza e la duratura tradizione della dislocazione delle forze armate italiane, con la prosecuzione del successo zootecnico (nel 1951, il Centro Raccolta Quadrupedi di Persano).

Insomma, quello dell’autore è un appassionato saggio storico-civile e anche di sociologia rurale e militare, con il racconto finanche di dettagliate vicissitudini dal secondo dopoguerra in poi, inclusi gli usi e costumi dei persanesi, con le testimonianze di Maria Grazia Desiderio, insegnante Elementare, di Alessandra Gallotta, docente di Educazione fisica,  della prof. Anna Morcaldi, di Raffaele Sguazzo, detto Lello, maresciallo dell’Esercito in pensione. Un testo che merita una approfondita lettura, per condividere un viaggio nella memoria riattualizzata, con l’emozionante e lunghissima sequenza finale in appendice di nomi, incarichi e gerarchie. L’indubbio fascino e le ricche suggestioni  che arrivano al lettore, ritengo che scaturiscano con naturalezza dal dono raro che Francesco D’Errico ha saputo cristallizzare in se stesso, ovvero la nobiltà d’animo, lo stupore dello sguardo e il senso etico del lascito alla posterità.

Salvatore Verde

Francesco D’Errico, Reggia di Persano, perla della Piana del Sele, Edizioni “Il Saggio”, Eboli (SA), 2020, pp. 142, Euro 15.   

Georg_Abraham_Hackert_-Ansicht_von_Persano_auf_dem_Weg_nach_Paestum (ca.1800)

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Tursi e i Capitolo nella grande poesia di Albino Pierro (1916-1995), Vincenzo Cristiano (1865-1952) e Vincenzo Alberto Di Noia (1924-2013) https://www.tursitani.it/tursi-e-i-capitolo-nella-grande-poesia-di-albino-pierro-1916-1995-vincenzo-cristiano-1865-1952-e-vincenzo-alberto-di-noia-1924-2013/ https://www.tursitani.it/tursi-e-i-capitolo-nella-grande-poesia-di-albino-pierro-1916-1995-vincenzo-cristiano-1865-1952-e-vincenzo-alberto-di-noia-1924-2013/#respond Tue, 23 Jun 2020 11:48:32 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4184 “IL PAESELLO NATIO – 6 GENNAIO 1949” di Vincenzo CRISTIANO, in Foglie secche e note gaie Versi, Tipografia degli Orfanelli, Tursi (MT), 1950; Edizioni ArchiviA, Rotondella (PZ), 2006. Se siam da Policoro un po’ distanti/ siam poi d’Anglona più vicini a’ piani,/ che ricordano Pirro e gli elefanti/ e il console Levino ed i Romani:/ […]

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I tre fratelli Capitolo con un gruppo di amici, nel 1926. Rocco Bruno sosteneva che fossero quelli seduti (Manlio, Vincenzo e Guido). Silvano Latronico ritiene, invece, che si tratti dei fratelli Ferrara ( Salvatore, Luigi e Gennaro).

“IL PAESELLO NATIO – 6 GENNAIO 1949” di Vincenzo CRISTIANO, in Foglie secche e note gaie Versi, Tipografia degli Orfanelli, Tursi (MT), 1950; Edizioni ArchiviA, Rotondella (PZ), 2006.

Se siam da Policoro un po’ distanti/ siam poi d’Anglona più vicini a’ piani,/ che ricordano Pirro e gli elefanti/ e il console Levino ed i Romani:/ Tursi si noma il loco ov’io son nato,/ da grotte e da burroni circondato. / Vetusto è si, ma come è costruito,/ ma come son le fontamenta rose;/ per giunta è forse un po’ malsano il sito/ con le sue strade ripide e fangose, / dispensando po’ febbri a la sua gente/ gli scorre a’ piè precipite torrente. / E pur così com’è sporco e immondo/ col fango attaccaticcio che t’imbratta/ da non aver l’egual forse nel mondo/ possiede terra a ogno coltura adatta,/ e ‘l popol suo energico ed attivo/ dà grano, frutta ed olio a chi n’è privo. / Eppur così com’è può darsi vanto/ d’aver dato i natali ad un Oliva/ nell’arte del pennello illustre tanto,/ una cui figlia sposa se ne giva/ all’illustre Mancini, gran giurista,/ sommo parlamentar, sommo statista. / Eppoi fra’ trapassati noti a noi/ della Betulia Liberata autore/ Brancalasso, un Casano, un Ayr poi/ mio tanto venerato precettore,/ di cui estinta ancora non è l’eco/ del suo valore noi latino e greco. / Fu lui che mi guidò nei primi passi/ con mano esperta, docile e paziente;/ fu lui la fresca fonte, da cui trassi/ il modesto saper ch’orna la mente;/ fu lui, che pago alfine potè dire:/ Or va’ fidente verso l’avvenire. / E degno ancor nel semplice mio stile/ d’un fraterno pensier sincero e mesto/ l’amico impareggiabile e gentile/ Capitolo si colto e poi sì onesto/ da dire al cliente: Qual consiglio darti?/ La causa non va, puoi rassegnarti. / E Cucari non fu il compagno mio/ tanto famoso per le sue macchiette/ e pel suo stile pien d’umore e brio?/ Nemico un dì di codici e pandette,/ divenne un civilista rinomato,/ a Napoli ed altrove assai stimato. / Ecco Ferrara Andrea dall’alato/ e poderoso ingegno che al gradino/ ultimo è giunto come magistrato/ e dopo lui Peppino Camerino,/ or giudice a riposo e molto noto,/ che fu fra’ miei alunni il più devoto. / Ayr Carmela si modesta e buona,/ dallo sguardo pensoso e sempre mesto,/ fa parte della nobile corona./ Appena giovinetta ella ogni testo/ spiegava da Virgilio a Cicerone,/ da Senofonte, a Socrate e Platone. / I Capitolo ancora, altri scolari,/ a nome Manlio il primo e l’altro Guido;/ si giovani, sì buoni e a tutti cari,/ molto profondi: è proprio questo il grido:/ è l’un distinto ed alto magistrato,/ preside illustre l’altro e letterato. / I Pierro infin: tre amabili fratelli,/ che seguon del saper la nobil via./ Furono i tre tesori, i tre gioielli/ d’una maestra laboriosa e pia./ Valente penalista è già Peppino,/ poeta esimio il terzo a nome Albino. /

PRESSO IL SEPOLCRO DELL’AVV. DOMENICO CAPITOLO (2 – 11 – 1939)”  di Vincenzo CRISTIANO, in Foglie secche e note gaie Versi, Tip. Degli Orfanelli – Tursi (Matera), 1950; Edizioni ArchiviA, Rotondella (PZ), 2006.

M’aggiro meditando in questo loco/ di mestizia e di lutto e son già presso/ al tuo sepolcro, o anima di fuoco. /  Dal carattere fiero e mai dimesso,/ dal cuore retto e dall’ingegno acuto,/ eri d’un pezzo egual sempre a te stesso. / Con nobil gesto, generoso aiuto/ mai tu negavi, e sol per un nonnulla/ tu sì eloquente diventavi muto. / Perché mostrassi un’anima fanciulla/ e il maschio volto lo rigasse il pianto/ bastava un bimbo che gemesse in culla. / Nessuno più di te felice tanto/ coi tre gioielli avuti dal Signore,/ gloria per te, pel paesel gran vanto, / pel vecchio precettor sublime onore. / Eppure un gran dolor t’era serbato, / un dolor che non ebbe mai l’eguale,/ per Vincenzino tuo tant’adorato. / La sua mente sì lucida e geniale/ un morbo l’offuscò, s’ che la sorte/ tanto benigna ti si fe’ rivale. / Parve non t’abbattessi e fossi forte/ all’improvviso colpo del destino/ ma fossi tratto innanzi tempo a morte. / “Ch’io ti perdessi fu voler divino/ – mi par sentire in rassegnato accento -/ eternamente or mi sarai vicino. / L’affetto mio non sarà mai spento/ e avrà di me pietà il Sommo Iddio,/ o tu che fosti in vita il mio tormento, / riposa pure in pace, angelo mio”. / Ed or si plachi alfin l’anima inquieta,/ ammira, ammira, o spirito angoscioso,/ di Manlio e Guido la splendida meta / e fia anche per te dolce il riposo. /

“A MANLIO CAPITOLO” di Albino PIERRO, in Appuntamento (1946-1967) Premessa di Ernesto de Martino, Editori Laterza Bari, 1967

Manlio, / già sei nella terra, / ed io non so se ancora t’inseguono / quei frastuoni di trombe, / tu che solo in campagna / eri felice, o quando davi un’anima / a quell’unica tomba abbandonata / di un piccolo cimitero di montagna. // La piccola persiana, non più verde, della finestra / chiusa sopra i tetti, / -ricordi?- / ­continua a parlare, nel suo deserto, / col filo di spago mosso lieve dal vento, / e sembra che ripeta le tue parole / in un linguaggio d’arido splendore / senza spazio né tempo: / “E pensare che al mondo ci sono i fiori”. // Non so quante volte le scandivi / queste ed altre parole / perché le udissero i morti insieme ai vivi: / ed erano colpi di martello / che giungono lenti e precisi / al fondo musicale delle cose, / ma che poi rimanevano inerti: / inutili ponti d’amore / fra solitudini ed abissi; / e, lampada votiva nella notte, / tu ardevi trasfigurato nel tuo pallore. // Ora ti cerca il vento a Monteverde. / Non riesce a dimenticarti / né a darsi pace, il vento, / da quella dolce sera in cui ti vide / a colloquio col rospo sbigottito / che salvasti festoso dalla strada; / ti sorprese nel buio delle piante / dove tornava il guizzo delle stelle / e, a scatti, s’accendevano / innumerevoli arcate di sogni. / Io potrò pure ritornare al villaggio / per rivivervi la funebre adolescenza / nell’ora dei notturni distacchi / legati alle partenze cupe per il collegio: / vi troverò, in più, la tua casa deserta / divenuta la nave obliqua nel porto defunto. / Andrò allora a cercarti nella solitudine dei burroni / e ti riudrò, forse, nei loro bisbigli; / e guarderò a lungo la sottile falce di luna / che tu così spesso guardavi, / prima che l’odore delle frasche dei forni / con l’odore caldo del pane / ci accogliessero, a sera, / dalle mitiche passeggiate al convento. // Ma tu mi parli, ora, così poco / dalla tua grande pace. / Hai proprio tanto da dire / a quella bambinetta innamorata / che è venuta a trovarti nella tua nuova città? / E’ morta, e tu lo sai, di poesia, / e ha deciso, forse, di non lasciarti / se non quando sarà finito il vostro discorso / che non sarò meno lungo dell’eternità. // Manlio, mio Manlio, / come ardevi quella sera nel tuo pallore, / – ostia gigante di luce / comparsa sui vetri neri di una finestra -; / con quali innumerevoli voci / mi riparlava la tua anima / in quel vago accennare della notte sul mare / attratto dal buio della campagna deserta / in cui vagavo sereno col tuo ricordo. // Poi, come l’onda mi fransi / sul ciglio della strada rombante / -l’infallibile lama che taglia il velo dei sogni- / e mi confusi alle ombre, / e più deserto implorai / a quali mai rondini e a quale / mai torrida estate lontana / avrei potuto ripetere, / -e anch’io con un sospiro- / ciò che diceva tuo padre / guardando le stelle di luglio, / ciò che tu ripetevi / ricordando tuo padre: // “Ah poter sapere, poter sapere, / perché i morti non tornano”.

“A GUIDO CAPITOLO”  di ALBINO PIERRO, in Metaponto, Garzanti Editore Milano, 1982

Addù ti n’ha’ iùte, Guì? / Mbàreche t’hè chiamète frète tue, / e tu mò ha’ ‘a i’èsse cuntente, / all ‘atu munne, / ca lle pòi risponne. // Aqquebbàsce, / ci ha’ rumèse ni picche di terre / cchi lle fè nasce i fiore nd’ i staggione, / e nui si ni stavéme arraugghiète / chi a na bbànne e chi a n’ate / chi chiatrète nd’ u fridde o rivigghiète / nda nu sbutte di chiante. // Nun c’è nisciune, Guì, / ca si pò dè na mène; / eppure l’amm’ ‘a réje / stu muragghione àvete d’u munne / menze sciullète; / ll’amm’ ‘a fè i’èsse forte / sti vrazzicèlle noste fine fine / ca pàrene di vitre / o i vrazzicèlle ianche d’i rnahète.

Dove te ne sei andato, Guido? / Forse ti ha chiamato tuo fratello, / e tu ora devi essere contento, all’altro mondo, / che gli puoi rispondere. // Quaggiù, / ci hai lasciato un poco di terra per farli nascere i fiori nelle stagioni, /e noi ce ne stiamo avvoltolati / chi da una parte e chi da un’altra / chi ghiacciato nel freddo o svegliato / in uno scoppio di pianto. // Non c’è nessuno, Guido, /che possa darci una mano; /eppure dobbiamo reggerlo / questo muraglione alto del mondo / mezzo crollato; / dobbiamo farle essere forti / queste nostre braccine sot­tili sottili / che sembrano di vetro / o le braccine bianche dei malati. (Traduzione dell’Autore)

“DON GUIDO CAPITOLO” di Vincenzo Alberto DI NOIA, in “C’ete nd’u core poesia vernacola tradotta in italiano dall’autore”, Cultura Duemila Editrice, Ragusa, 1992

Come su’ mò/ nun ci furére senza di don Guido,/ aqquè, luntène assèi:/ avìje cangète vite/ e mi sintìje n’ate,/ cchiù mmègghie assèi di prime;/ ci stavìje cuntente,/ pure si scunfinnète a nn’àtu pizze/ di munne. / Po’, doppe ancun anne appéne,/ a la scurdète, a Pertegada,/ nu brutte jurne fridde di jnnère/ l’àgghie avute tra chèpe e colle/ come na mazzète:/ Don Guido è morto!/ Avìte schitte cinquant’anne fatte. / Mbàriche tante duhòre/ nun l’avére pruvète/ si m’avèrene dète averamente/ nu sacche di mazzète. / Mi sintìje sciullè u munne colle/ e avìje schitte vògghie di scappè:/ murìvite cchi gghille/ ‘a vògghie di ci stè. / Fridde di jnnère/ m’è rumèse aqquè daintr’u core.

Come sono adesso/ non ci sarei senza di don Guido,/ qui, lontano assai:/ avevo cambiato vita/ e mi sentivo un altro,/ migliore assai di prima;/ ci stavo contento,/ pure se sconfinato ad un altro pizzo/ di mondo. / Poi, dopo qualche anno appena,/ all’improvviso, a Pertegata,/ un brutto giorno freddo di gennaio/ l’ho avuta tra capo e collo/ come una mazzata:/ Don Guido è morto!/ Aveva solo cinquant’anni fatti. / Forse tanto dolore/ non l’avrei provato/ se m’avessero dato davvero/ un sacco di mazzate. / Mi sentii crollare il mondo addosso/ e avevo solo voglia di scappare:/ morì con lui/ la voglia di restarci. / Freddo di gennaio/ m’è rimasto qui dentro il cuore!

I coniugi Maria Ayr, detta Marietta, con Domenico Capitolo (primi anni del Novecento)

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Guido Capitolo (Tursi, 1906 – Udine, 1960)

La morte (nel 1954) del noto giurista Manlio CAPITOLO, a 51 anni, è rivissuta l’anno successivo nel memoriale inedito del fratello Guido, docente e preside nelle scuole superiori del Friuli Venezia Gulia, scritto dopo essere stato a Tursi per la commemorazione. Ancora oggi permane un ingenuo alone di mistero su quella fine, che l’anima popolare attribuì all’invidia, la stessa che ancora ferisce, ovunque, sempre. (s.v.)

Manlio Capitolo (Tursi, 1902 – Roma, 1954)

Vincenzo (Tursi 10.8.1900 – 19.3.1939), Manlio (Tursi 28.11.1902 – Roma 21.8.1954)  e Guido (Tursi 05.9.1906 – Udine 09.01.1960), erano i tre figli di Domenico CAPITOLO (Tursi, 02.4.1864 – 14.6.1931), di lontane origini pisticcesi, e Maria AYR, detta Marietta (Tursi 26.6.1876 – Roma 26.4.1955), tursitana ma di origini scozzesi. Il matrimonio fu celebrato il 19 luglio 1899 e la  coppia visse a Tursi in via Garibaldi 42. Primogenito di Vincenzo, il Dr Domenico era un valoroso avvocato e notaio nel periodo 1927-30, ma fu anche umanista e letterato, oltre che Regio Sub-Economo, presente come testimone all’Incoronazione del 1901 della Madonna di Anglona in Cattedrale.[1] Donna Marietta fu una stimata maestra Elementare  per diverse generazioni a Tursi; ormai da anni vedova, l’8 marzo 1939 emigrò a Udine; in seguito si spostò a Roma, dove spirò  a 78 anni, pochi mesi dopo la morte del secondogenito.  Lei e Manlio sono sepolti nel cimitero del Verano della Capitale. Il primogenito Vincenzo morì ad appena 38 anni, proprio nei giorni successivi alla partenza della madre. Guido aveva sposato Anna CASCELLA (1917-2012) che ha partorito due figli, entrambi poi sposati e senza prole: Luciana (1939), che vive a Roma, docente in pensione di Italiano e storia nelle scuole Secondarie, e Aldo (1947 -2009), funzionario di banca.

Entrato nella Magistratura a soli 22 anni, il 15 giugno 1925, Manlio Capitolo divenne Presidente del Tribunale di Venezia, quindi Presidente Capo del Tribunale di Roma e infine Consigliere di Cassazione, prima della prematura scomparsa che colpi l’immaginario popolare tursitano. La morte improvvisa a Roma di Manlio, definito il “Poeta del Diritto”, si è riverberata a Tursi, in termini di negazione della verità (la malattia epatica). In certo senso adombrata dall’anomala, diversa e strana resocontazione della stampa Capitolina, esaltante alla notizia dell’arrivo del Presidente nel Tribunale romano, ma minimizzante rispetto all’improvvisa dipartita (di solito, si fa esattamente il contrario). Tanto che il fratello Guido, appunto, scrisse questo memoriale, intimo e struggente, certamente per una più genuina elaborazione del lutto, continuata anche negli ultimi suoi quattro anni di vita, ma forse anche, probabilmente, per tacitare quelle dicerie.

“Guido Capitolo studiò nel Convitto Nazio­nale di Matera, conseguì nel 1925 la maturità classica a Potenza e si laureò in filosofia presso l’Università di Napoli nel Novembre del 1929 discutendo la tesi «La filosofia storica nel secolo XVI in Fran­cia», tesi che fu poi pubblicata nella collana di letture filosofiche di­retta da A. Aliotta presso l’Editore Perrella in Napoli. Insegnò nel Liceo di Matera e vinse la cattedra di Storia e filoso­fia dapprima nel Liceo pareggiato “Ovidio” di Sulmona e poi, sempre in seguito a concorso, nei Licei dello Stato e fu assegnato al Liceo Scientifico di Udine nell’ottobre del 1935. Da quell’anno fino ai primi giorni del 1960, per cinque lustri – grande mortalis aevi spatium! – svolse la sua attività ininterrottamente nel Liceo, come docente e come Preside, e sempre co­me educatore, perché dell’educatore ebbe il pathos umano e la ge­nialità artistica” (scheda redatta dal Liceo “Giovanni Marinelli” di Udine). Guido era un intellettuale “libero, amato e stimato nel mondo in cui viveva, una leggenda della scuola udinese, ha scritto Valentino Castelllani, prestigioso sindaco di Torino”, aveva collaborato con Piero Calamandrei e lasciato un segno di rettitudine, moralità e discrezione.

Salvatore Verde


[1] In Synodus Dioecesana Quam Pro Temporum Opportunitate Sub Auspiciis B. Mariae Virginia Ab Anglona Prima Anniversaria Die Redente SollemnisCoronationis Eius Carmelus Pujia Episcopus Anglonen. Tursien. Diebus XX, XXI, XXII, Maji A. D. MCMII Celebravit, Senis Ex Officina Typ. S. Bernardini, MCMIII, p.155

LA VERITÀ È SEMPLICE di Guido Capitolo

            Sono tornato, dopo circa vent’anni, nel mio paese natio. Avevo deciso di non rivederlo più, perché volevo che rimanesse nella memoria, dove da tempo si svolge la parte migliore della mia vita. “Amore di sogno”, scriveva il Leopardi nello Zibaldone, parlando del suo affetto per il fratello Carlo: amore di sogno era il mio per la terra natale, fatto d’immagini che si desiderava tenere lontano, perché a contatto con la realtà non perdessero la loro vita fuori del tempo e l’atmosfera di leggenda che avvolgeva la mia infanzia e la mia adolescenza. Mi pareva che quanto io avevo vissuto non fosse morto, ma si fosse distaccato da me e continuasse una sua lontana esistenza incantata, come in una fiaba, che era dolce e triste rievocare. La narravo questa fiaba, ai miei bambini che nella loro immaginazione trasfiguravano il mio paese natale, che era per loro il più vivo e il più reale di tutti, perché aveva la realtà della fantasia, in cui io, fanciullo ed adolescente, non differivo dalla folla dei viventi personaggi delle loro favole. La rievocavo con mio fratello Manlio, quando egli era ammalato incurabile ed entrambi conoscevamo la triste verità, che ci nascondevamo a vicenda: ma egli la nascondeva a me molto meglio di quanto io non riuscissi a nasconderla a lui, che era anche allora il fratello maggiore ed era sempre il più forte e il più sereno, come quando dovevamo partire per il collegio ed avevamo entrambi voglia di piangere, ma nascondevamo con pudore le nostre lagrime ed ognuno piangeva per conto suo in segreto.

            La morte era imminente e negli ultimi giorni il suo volto era diventato bellissimo, nella luce degli occhi che presentivano l’infinito e che irradiavano tutta la persona. Non era la morte che schianta ed umilia, ma era un consumarsi interno, che lasciava allo spirito la sua lucidità ed il vigore, accresciuti dal più leggero contatto con la materia, tanto che qualche volta insorgeva in me l’illusione che l’irreparabile non potesse verificarsi: la verità era allora obliata, discutevo con lui animatamente come nei tempi felici, giungevo sino a contraddire con convinzione il suo punto di vista, per quell’amore polemico che rendeva così frequenti le nostre dispute ideali; ma nella solitudine della mia camera mi rimproveravo il mio contegno, mi accusavo d’insensibilità e di egoismo, per poi ricadere nella stessa illusione, che egli, forse consapevolmente, infondeva in me. Trascorremmo le ultime sere sulla terrazza della nostra casa: il crepuscolo della calda estate romana scendeva sulla città e noi guardavamo assorti i filari di alberi che si perdevano in lontananza verso il Cianicolo, mentre le strade si animavano di folle chiassose e felici. L’onda dei ricordi scendeva su noi, ma la rievocazione era rapida, appena abbozzata, perché il nostro sentimento era trattenuto da un invincibile ritegno ed anche allora un sorriso interveniva sempre a contenere una lacrima.

Ricordammo la scoperta che facemmo del sole nell’adolescenza. Ci alzammo a notte fonda e con altri due compagni c’inerpicammo per gl’intricati vicoletti del nostro villaggio, illuminato dal plenilunio estivo, perché avevamo deciso la sera prima di assistere allo spuntare del sole, che non avevamo mai visto. La nostra meta era il convento di S. Francesco, che amavamo con tutto il cuore e che sentivamo nostro perché noi soli lo frequentavamo: era abbandonato forse da secoli e d’intatto non aveva che la facciata, mentre l’interno era una lugubre massa di rovine, con qualche traccia di una vita remota che ci dava un senso di sgomento profondo. Vedevamo da quell’altura il nostro villaggio, sparso sui cigli di burroni profondi, che come favolosi mostri chiedevano sacrifici cruenti: più volte entro quelle orride gole erano scomparse umane vittime, v’era  precipitato anche qualche fanciullo, che noi conoscevamo. Eravamo in trepida attesa e i nostri occhi erano fissi all’oriente: come nella leggenda dell’anno Mille, non si trattava di un fenomeno naturale che si ripeteva da milioni di anni, ma di un miracolo che si presentava a noi, che lo contemplavamo con animo vergine e lo sentivamo come una creazione, che non era mai stata e che non poteva più ripetersi.

            Non era di certo lo stesso sole che tramontava sulla città indifferente e neppure noi eravamo gli stessi. Ma più vicino a quel tempo era lui, che sorrideva al ricordo e mi riportava alla nostra casa: accanto al focolare, dove trascorrevamo le interminabili sere invernali; nel cortile, dove giocavamo; nell’orto, dove una volta costruimmo un villaggio, che in mio onore battezzammo S. Guido. E della nostra casa rivedevamo ogni camera e carezzavamo ogni angolo: quello in cui dormivamo e attendevamo i doni della Befana ed una volta la maga si dimenticò di lui, perché era più grandicello di me e pensava che ormai fosse fuori dell’incantesimo: di fronte alla sua delusione il babbo annunciò che forse la vecchierella li aveva dimenticati in un’altra camera e comparve infatti trionfante con i doni: ma egli allora sentì che l’infanzia era morta per lui. Di fronte alla nostra casa c’era zia Arcangela, una vecchietta ottantenne che abitava in una stamberga e noi non sapevamo di che cosa vivesse: ma noi rubavamo alla mamma nella dispensa le provviste e le portavamo a lei, che lacrimando ci benediva. Dentro la casa c’erano angoli che io non potevo rievocare perché erano quelli che racchiudevano le più delicate sfumature della sua anima: quello in cui assisteva il padre infermo e mai si moveva dal suo capezzale, mentre io, assai meno resistente e molto più svagato, correvo a giocare ed entrambi dimenticavo; quello in cui studiava e nello studio dimenticò la sua giovinezza, che trascorse solitaria e malinconica in uno sperduto villaggio, sempre lontana dalla città universitaria in cui i suoi compagni passavano gli anni più belli della vita.

            Erano anni difficili per la famiglia ed egli non volle che fosse fatto per lui il più leggero sacrificio: studiò da solo e sostenne sempre tutti gli esami in una sola sessione; preparò da solo la tesi, lontano dalle biblioteche, e conseguì splendidamente la laurea: quando ancora era quasi un giovinetto. Dopo la laurea riprese gli studi per il concorso in magistratura: io rivedevo il suo tavolino, che era accanto a un balcone, da cui contemplavamo il desolato paesaggio: il torrente sempre asciutto; il deserto convento di S. Rocco che era a picco su di un’altura quasi inaccessibile, animata soltanto da due tristi cipressi; le brulle montagne su cui erano sparsi due villaggi, che noi sentivamo lontanissimi, come se appartenessero a un continente inesplorato. Quando calava la sera, da quel balcone contemplavamo la tenebre profonda, appena rotta da qualche fioco lume che veniva dalle case invisibili: erano lume di candele e di lucerne, quasi lampade votive di un cimitero. E in quel silenzio irreale mi pareva qualche volta di essere stati dannati a vivere in una città di morti, dove nulla accadeva e dove nulla potesse accadere: l’amore, che conoscevamo dai libri, era una leggenda che apparteneva a un mondo irreale, ad un’età di Saturno che era sepolta per sempre. In quella tenebre sentivamo qualche volta suonare le campane: erano voci umane che avevano soltanto la nota della tristezza modulata come sospiri profondi di anime svanite, che narravano a noi ignoti dolori di un’età lontana, che non poteva differire da quella presente e di quella futura, perché il tempo là non era stato ancora inventato.

Studiava ed il lume a petrolio concentrava la luce sul libro, lasciando nel buio la camera, dove qualche volta io m’intrattenevo e sognavo: sognavo un assurdo avvenire, in cui la nostra vita non sarebbe stata un continuo controllo della nostra anima, in cui avremmo smesso di scavare nell’interiorità e la gioia sarebbe sopraggiunta, al passato non avremmo più pensato, per vivere sul serio. Per vivere sul serio specialmente lui, che sino a quel tempo della vita non conosceva che il collegio e la casa, lo studio e le malattie dei famigliari. Ma vinse il concorso, riuscì il primo in assoluto, egli che era il più giovane di tutti i candidati, e fu destinato a reggere la giustizia in una delle sedi più aspre, dove i delitti più atroci quasi non impressionavano più perché apparivano fatali eventi naturali, come le valanghe e le alluvioni. Passò tra quelle valanghe senza essere sfiorato e salì verso la vetta quasi senza proporselo, come il fuoco, di cui parla Dante, che si muove leggero verso l’alto, non per uno sforzo, ma “per la sua forma che è nata a salire”. Ancora nel pieno vigore dell’età matura era giunto a pochi passi della meta suprema, ma di ciò non mostrava di accorgersi ed aveva conservato l’animo di una volta, non attenta al successo, ma alla purezza delle intenzioni; concentrata nel sacrificio, che non sentiva come tale; nell’amore verso gli umili e gli affetti, che non ostentava, ma che copriva di segreto pudore. Sentiva anche allora il problema del dolore, che non riguardava soltanto l’uomo, ma ogni essere vivente, perché nell’unità del reale avvertiva, come un grande filosofo, la solidarietà dell’universo e si affannava per la sofferenza di un moscerino o di un animale, come per quella di un uomo. Un cane che latriva nella notte gli appariva percosso da dolore umano, tanto da voler entrare in lui e porgere aiuto, come in questa nota che, al pari di altre, ha un impeto lirico, pur non essendo seguita che per ricordo di uno stato d’animo:

 “Rocco/ il grido/ della bestia in catene/ si levò nella notte./ Fasciato/ di una pena senza luce,/ senza attesa di pietà,/ squarciò/ gravemente/ il buio./ Non tentò di salire./ Nell’istante di angoscia/ volli porgere aiuto/ al suo cuore umano/ chiuso/ nel petto di bruto…/ Volli entrare in lui/ e abbracciarlo./ Ma sentii/ che era nella stessa pena,/ che la stessa notte ci avvolgeva./ Mi riadagiai sul guanciale/e attesi/ con paura/ il grido.

Ora era presso la morte e vi era giunto senza nessuno se ne accorgesse: il vigore del suo spirito sembrava inestinguibile e sino agli ultimi due giorni si occupò del suo lavoro; poi non si alzò più dal suo letto, attanagliato da atroci dolori, che nessuno poteva lenire, ma che egli sopportava con la rassegnata serenità di un saggio antico. Era accanto al suo capezzale la madre, che, ugualmente forte, non emetteva un sospiro e non versava una lagrima: la guardò teneramente nell’ultimo giorno e sentì il bisogno di abbracciarla. Rimanemmo poi soli e con un triste sorriso ricordo che mai avremmo fatto una carezza alla nostra mamma: ricordo delicati episodi del suo amore per noi e la sua dedizione alla famiglia, in cui aveva obliato la sua persona. Tacque per alcuni istanti e, con voce mutata che già sembrava venire dall’eternità, guardandomi con occhi lucidi e penetrati che non gli aveva mai visti, disse: “La verità e semplice!”. Furono le sue ultime parole: fu solo verso sera che io feci ciò che avrei voluto fare tante volte nella vita e mai avevo osato: presi la sua mano, la strinsi nella mia e la sentì vibrare sino alla fine. Quando lo vidi poco dopo nella camera ardente, bellissimo nella solennità della morte, io sentii che il nostro non era un distacco, ma un unione che non poteva più perire, perché era fuori del tempo, nella luce dello spirito, di cui, nell’istante della morte, con le sue ultime parole, m’aveva rivelato il senso più vero.

Trascorsi la notte accanto a lui, in un muto colloquio: la verità era semplice ed egli me lo aveva insegnato in tutta la vita, senza che io me ne accorgessi; io l’avevo ricercata con l ’intelletto, che scruta ed indaga la realtà, per chiuderla in formule logiche, legate indissolubilmente alla infelicità del mio essere finito e mortale. L’avevo ricercata con l’orgoglio di Pilato che domandò “quid est veritus?” al Maistro, che gli aveva detto di essere la verità. Come Pilato non attese pure la risposta alla sua domanda, così io non vedevo la verità che mi era accanto, elevavo la mia empiricità al regno dell’assoluto e mi distaccavo sempre più da Dio, che invano a sè mi chiamava con l’esempio di una vita che sempre aveva rinnegata sè stesso, nella dedizione agli altri: accanto al capezzale del padre ammalato, nel seno della famiglia che non voleva che si sacrificasse per lui, nel duro esercizio del suo dovere nelle situazioni più drammatiche, nella coscienza del dolore che affanna gli uomini, gli animali e tutti gli esseri viventi, che erano per lui un unico spirito che gl’impediva di sentire il suo dolore. Io avevo cercato di attingere l’infinito sovrapponendo indagini su indagini, pensieri su pensieri, come il gigante del poema su Haller che voleva giungere a Dio sovrapponendo monti su monti e in ultimo esclama meravigliato: “Io tolgo tutti i monti e ti vedo innanzi a me.” Io lo vedevo quella notte innanzi a me, perché vedevo finalmente la mia persona effimera, insignificante, irreale: nel riconoscimento di essere tale, il senso dell’universo si trasfigurava e la verità diventava semplice;  io non ero altro che un atomo che solo in questo vibrava all’unisono con il tutto e nel tutto s’immergeva e si perdeva, poteva acquistare dignità e rilievo. Intesi quella notte le parole del Maistro: “se uno vuole tenermi dietro, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”. Intesi di chi voleva parlare quando disse: “non guasteranno la morte finché non vedano il Regno di Dio”.

            Io vedevo finalmente il regno di Dio, che non era fondato sull’intelletto, che divide, ma sull’amore, che unifica e, come nel Cantico delle creature, spiritualizza tutte le cose che perdono la loro ottusità e si animano del comune spirito che le regge, onde nulla ci è estraneo e ogni essere ci è vicino e, per quanto abietto possa sembrare, è compagno e fratello. La morte così non è più spaventoso annientamento e naufragio, ma prosecuzione in quel regno dello spirito da cui non è possibile disgiungerci, se veramente ne abbiamo fatto  parte, prendendo ogni giorno la nostra croce, aiutando gli altri a portarla e soprattutto dimenticando la nostra per quella degli altri. La morte diventa così sorella che amorevolmente ci prende e si ricongiunge alla vita, in un ritrovamento di tutti gli spiriti che costituiscono l’armonia dell’eterno. Continuai il mio muto colloquio sino all’alba, finché il capo mi cadde stanco sul tavolo su cui egli era disteso; rimasi così fino a quando il primo raggio del sole che sorgeva su Monteverde mi colpì sul viso: era lo stesso sole che avevamo visto insieme spuntare nell’adolescenza sul convento di S. Francesco ed io sentii che sorgeva anche per lui e che non poteva tramontare.

            Tornai in quella camera dopo qualche mese. Mia madre aveva voluto rimanere nella casa dove era vissuta con il figlio, mentre io ero ripartito per una lontana città. Si spense improvvisamente e quando di sera io giunsi, la trovai nella stessa camera ardente, distesa sullo stesso tavolo su cui era stato il figlio. Anche per lei la verità era stata semplice. Io tutti avevo perduto, ma non per questo sentivo di essere rimasto solo: ancora più che nell’altra notte di veglia, gli spiriti dei miei cari erano uniti al mio, in un possesso che ormai non temeva più separazione. Mi parlava nel cuore la lirica di un poeta contemporaneo che io non sapevo di ricordare: quella della madre morte che conduce per mano il figlio, anch’esso morto, davanti all’Eterno per impetrargli il perdono e non osa guardarlo finché Egli non l’ha concesso. Ricorda allora di averlo atteso tanto e ha “negli occhi un rapido rispiro”.

            Qui il figlio aveva atteso la madre e l’aveva condotta per mano davanti all’Eterno, che non poteva non averli accolti nel suo seno perché per entrambi la verità era stata semplice. Sono ritornato, dopo circa vent’anni, nel mio paese nativo, che avevo deciso di non rivedere mai più. Vi sono tornato perché hanno voluto ricordare mio fratello nel suo paese natale, che tanto aveva amato e da cui era stato ricambiato di tenero amore. Discesi da una lontana città del nord e partii da Napoli di notte, con lo stesso treno che prendevo quando ero studente universitario per ritornare in famiglia; era un treno che fermava in tutte le stazioni e non arrivava mai. Sembrava che il treno si fosse fermato: nella dormiveglia sentivo il grido che annunciava le stazioni e mi pareva che fosse lo stesso grido; vedevo i volti dei viaggiatori che salivano e scendevano, e mi pareva che fossero gli stessi di una volta, come gli stessi erano i lumi e i treni che s’incrociavano o si udivano fischiare in lontananza come in un lamento.

            Mi addormentavo e mi ritrovavo lo stato d’animo di una volta, come se non fosse trascorso quasi una vita intera: ero io che tornavo nella mia casa, dove c’erano ad attendermi i miei cari; rivedevo l’arrivo, ripercorrevo la strada per giungere alla mia dimora, sentivo le esclamazioni di gioia e rivivevo la poesia del ritorno. Mi addormentavo e sognavo: il pergolato, che dal cortile si arrampicava sino al balcone della mia camera; il salotto, dove nelle giornate di pioggia m’intrattenevo con mio fratello e insieme rotavamo a un tavolo e parlavamo per ore: dei nostri libri preferiti, dei poeti adorati di cui recitavamo i canti più belli, del nostro passato e del nostro avvenire. Ma un grido più forte degli altri e l’irrompere del treno in una grande stazione sfolgorante di luci mi scuotevano dal sonno e rompevano l’inganno: il tempo aveva ripreso il suo flusso ed io non ero più lo stesso; sentii il brivido della solitudine e l’angoscia di un ritorno senza significato. Provai quasi il rimorso di rompere un dolce incantesimo e di distruggere con il celo della mia presenza una vita da fiaba che là continuava: la fiaba della mia infanzia e della mia adolescenza con i dolci personaggi che l’avevano circondata e l’avevano abbellita.

            Il treno ripartì dalla grande stazione e caddi in un sonno profondo che mi tolse ogni senso ed ogni immagine, finché le luci del giorno mi ferirono il volto e con un brivido tornai alla coscienza: innanzi a me si stendeva il paesaggio della Lucania, che non vedevo da vent’anni. Non l’avevo mai sentito come allora: un paesaggio di sogno, in bianco e nero; una terra brulla senza alberi e senza fiori; montagne desolate che cadevano a strapiombo su torrenti; villaggi sparsi su posizioni assurdi; malinconiche lande senza un segno di vita, con rare macchie e cespugli.  Mi balzò nella mente un passo del Diario di Kierkegard: “Qui tutto si distende nudo e senza veli dinanzi a Dio; qui non si trovano le molti distruzioni, i numerosi meandri, in cui sembra che la coscienza si possa nascondere e di dove riesce difficile richiamare alla serietà della vita i distratti pensieri. Qui la coscienza deve decidere in modo determinato e preciso di se stessa. Dove io posso sfuggire innanzi al tuo sguardo, o Dio?”. Compresi allora il segreto dell’anima che veramente è vissuta in quella terra e vi è rimasta aggrappata: là non si sfugge allo sguardo di Dio e là la coscienza deve decidere in modo determinato e preciso di se stessa. E compresi che chi non sfugge allo sguardo di Dio, sente che la verità è semplice.

                                                                                  Prof. Guido Capitolo

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GLI ANDREASSI A TURSI (1620 – 1750 circa), BREVE PARABOLA DI UNA GRANDE FAMIGLIA. Intensi i legami con i Coperta, Toscano e Panevino (2 – fine) https://www.tursitani.it/gli-andreassi-a-tursi-1620-1750-circa-la-breve-parabola-di-una-grande-famiglia-intensi-i-legami-con-i-coperta-toscano-e-panevino/ https://www.tursitani.it/gli-andreassi-a-tursi-1620-1750-circa-la-breve-parabola-di-una-grande-famiglia-intensi-i-legami-con-i-coperta-toscano-e-panevino/#respond Tue, 16 Jun 2020 18:59:18 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4120 L’arrivo a Tursi della famiglia Andreasso fu propiziato da un matrimonio. Tutto quello che il loro nome tradizionalmente rappresentava nel circondario calabro-lucano, per nobiltà, ricchezza e rispetto fu subito riconosciuto ed ebbe la considerazione e la stima più ampia che meritava, anche nel rapporto con la Chiesa. Ma, come una meteora, la scia degli Andreasso […]

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Stemma degli ANDREASSI

L’arrivo a Tursi della famiglia Andreasso fu propiziato da un matrimonio. Tutto quello che il loro nome tradizionalmente rappresentava nel circondario calabro-lucano, per nobiltà, ricchezza e rispetto fu subito riconosciuto ed ebbe la considerazione e la stima più ampia che meritava, anche nel rapporto con la Chiesa. Ma, come una meteora, la scia degli Andreasso si eclissò nel volgere di circa 130 anni, agevolata dalla precaria felicità coniugale, fatta di troppe vedovanze e di pochi figli, ma di grande levatura. Gli eredi segnarono poi il loro passaggio definitivo nella capitale del Regno, a Napoli, dove furono protagonisti del diritto e amministratori della giustizia del livello più alto. Così la discendenza in loco scomparve per sempre, finanche nel ricordo della comunità tursitana, almeno da quando, assenti di fatto negli ultimi decenni, si allentò anche l’interesse per l’ultima cappellania. La famiglia Andreassi, dunque, è destinata a rimanere praticamente una sconosciuta. Ma, voglio sperare, non per tutti. Ci sono e ci saranno sempre coloro che coltiveranno il culto della memoria e  l’amore per la storia, anche quella minore, particolare e unica delle proprie originarie radici. Dove il passato è solido può radicarsi forte anche l’idea del futuro.

Lo storico tursitano Rocco Bruno[1], citando il Nigro e il Muratori, ha scritto che il capostipite Vespasiano Andreasso arrivò  a Tursi verso il 1620, proveniente da Rocca Imperiale (CS), comune calabrese pienamente integrato nell’allora diocesi di Anglona e Tursi (così denominata dal 1546).  In effetti, gli Andreasso lucani erano originari del vicino comune di Oriolo (CS), anch’esso nella stessa diocesi come altri centri dell’alta Calabria, incluso Amendolara, dove la loro presenza è accredita almeno dal 1520  e dove tuttora si ammira il palazzo con il simbolo degli Andreassi (un animale che rimanda a una oca, altrove a una cicogna o a un cigno). Ma forse i loro avi arrivarono al sud addirittura dal centro Italia o dalla Lombardia, anche se attualmente non ci sono conferme per dimostrare il collegamento più antico con taluni signori del bresciano oppure con i nobili Andreasi di Mantova[2]. Di certo tale famiglia, dopo poco tempo, a Tursi aveva già consolidato ampiamente la consistenza dei legami, la sua indubbia importanza e l’alta reputazione di cui godeva non soltanto nella comunità locale. Ma è stata di breve durata, appena più di un centinaio di anni, la veloce e indiscussa gloria tursitana nella memoria collettiva, poi  conclusa con il trasferimento dei discendenti a Napoli. Già dal secolo successivo i tursitani ne avevano perso progressivamente e definitivamente le tracce, con l’assenza ufficiale dal Catasto Onciario di Tursi, portato a compimento il 26 gennaio 1754 (quando Tursi, con i suoi 4.267 abitanti, era tra i centri maggiori della Basilicata). Comunque, al di là dei loro legittimi interessi, il segno lasciato è stato ragguardevole, per l’autorevolezza, l’equilibrio e la generosità del loro agire, oltre che in termini di affetto profondo e di duratura attenzione verso le comunità di Oriolo e di Tursi. Sono meritevoli di citazione sia il loro riconosciuto prestigio nelle scienze giuridiche sia i lasciti abbondanti nel paese d’origine e almeno una donazione tursitana (la propria “casa palazziata in strata Santa Crucis”, adattata per la sede della fondazione del Conservatorio delle Nobili/Nubili donzelle).

Sabina Vitale[3] è stata oltremodo gentile a inviarmi diverse fotocopie tratte dal testo di uno dei suoi avi, Giorgio Toscano[4], di Oriolo, avvocato e nipote di Vespasiano Andreasso. Il libro di Toscano, della seconda metà del XVII secolo (pubblicato postumo, nel 1996, a cura di Pina Basile, dell’Università degli studi di Salerno), è un memoriale autentico e ricco e conferma le intuizioni della Vitale, perché contiene una moltitudine di notizie relative alla famiglia Andreasso, alla Città di Tursi e ai legami con altre famiglie nobili tursitane.

Francesco Vespasiano Andreasso di Oriolo, nonno di Vespasiano Andreasso a Tursi

Giorgio Toscano (in seguito qui: GTt) descrive l’albero genealogico materno e inizia dal XVI secolo con il Dr Francesco Vespasiano Andreasso, di Oriolo, medico insigne e ricco, che sposò Vittoria Reca o Greca; da loro nacquero: Decio, Ascanio, Francesco, Lucrezia e Isabella Andreasso; il primogenito Decio Andreasso fu dottore di legge ed ebbe per moglie Isabella Marini, sorella del Dr Ottavio Marini, questi marito di Vittoria Toscano, sorella del padre di Giorgio Toscano; Decio e Isabella ebbero alcuni figli, Vespasiano, Virginia (poi moglie di Pietr’Antonio Toscano, padre di Giorgio) e Vitttoria Andreasso (sposa di Francescantonio Erario di Tolve, madre di Camillo, Isabella e Vincenza d’Erario).

Vespasiano Andreasso (? – Napoli, 1664), dunque, fu il primogenito del Dottor Decio Andreasso e Isabella Marini, poi “Dottore di legge (U.J.D.)”, quindi capostipite della famiglia a Tursi. Nel 1631, sposò Modestina de Consiliis, ricca ereditiera tursitana, unica figlia del Dottor Francesco Antonio de Consiliiis. Nella casa di questi “perchè v’era un federcommesso del consigliere de Giorgio suo parente, si trasferì nella casa di detta Modestina, unica figlia, col peso di porsi della famiglia de’ Giorgio de Consiliis[5]”, pertanto al loro unico figlio fu imposto il nome di Francesco Antonio Andreasso De Giorgio De Consiliis (data di nascita imprecisabile). Che sarà citato in famiglia come “il Presidente”, per i suoi incarichi prestigiosi nel Tribunale di Napoli e alla Regia Dogana di Foggia.

Dopo la morte della moglie Modestina de Consiliis, Vespasiano Andreasso “passò a seconde nozze” con la tursitana Virginia Panevino (? – 05/9/1651), ma non ebbero eredi. Figlia di Matteo Panevino Seniore, lei era già stata vedova due volte, in entrambi i casi con prole. Aveva sposato prima il Dottor Giulio Donnaperna e da loro nacquero: Antonello Donnaperna, dottore;  don Matteo, canonico; Berardino, Antonio (diventato abate nel 1650 e oltre, battezzò come padrino il figlio del fratello Antonello[6]); e Solenne Donnaperna. Vedova del primo marito, Virginia Panevino si unì poi in matrimonio con Antonio Putignano, barone di Craco, costui figlio del barone Scipione. I Putignano avevano acquistato il feudo con molta probabilità fin dal 1605, perché Craco fu poi venduto nel 1642 proprio da D. Virginia Panevino per conto della sua unica figlia D. Veronica Putignano, che sposò  il Dottor Michelengelo Latronico di Tursi. Morto il barone Antonio Putignano, la stessa Virginia passò a terze nozze proprio con Vespasiano Andreasso (zio di Giorgio Toscano), senza altri figli, quindi lei morì il 5 settembre del 1651. L’avvocato Vespasiano, già due volte vedovo, sposò allora (nel 1652?) in terze nozze Geronima Picolla (? – 1660 circa), parimenti di Tursi, anche lei pure doppiamente vedova del Dottor Gio: Antonio Asprella e di Giovanni Vincenzo Leone, e comunque senza figli. Con la morte anche della terza moglie, Vespasiano “abbandonò Tursi e si ritirò in Napoli, per andare a morire tra le braccia del figlio, ove visse circa tre anni e dopo se ne volò al Paradiso nell’anno 1664” (GTt). 

A riprova delle origini oriolesi, del trasferimento a Napoli e della generosità, questo stralcio di documento, interessante già dal titolo del paragrafo nel testo originale di Toscano: “Orto del D.r Vespasiano Andreasso in contrada della Trinità”: <<Il D.r Vespasiano Andreasso mio zio, possedeva un orto in contrada della Trinità, pervenutogli da suoi antecessori, confina col retroscritto orto del D.r … Toscano, ed altri fini; quale D.r Vespasiano essendo andato a far casa in Napoli col figlio, con più sue lettere ci donò gli stabili, che possedeva in Oriolo, il ché ultimamente ci fu confermato dopo la morte di detto D.r Vespasiano dal D.r Francescantonio suo figlio, al presente degnissimo presidente della Regia Camera della Sommmaria, con sua lettera da Napoli, sotto li 4 gennaro 1667, che in mio potere si conserva con queste parole: “codesti stabili, che sono in Oriolo, so che non possono servirmi, sappia govarnarseli, e se potesse recuperare qualche carlino da codesta Università pure sarebbe suo, né so dirli altro, parendomi nel resto che Vostra…>> (GTt).

Francesco Antonio Andreasso, avvocato, giudice, presidente e regente

Il figlio di Vespasiano, Francesco Antonio Andreasso fu anch’egli Dottore di legge, essendosi laureato in Legge a Napoli, prima del 1653, in seguito divenne giudice della Gran Corte della Vicaria e Presidente Regia Camera della Sommaria, oltre che Presidente all’Ufficio della Gran Dogana di Foggia detta Regia Dogana Menapecudum Apuliae e poi Regente del Collateral Consiglio per S. Maestà. Fu lui che donò l’abitazione di famiglia, nell’attuale via San Domenico, per il citato Conservatorio delle Verginelle (crollato nel XIX secolo). Giorgio Toscano gli dedica queste parole elogiative: <<“Avendo atteso ai tribunali di Napoli, fece coll’aiuto di Dio gran progressi, perché avendo fatto il noviziato alle procure in breve ottenne il posto di avvocato de’ primari; indi a forza del Sig. Marchese d’Astrorga allora Vicerè del Regno fu tolto da tribunali e collocato al servigio di S.M. per Giudice della Gran Corte della Vicaria, non trascorsero molti anni, che passò nella Regia Camera per avvocato fiscale di quella, come troppo zelante del regal patrimonio, da dove poi pel suo merito in breve tempo fu portato alla dignità di Presidente della medesima Regia Camera della Sommaria e per maggior servigio di S.M. fu mandato per Presidente all’Ufficio della Gran Dogana di Foggia detta Regia Dogana Menapecudum Apuliae; posto occupato per prima dalli Regenti del Collateral Consiglio ed avendo fatta residenza per due anni con molto accrescimento della Regal Azienda, perché l’aria non troppo li confaceva avendoci passata infermità pericolosissima, ottenne licenza di ritornare in Camera, dove (ha servito) da Presidente di quella, e se Dio li concederà vita si spera infallibilmente che li suoi meriti l’abbiano da portare al collateral Consiglio per regente di Canceleria, per la quale ha avuto una volta la nomina e ne avrebbe ottenuto l’onore se li mezzi efficaci d’altri concorrenti non l’avessero prevenuto, egli però non tiene quest’ambizione, perché non ambisce partirsi da Napoli, né tampoco ci usa manifattura con denari e altri mezzi, così come ha fatto nell’altri posti, per li quali è passato per li soli suoi meriti.>> (GTt).

Il Presidente Francesco Antonio Andreasso “si casò giovinetto” nella città di Napoli,  nell’anno 1645, con la signora Giovanna Savia Cangiana, nipote del Consigliere don Francesco Savio e cognata del Consigliere don Gio: Battista Jovino. Vissero molti anni insieme ma non ebbero figli, per la sterilità della moglie, che morì prima del 1670. “Perché li matrimonj per essere buoni e viverci con quiete devono essere uguali in tutte le condizioni, così di nascita, come di età e di sostanze, e perciò contrasse matrimonio con detta Anna Fusco, conforme del tutto mi donò parte con sua lettera, che da me si conserva in data de 19 febbraio 1670”, puntualizza ancora Giorgio Toscano nel suo libretto, aggiungendo chiaramente che l’Andreasso, allora avvocato, nonostante “avesse avuti molti partiti di Sig.ri di seggio, non vi volle applicare l’animo colla massima: si vis nubere, nube pari”. Ebbene, in quel mese dell’anno, Francesco Antonio si risposò in seconde nozze con la signorina Anna di Fusco, nipote e cognata del Consigliere don Giuseppe di Rosa,  questi marito della sorella “con dispenza” (ma non è chiaro il motivo) e nipote “carnale” di Monsignor Quaranta, Arcivescovo d’Amalfi, e di Monsignor di Rosa, Vescovo di S. Angelo, suo cugino, oltre che nipote del Regente Capobianco, che ebbe per moglie la zia di Giovanna, “ed altri parenti tutti di qualità”. E “avendo il Grand’Iddio voluto ricompensare la sterilità della prima moglie con larga usura di fecondità nella seconda” (GTt), Anna Fusco partorì almeno quattro figli; Giuseppe Maria, Vespasiano, Teresa Maria, Geronima.

Dal primogenito Giuseppe Maria, la Vitale ritiene (non dal secondogenito Vespasiano, come sostiene il Bruno) sia proseguita la linea genealogica con un altro Francescantonio Andreassi, che fu anch’egli giudice della Vicaria dal 1701 al 1710. Con il definitivo spostamento dei rappresentanti della famiglia Andreassi nella Capitale del Regno si concluse il ciclo tursitano.

Il solido legame di discendenza con le famiglie Coperta e Toscano e con  i Panevino

Un’altra ramificazione del legame con la famiglia Panevino rimanda direttamente a Giorgio Toscano, autore del prezioso memoriale nel quale descrive ovviamente soprattutto le personali vicissitudini familiari, ma dà ampio spazio agli Andreasso. Nel testo egli discorre della moglie Grazia Coperta (di Tursi) e dei suoi parenti materni e paterni, ovvero delle famiglie: Palumbo, Picolla, Andreasso, Valicento, d’Aloisio, Pasca, Basile, Quaranta, Mazzeo, d’Alessio, d’Elia, Formica (di Aliano), Panevino, Camerino, Donnaperna, Caputi, Quinto, Brancalasso, de Virgiliiis, Molfese (di Sant’Arcangelo), de Siderio.

Francescantonio Panevino, figlio del Dr Gio: Lorenzo Panevino e di Grazia Picolla,  sposò Regina Coperta e la coppia ebbe almeno cinque figli: Gaetano, primogenito, si laureò; – Don Francesco Panevino, dottore, “che avendo eletta la via ecclesiastica si trattiene nella città di Napoli, esercitando la professione con diverse procure ed incombenze di que’ tribunali”; – Gio: Lorenzo Panevino,s’è fatto religioso nell’Oratorio di san Filippo Neri, de’ chierici regolari nella città di Tursi, dove continua da sacerdote”; – Gio: Battista Panevino, figliolo, (si laurea forse nel 1694[7]; in un atto del 1702, era debitore censuario dell’utriusque iure doctor Pietr’Antonio Toscano, di Oriolo); – Lucrezia Panevino, “s’è monacata nel conservatorio di Tursi, fatto a sue spese dal Dottor Francescantonio Andreasso di detta città (suo fratello e cugino di G. Toscano), abitante e casato nella città di Napoli, dove avendo esercitato più gradi de’ Regi Ministri…”.  Regina Coperta era “sorella itrinque congiunta” di Grazia Coperta (? – 1681), moglie in seconde nozze del citato avvocato Giorgio Toscano, di Oriolo, figlio di Pietrantonio Toscano.

Regina e Grazia Coperta erano figlie di Giambattista Coperta, vedovo e poi arcidiacono della Cattedrale di Tursi, e di Lucrezia Picolla, a sua volta figlia di Andrea Picolla che fu marito di Grazia Donnaperna. Ultima figlia di Grazia Picolla e del dottor Giovanni Lorenzo Panevino, fu Solenne Panevino che sposò il Dottor Prospero Rapone di Montalbano e dal matrimonio nacque Pietrantonio Rapone (di Montalbano era pure l’antenata della Vitale Domenica Rondinelli, nata il  25/10/1762, figlia di Livia Rapone di Montalbano e Filippo Rondinelli di Rotondella). Il 5 dicembre 1660 fu stipulato uno atto di convenzione mediante il quale l’U. J. D. Vespasiano Andreassi, marito in terze nozze della fu Geronima Picolla, zia degli altri eredi Panevino, Picolla e Coperta,  riceveva in dono la propria parte di eredità dal magnifico Francesco Antonio Panevino e la moglie Regina Coperta, Giovanni Nicolò Panevino, il clerico Giuseppe Panevino, fratelli e procuratori di Solenna Panevino (tutti figli di Giovanni Lorenzo Panevino), i coniugi Grazia Picolla e Camillo Panevino, Grazia Coperta, moglie di Giorgio Toscano.

Un altro paragrafo del libro,intitolato nell’originale Stabili nella città e territorio di Tursi dotali dalla quondam Grazia Coperta, mia moglie,Giorgio Toscano ci informa della stipula matrimoniale: <<Dal sig.r D.r D. Gio: Battista Coperta (vedovo, diventato poi) arcidiacono di Tursi, mio suocero, tra le altre doti promessemi per contemplazione de matrimonio contratto tra me D.r Giorgio Toscano (n.1630) e detta Grazia sua figlia, vi furono docati 600 di stabili franchi e liberi, quali sono. Una casa in più membri con cortile, cellaro, soggrotto, cisterna ed altro, sito dentro detta città e proprio nel principio, quando si arriva nella piazza iuxta suoi notorj fini, estimato per docati 200. Un catoso nella contrada nel Mezzo Tumolo, confinato colle case do Medea Mazzario ed altri, estimato per docati 060. Una casa nella stessa contrada del Mezzo Tumolo, confinata con Tonino Bianco ed altri, stimata per docati 040. Un oliveto sito e posto nel territorio di detta città e proprio in contrada dell’Imbreci con 150 arbori e più d’olive stimato per docati  150 fu bruciato da uno di Colobraro, e pochi arbori restarono salvi. Tumola cinque di terre nel Pantanello e proprio alle case di Rago, a ragione di 30 docati la tumolata docati 150. In tutto docati 600. Dalle soprascritte tumole cinque di terre, da me ne fu ceduta una ettara in beneficio del capitolo di detta Città, il quale essendo creditore del detto arcidiacono, e questo possedeva ettara otto di terre in detta contrada del Pantanello, delli quali tumola otto, ne aveva a me assegnati ettari cinque; restarono per detto capitolo altru tumoli tre, e perché il credito superava il prezzo delle terre, li feci cessione d’una ettara delle mie, e si divise detto territorio ugualmente e però restarono per me tumoli quattro. Della suddetta roba n’appare assegnamento fattomi dal detto quondam arcidiacono, firmato di sua mano e testato da testimonj, sotto li dì primo agosto 1660.>>

Il Conservatorio delle nubili donzelle di Tursi

In un documento, del 1666, troviamo la descrizione dell’antefatto che portò alla istituzione delConservatorio delle nubili donzelle di Tursi: “Con i crediti sull’Università di Bernalda e di Craco spettanti al dottor Francesco Antonio Andreassi, commorante in Napoli, il quale vorrebbe far erigere nella chiesa di S. Anna extra moenia una cappella sotto il titolo di S. Caterina e dell’Annunciazione della Beata Vergine e, con la restante parte, debbano istituire un conservatorio femminile adattando a tale scopo la casa palaziata ‘in strata Santa Crucis’ dell’Andreassi, dopo aver ottenuto il beneplacito del vescovo di Anglona e Tursi, mons. Francesco Antonio de Luca”. L’iniziativa parte da padre Giulio Cesare Modarelli, preposito dell’Oratorio di S. Filippo Neri di Tursi, con il dottor Giacchino Picolla e Francesco Antonio Panevino, quali  procuratori del dottor Andreassi, potendo già disporre della somma riscossa da Vespasiano Fortunato di Gifuni. Virginia Guida, moglie del “magnifico” Vito Belvito di Tursi, vendette al canonico don Giovanni Maria de Leonardis e al dottor Gaetano Panevino, governatori del Conservatorio delle Donzelle Nobili di Tursi, ma non alla priora  Madre Rosalia della Visitazione (al secolo Cornelia Panevino, priora almeno fino al 1694), “un terreno di tomola trentacinque, in parte ‘boscosi’, sito nel feudo di Anglona, per il prezzo di ducati ventuno, poiché si ritrova debitrice nei confronti di detto Conservatorio per la somma di ducati sedici e mezzo, essendo erede di suo padre, il fu Giovanni Antonio Guida; infatti quest’ultimo accese un annuo censo, in data 1651 settembre 18, a favore di Vespasiano Andreassi, padre del dottor Francesco Antonio Andreassi, fondatore del suddetto Conservatorio (notaio Leonardo Antonio de Mellis, 1692)”.

Nel tratteggiare il profilo della figlia monaca Agnesa Toscano (nata il 5 maggio 1671),  il padre Giorgio Toscano offre altre notizie su Tursi e anche sulla fondazione del Conservatorio delle Nubili donzelle: <<Mia 6a figlia, da che fu figliola dimostrò sempre spiriti applicati a servire Dio e la beatissima Vergine in qualche chiostro di Religione e come che il Sig.r Presidente della regia Cam.a D.r Francescantonio Andreasso mio cugino, dopo la morte del D.r Vespasiano suo padre, il quale aveva lasciata in Tursi tutta la sua facoltà di stabili di non poca considerazione, e precise d’un bellissimo e commodo palazzo di più e diversi membri, con quantità di territorj, tutti aratorii, e precise a bombace, ch’è la maggiore industria di quel paese, vigne ed altre possessioni fruttifere e vedendosi allora destituito di figli con la prima moglie, si risolse di lasciare in quella città, sua natia patria, una perpetua memoria, e fu di formare per allora un divotissimo Conservatorio di Verginelle, sotto la protezione del Glorioso Patriarca s. Domenico; onde a sue proprie spese fece ridurre l’accennato suo palazzo a forma e modello di convento, con le abitazioni di tante celle, chiostri e commoda chiesa, e li cedè ed assegnò per dote tutti li accennati suoi stabili e possessioni, che possedeva in quella città, di modo che dopo qualche tempo, il conservatorio suddetto s’è ridotto a claustrale convento, dove si fa formalmente la solenne professione. In questo dunque la suddetta mia figlia Agnesa in età d’anni 15 volle andare ad inserrarsi per servire Dio e la B.V., mutandosi il nome di Agnesa in Cristina, e la casata da Toscano in Cristina della Natività, dove persevera con grande fervore di spirito e sempre con avanzo a gloria di Dio e della B.V., vi entrò nell’anno 1686 di novembre>>.

Le CAPPELLE di jus patronato

La nobile famiglia Andreassi possedeva ben quattro cappelle di jus patronato, tutte all’interno delle chiese di Tursi. Dall’esercizio di tale diritto di patronato, possiamo ricavare la conferma del resistente, ampio e duraturo legame affettivo e fiduciario con i nobili Panevino, ma anche alcune indicazioni delle loro residenze, con tutta probabilità nell’antico rione della Rabatana e San Michele (poi san Filippo Neri), e il loro attaccamento a Tursi, con l’ultima cappella dell’Assunzione, sulla quale tale diritto di giuspatronato è stato esercitato fino al 1750 circa, quindi ben dopo la loro uscita dalla scena tursitana, segno comunque che il legame è sopravvissuto almeno nei primi decenni.

La CAPPELLA DI S. CATERINA, dentro la storica chiesa parrocchiale diS. Michele Arcangelo, attiva dal 1665, se non prima, fino al 1735 circa; fu affidata alle cure per lunghissimo tempo di padre Giovan Lorenzo Panevino (agli inizi e dopo il 1700, dell’Oratorio di S. Filippo Neri, di don Domenico Taranto (verso il 1690), e in ultimo del rev. don Carlo Gagliardo, San Chirico.

La CAPPELLA DEL CARMINE (di “Santa Maria del Monte Carmelo”), eretta nella più antica chiesa di Tursi, poi Collegiata della Rabatana, fu attiva dalla seconda metà del XVII secolo ed ebbe come cappellani il rev. don Pietr’Antonio Durante e, dopo la sua morte, il canonico don Andrea Durante (“la presentazione e nomina di quest’ultimo a cappellano avvenne nel 1683, da parte di Giulia Rezza di Tursi, erede e nipote della fu Giulia Fiorino, sua ava”) e, in seguito, il cappellano padre Giovanni Antonio Margiotta, intorno al 1708.

La CAPPELLA DELL’ASSUNZIONE, pure nella Collegiata della Rabatana, tra il 1692 e 1742; cappellani furono due padri dell’Oratorio di S. Filippo Neri di Tursi, padre Francesco Guida epadre Paolo Panevino, per moltissimi anni (1710-1742), forse addirittura ininterrottamente.

La CAPPELLA DI S. MARIA LE GRAZIE, dentro la chiesa di S. Anna extra moenia (costruita nel 1627), il canonico don Biagio Panevino fu a lungo cappellano, probabilmente dal 1714 al 1733.

Nella stessa chiesa di S. Annavi era un’altra cappelladella Beata Vergine del Carmine di jus patronato (?) e il rev. don Giovanni Tommaso di Pinto ne era cappellano, negli anni 1693-1704.

Si presenta più complicata la vicenda del BENEFICIO DI S. SILVESTRO, dentro la Cappella del Carmine, eretta nella chiesa di S. Anna è invece attribuito alla famiglia Coverta/Coperta, poi con gli eredi e congiuntamente con Gaetano Panevino, discendente del fondatore, il canonicoGiandomenico Coverta.  Don Saverio Panevino fu ultimo cappellano nominato dai fratelli Gaetano, Giovan Battista e padre Gian Lorenzo Panevino. Gli successe don Francesco Toscano di Oriolo, la cui presentazione della nomina a rettore e cappellano fu fatta da Gaetano Molfese, di Santarcangelo (figlio di Arcangelo Molfese e Grazia Panevino) e dal dottor Francesco Panevino, di Tursi, quest’ultimo  compatrono del beneficioperché figlio ed erede di Gaetano Panevino e discendente del canonico Giandomenico Coverta,fondatore della Cappellania “come da istrumento di fondazione rogato nell’anno 1620 a 14 novembre per mano del fu notar Giovanni Salvatore” (notaio Gaetano Nocerito, 1757[8]).

Ma un altro documento notarile, di due anni dopo, racconta una versione un poco diversa, poiché non è chiaro se trattasi dello stesso beneficio o di due distinte cappellanie. Si afferma, dunque, che il dottor Francesco Panevino, “per fare una pia disposizione in suggragio de’ suoi maggiori e per mantenere la devozione di S. Silvestro”, abbia assegnato al reverendo don Bernardo Toscano, di Oriolo, cappellano del beneficio di S. Silvestro, eretto nella  Cattedrale di Tursi (il quale era succeduto al rev. arcidiacono don Saverio Panevino), “un capitale di ducati centosessantotto, grana trentatre e cavalli quattro con l’annua rendita di ducati cinque e grana cinque, poiché da anni non era stato più redatto l’inventario dei beni e delle rendite beneficiali e non se ne conservava alcun titolo di proprietà, a causa dell’incuranza dei precedenti cappellani” (notaio Giovan Battista Pasca, 1759).

Con tutta probabilità è questa la realtà dei fatti, suffragata da altri due atti notarili[9], uno così intestato: “Presentazione della nomina a rettore e cappellano del beneficio di giuspatronato laicale fondato dal canonico Giandomenico Coverta sotto il titolo di S. Silvestro dentro la Chiesa Cattedrale di Tursi nella persona di don Francesco Toscano, vacante per la morte di don Saverio Panevino (notaio Francesco Iacobino, 1757)”. Tale atto richiama un istrumento del 1621, dal quale si apprende che il canonico Giovanni Domenico Coperta, zio di Giovan Battista del giudice Orazio Coperta, il 14 novembre del 1620, fondò a Tursi un beneficio di giuspatronato laicale nella Cappella di San Silvestro, dentro la chiesa Cattedrale di Santa Maria Annunziata di Tursi (notaio Giuseppe de Salvatore, 1621; notaio Giuliano Antonelli, 1620). E ogni dubbio sembra dissolversi, mentre solo un lampo torna a illuminare la storia della famiglia Andreassi, con i Coperta/Coverta, i Toscano e i Panevino.

Salvatore Verde ©

Altri stemmi della famiglia ANDREASSI

 [1] Rocco Bruno, Le famiglie di Tursi dal XVI al XIX secolo, Romeo Porfidio Editore, Moliterno (PZ), 1989, III edizione aggiornata a cura di Gaetano Bruno, Valentina Porfidio Editore, Moliterno (PZ), 2016; Antonio Nigro, Memoria topografica ed istorica sulla città di Tursi e sull’antica Pandosia di Eraclea, oggi Anglona, Tipografia Miranda, Napoli, 1851; Ludovico Antonio Muratori, Uomini illustri del Regno di Napoli (in realtà: Raccolta delle vite, e famiglie degli uomini illustri del Regno di Napoli per il governo politico compilato da Ludovico Antonio Muratore, bibliotecario del serenissimo signor duca di Modena),  Milano, Marco Sessa, 1755, ristampa Anastatica Forni, Ed. Bologna, 1972.

[2] Pochi frammenti di documenti dell’epoca anche precedente, però, ci informano dell’esistenza di rapporti almeno commerciali importanti,  tra la famiglia Panevino (legata da vincoli familiari agli Andreasso)  e il nobile Giovanni Paolo Castiglione di Mantova. Da un atto notarile del 14 aprile 1568, del notaio  Lorenzo de Helis, si apprende di un debito nei confronti del nobile Castiglione da parte dei fratelli Panevino di Tursi, il sacerdote Pietro Antonio (“donno Petro Antonio panis et vino”) e il nobile Giovanni Lorenzo, “pro venditione et pretio cuiusdem stilii apoteca aromatarie”, per la somma di ducati cinquantaquattro e grana diciotto.

[3] Sabina Vitale, infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana, vive a Napoli e può fregiarsi di una discendenza di altissimo profilo, che scaturirebbe dopo ricerche d’archivio dalle famiglie Andreassi, Brancalasso, Camerino, Coperta, De Virgiliis, Donnaperna, Panevino, Picolla, Toscano. 

[4] Giorgio Toscano, Memorie di famiglia. Genealogie e cronache calabresi in Giorgio Toscano, Collana Quaderni di Storia del Mezzogiorno, n. 12, a cura di Pina Basile, Università degli studi di Salerno, cattedre di Filologia dantesca e Letteratura umanistica (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1996). Dello stesso autore La storia di Oriolo di G. Toscano, a cura di Pina Basile (Roma, 1985). Giorgio Toscano (1630 – ?), figlio di Virgina Andreasso e Pietr’Antonio Toscano (? – 1650), si laureò in Giurisprudenza a Napoli il 24 luglio 1653, il successivo 26 dicembre rientrò definitivamente a Oriolo (CS), suo paese di origine, dove si stabilì e divenne poi Governatore, Giudice e Agente generale della sua Terra. Giorgio Toscano sposò Cecilia Freggi, prima figlia di Rosina La Canna e del Dr Francesco Antonio Freggi, entrambi abitanti di Casalnuovo (l’attuale Villapiana, CS). Il matrimonio di Toscano con Cecilia fu celebrato a novembre del 1658, ma a ottobre del 1659 lei morì di parto con il nascituro. Lo zio che abitava a Tursi, Vespasiano Andreasso, fratello della madre Virgina Andreasso, agevolò le seconde nozze di Giorgio Toscano, a giugno del 1660, con la tursitana Grazia Coperta, seconda figlia di Lucrezia Picolla e di Giambattista Coperta (la primogenita Regina Coperta si maritò poi con Francescantonio Panevino). Grazia e Giorgio, che ebbero almeno sette figli, abitarono a Tursi i primi due anni.

Giambattista Coperta era il sesto figlio di Regina Bianca e Orazio Coperta, entrambi di Tursi, città nella quale lo stesso Orazio era giudice  nel 1601 (R. Bruno). Lo zio di Giambattista, Don Gio: Domenico Coperta, canonico della Cattedrale, fondò in tale chiesa la cappella di S. Silvestro con jus patronato perpetuo in beneficio di suo fratello Orazio (istrumento di dotazione e fondazione del 14 novembre 1620, notaio Giuseppe di Salvatore).  Orazio Coperta e Regina Bianco ebbero non meno di sette figli: Florimenda, Antonia, Isabella, Vittoria, Lucrezia, Gio: Battista, Francesco Coperta. La famiglia si estinse con Giambattista Coperta (? – agosto 1671), che rimase vedovo e “s’applicò allo stato ecclesiastico e fatto sacerdote, per la sua abilità fu assunto alla dignità dell’arcidiaconato di quella Cattedrale, e più volte fu eletto e fatto vicario, così generale delle Vescovi, che pro tempore sono stati nella Diocesi di Tursi ed Anglona; come Capitolare nella loro morte o mancanze, qual ufficio per molti e molti anni esercitò con grandissimo decoro”. Ho dato volutamente ampio spazio al testo di Giorgio Toscano, per la puntualità dei dati inediti e per l’accurata descrizione, ma anche come modesto omaggio e forma di meritato risarcimento intellettuale, sia pure postumo.

[5] GTt (dal testo di Giorgio Toscano).

[6] Annotazione inedita di Sabina Vitale

[7] Annotazione inedita di Sabina Vitale

[8] Per una linea genealogica, va ricordato che Gaetano Panevino era figlio di Regina Coverta, figlia del vedovo poi arcidiacono Giambattista, figlio di Orazio Coverta, questi fratello del canonico Giandomenico Coverta, fondatore della Cappellania

[9] Devo alla talentuosa Rosanna D’Angella, ricercatrice d’archivio e studiosa di assoluto valore, una parte della documentazione ancora inedita relativa alla sua imponente ricerca genealogia dell’artista e poeta John Giorno (New York, 4 dicembre 1936 – 11 ottobre 2019), discendente della nobile e gloriosa famiglia Panevino.

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Facciata della nuova chiesa di Sant’Antonio di Padova a Nova Siri Marina (MT)

Venerdì 12 giugno, alle ore 18.30, mons. Vincenzo Orofino, vescovo di Tursi-Lagonegro, presiederà la solenne concelebrazione di Dedicazione dell’Altare e di Apertura al culto della Nuova Chiesa di Sant’Antonio di Padova a Nova Siri Marina (MT). Il rito sarà trasmesso da TRM, canale 16 del digitale terrestre, e in streaming su facebook, sulla pagina “TRM Network”. Nella piazza antistante la chiesa sarà collocato un maxischermo per partecipare alla funzione. Il Vescovo, nella solennità di Pentecoste, ha invitato i novasiresi a far sì che “l’apertura della nuova chiesa rappresenti l’inizio di un rinnovato impegno di fede e di una maggiore vivacità evangelica per edificare una Chiesa bella, attraente, con il cuore di madre e il volto della misericordia”. I parroci, don Mario La Colla e don Michelangelo Crocco, nei mesi scorsi, hanno proposto tre catechesi sulla Chiesa, con la presenza dei vescovi Orofino, Nolè e Sirufo. Quindi hanno guidato la Comunità a prepararsi all’evento ormai prossimo, durante la Tredicina di Sant’Antonio, con “fervore di spirito, senso di appartenenza a Dio e gratitudine per il nuovo luogo di culto che possa rispondere alle esigenze spirituali e sociali della cittadina”.

La chiesa che viene consacrata è il risultato di un progetto elaborato dall’architetto Sergio Stigliano sulla base delle indicazioni contenute nella Nota pastorale della Commissione episcopale per la Liturgia del 1993, “La progettazione di nuove chiese”, e alla luce di un approfondito e costante dialogo del Vescovo e dei parroci con l’Ufficio Tecnico diocesano (ing. Laura Montemurro, ing. Nicola Ferri, ing. Tonino Gialdini, arch. Francesco Vitale), con il liturgista don Giovanni Di Napoli e il gruppo di lavoro “Progetto BEMA srls” che ha curato anche il programma artistico e iconografico, attraverso la professionalità degli architetti Giorgio Crucetta e Felicia Fezzuoglio, in sinergia con artisti, artigiani e fonderie d’arte. Hanno collaborato alla sua realizzazione: Giuseppe Allamprese, Amedeo Brogli, Ezio Cerruto, Maria Luisa Mesiano, Martino Tamburrano, Thalass srl oltre Fonderia Fattorini, Laboratorio Gallo, Laboratorio Pirani. La soluzione definitiva, approvata dall’Ufficio per l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Italiana il 13 settembre 2016 ha tenuto conto della variante urbanistica e del piano attuativo comunale per la riqualificazione dell’intera area e le esigenze della parrocchia.

La nuova chiesa presenta un impianto ottagonale, sormontata da una croce greca. L’altare, l’ambone e la sede sono in travertino con un inserto di bronzo. Nella parete absidale è stato installato un grande crocifisso di resina bronzata, con un mosaico di 13 metri quadrati che simboleggia il calvario. Vicino al tabernacolo c’è un altro mosaico che simboleggia il roveto ardente. Ancora un mosaico è presente nell’area battesimale che richiama il battesimo per immersione. Tutte le opere d’arte, insieme alle stazioni della via crucis, sono inedite ed esclusive. Ora la Marina di Nova Siri può vantare, a poche centinaia di metri, il nuovo edificio di culto e l’oratorio, dotato di campetti e tanti spazi per le attività: i due luoghi dove scorre la vita della comunità parrocchiale. La nuova chiesa, realizzata esclusivamente con i fondi provenienti dall’8×1000 alla Chiesa Cattolica, il contributo della Diocesi e della Comunità parrocchiale, assicura un luogo di culto decoroso e adeguato alla sempre crescente comunità cristiana e, nello stesso tempo, riqualifica un angolo importante di questa cittadina, a elevata vocazione turistica, ubicata in un’area non molto distante dal luogo in cui sorgeva l’antica Siris, prestigiosa città della Magna Grecia, sulla foce del fiume Sinni, dotata di un porto fluviale e uno marittimo.

Retro
Chiesa
Aula
Crocifisso

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