Storia – Tursitani.it – News https://www.tursitani.it Sat, 27 Jun 2020 12:31:40 +0000 it-IT hourly 1 LA VERITÀ È SEMPLICE di Guido Capitolo https://www.tursitani.it/la-verita-e-semplice-di-guido-capitolo/ https://www.tursitani.it/la-verita-e-semplice-di-guido-capitolo/#respond Mon, 22 Jun 2020 18:50:58 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4158 La morte (nel 1954) del noto giurista Manlio CAPITOLO, a 51 anni, è rivissuta l’anno successivo nel memoriale inedito del fratello Guido, docente e preside nelle scuole superiori del Friuli Venezia Gulia, scritto dopo essere stato a Tursi per la commemorazione. Ancora oggi permane un ingenuo alone di mistero su quella fine, che l’anima popolare […]

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Guido Capitolo (Tursi, 1906 – Udine, 1960)

La morte (nel 1954) del noto giurista Manlio CAPITOLO, a 51 anni, è rivissuta l’anno successivo nel memoriale inedito del fratello Guido, docente e preside nelle scuole superiori del Friuli Venezia Gulia, scritto dopo essere stato a Tursi per la commemorazione. Ancora oggi permane un ingenuo alone di mistero su quella fine, che l’anima popolare attribuì all’invidia, la stessa che ancora ferisce, ovunque, sempre. (s.v.)

Manlio Capitolo (Tursi, 1902 – Roma, 1954)

Vincenzo (Tursi 10.8.1900 – 19.3.1939), Manlio (Tursi 28.11.1902 – Roma 21.8.1954)  e Guido (Tursi 05.9.1906 – Udine 09.01.1960), erano i tre figli di Domenico CAPITOLO (Tursi, 02.4.1864 – 14.6.1931), di lontane origini pisticcesi, e Maria AYR, detta Marietta (Tursi 26.6.1876 – Roma 26.4.1955), tursitana ma di origini scozzesi. Il matrimonio fu celebrato il 19 luglio 1899 e la  coppia visse a Tursi in via Garibaldi 42. Primogenito di Vincenzo, il Dr Domenico era un valoroso avvocato e notaio nel periodo 1927-30, ma fu anche umanista e letterato, oltre che Regio Sub-Economo, presente come testimone all’Incoronazione del 1901 della Madonna di Anglona in Cattedrale.[1] Donna Marietta fu una stimata maestra Elementare  per diverse generazioni a Tursi; ormai da anni vedova, l’8 marzo 1939 emigrò a Udine; in seguito si spostò a Roma, dove spirò  a 78 anni, pochi mesi dopo la morte del secondogenito.  Lei e Manlio sono sepolti nel cimitero del Verano della Capitale. Il primogenito Vincenzo morì ad appena 38 anni, proprio nei giorni successivi alla partenza della madre. Guido aveva sposato Anna CASCELLA (1917-2012) che ha partorito due figli, entrambi poi sposati e senza prole: Luciana (1939), che vive a Roma, docente in pensione di Italiano e storia nelle scuole Secondarie, e Aldo (1947 -2009), funzionario di banca.

Entrato nella Magistratura a soli 22 anni, il 15 giugno 1925, Manlio Capitolo divenne Presidente del Tribunale di Venezia, quindi Presidente Capo del Tribunale di Roma e infine Consigliere di Cassazione, prima della prematura scomparsa che colpi l’immaginario popolare tursitano. La morte improvvisa a Roma di Manlio, definito il “Poeta del Diritto”, si è riverberata a Tursi, in termini di negazione della verità (la malattia epatica). In certo senso adombrata dall’anomala, diversa e strana resocontazione della stampa Capitolina, esaltante alla notizia dell’arrivo del Presidente nel Tribunale romano, ma minimizzante rispetto all’improvvisa dipartita (di solito, si fa esattamente il contrario). Tanto che il fratello Guido, appunto, scrisse questo memoriale, intimo e struggente, certamente per una più genuina elaborazione del lutto, continuata anche negli ultimi suoi quattro anni di vita, ma forse anche, probabilmente, per tacitare quelle dicerie.

“Guido Capitolo studiò nel Convitto Nazio­nale di Matera, conseguì nel 1925 la maturità classica a Potenza e si laureò in filosofia presso l’Università di Napoli nel Novembre del 1929 discutendo la tesi «La filosofia storica nel secolo XVI in Fran­cia», tesi che fu poi pubblicata nella collana di letture filosofiche di­retta da A. Aliotta presso l’Editore Perrella in Napoli. Insegnò nel Liceo di Matera e vinse la cattedra di Storia e filoso­fia dapprima nel Liceo pareggiato “Ovidio” di Sulmona e poi, sempre in seguito a concorso, nei Licei dello Stato e fu assegnato al Liceo Scientifico di Udine nell’ottobre del 1935. Da quell’anno fino ai primi giorni del 1960, per cinque lustri – grande mortalis aevi spatium! – svolse la sua attività ininterrottamente nel Liceo, come docente e come Preside, e sempre co­me educatore, perché dell’educatore ebbe il pathos umano e la ge­nialità artistica” (scheda redatta dal Liceo “Giovanni Marinelli” di Udine). Guido era un intellettuale “libero, amato e stimato nel mondo in cui viveva, una leggenda della scuola udinese, ha scritto Valentino Castelllani, prestigioso sindaco di Torino”, aveva collaborato con Piero Calamandrei e lasciato un segno di rettitudine, moralità e discrezione.

Salvatore Verde


[1] In Synodus Dioecesana Quam Pro Temporum Opportunitate Sub Auspiciis B. Mariae Virginia Ab Anglona Prima Anniversaria Die Redente SollemnisCoronationis Eius Carmelus Pujia Episcopus Anglonen. Tursien. Diebus XX, XXI, XXII, Maji A. D. MCMII Celebravit, Senis Ex Officina Typ. S. Bernardini, MCMIII, p.155

LA VERITÀ È SEMPLICE di Guido Capitolo

            Sono tornato, dopo circa vent’anni, nel mio paese natio. Avevo deciso di non rivederlo più, perché volevo che rimanesse nella memoria, dove da tempo si svolge la parte migliore della mia vita. “Amore di sogno”, scriveva il Leopardi nello Zibaldone, parlando del suo affetto per il fratello Carlo: amore di sogno era il mio per la terra natale, fatto d’immagini che si desiderava tenere lontano, perché a contatto con la realtà non perdessero la loro vita fuori del tempo e l’atmosfera di leggenda che avvolgeva la mia infanzia e la mia adolescenza. Mi pareva che quanto io avevo vissuto non fosse morto, ma si fosse distaccato da me e continuasse una sua lontana esistenza incantata, come in una fiaba, che era dolce e triste rievocare. La narravo questa fiaba, ai miei bambini che nella loro immaginazione trasfiguravano il mio paese natale, che era per loro il più vivo e il più reale di tutti, perché aveva la realtà della fantasia, in cui io, fanciullo ed adolescente, non differivo dalla folla dei viventi personaggi delle loro favole. La rievocavo con mio fratello Manlio, quando egli era ammalato incurabile ed entrambi conoscevamo la triste verità, che ci nascondevamo a vicenda: ma egli la nascondeva a me molto meglio di quanto io non riuscissi a nasconderla a lui, che era anche allora il fratello maggiore ed era sempre il più forte e il più sereno, come quando dovevamo partire per il collegio ed avevamo entrambi voglia di piangere, ma nascondevamo con pudore le nostre lagrime ed ognuno piangeva per conto suo in segreto.

            La morte era imminente e negli ultimi giorni il suo volto era diventato bellissimo, nella luce degli occhi che presentivano l’infinito e che irradiavano tutta la persona. Non era la morte che schianta ed umilia, ma era un consumarsi interno, che lasciava allo spirito la sua lucidità ed il vigore, accresciuti dal più leggero contatto con la materia, tanto che qualche volta insorgeva in me l’illusione che l’irreparabile non potesse verificarsi: la verità era allora obliata, discutevo con lui animatamente come nei tempi felici, giungevo sino a contraddire con convinzione il suo punto di vista, per quell’amore polemico che rendeva così frequenti le nostre dispute ideali; ma nella solitudine della mia camera mi rimproveravo il mio contegno, mi accusavo d’insensibilità e di egoismo, per poi ricadere nella stessa illusione, che egli, forse consapevolmente, infondeva in me. Trascorremmo le ultime sere sulla terrazza della nostra casa: il crepuscolo della calda estate romana scendeva sulla città e noi guardavamo assorti i filari di alberi che si perdevano in lontananza verso il Cianicolo, mentre le strade si animavano di folle chiassose e felici. L’onda dei ricordi scendeva su noi, ma la rievocazione era rapida, appena abbozzata, perché il nostro sentimento era trattenuto da un invincibile ritegno ed anche allora un sorriso interveniva sempre a contenere una lacrima.

Ricordammo la scoperta che facemmo del sole nell’adolescenza. Ci alzammo a notte fonda e con altri due compagni c’inerpicammo per gl’intricati vicoletti del nostro villaggio, illuminato dal plenilunio estivo, perché avevamo deciso la sera prima di assistere allo spuntare del sole, che non avevamo mai visto. La nostra meta era il convento di S. Francesco, che amavamo con tutto il cuore e che sentivamo nostro perché noi soli lo frequentavamo: era abbandonato forse da secoli e d’intatto non aveva che la facciata, mentre l’interno era una lugubre massa di rovine, con qualche traccia di una vita remota che ci dava un senso di sgomento profondo. Vedevamo da quell’altura il nostro villaggio, sparso sui cigli di burroni profondi, che come favolosi mostri chiedevano sacrifici cruenti: più volte entro quelle orride gole erano scomparse umane vittime, v’era  precipitato anche qualche fanciullo, che noi conoscevamo. Eravamo in trepida attesa e i nostri occhi erano fissi all’oriente: come nella leggenda dell’anno Mille, non si trattava di un fenomeno naturale che si ripeteva da milioni di anni, ma di un miracolo che si presentava a noi, che lo contemplavamo con animo vergine e lo sentivamo come una creazione, che non era mai stata e che non poteva più ripetersi.

            Non era di certo lo stesso sole che tramontava sulla città indifferente e neppure noi eravamo gli stessi. Ma più vicino a quel tempo era lui, che sorrideva al ricordo e mi riportava alla nostra casa: accanto al focolare, dove trascorrevamo le interminabili sere invernali; nel cortile, dove giocavamo; nell’orto, dove una volta costruimmo un villaggio, che in mio onore battezzammo S. Guido. E della nostra casa rivedevamo ogni camera e carezzavamo ogni angolo: quello in cui dormivamo e attendevamo i doni della Befana ed una volta la maga si dimenticò di lui, perché era più grandicello di me e pensava che ormai fosse fuori dell’incantesimo: di fronte alla sua delusione il babbo annunciò che forse la vecchierella li aveva dimenticati in un’altra camera e comparve infatti trionfante con i doni: ma egli allora sentì che l’infanzia era morta per lui. Di fronte alla nostra casa c’era zia Arcangela, una vecchietta ottantenne che abitava in una stamberga e noi non sapevamo di che cosa vivesse: ma noi rubavamo alla mamma nella dispensa le provviste e le portavamo a lei, che lacrimando ci benediva. Dentro la casa c’erano angoli che io non potevo rievocare perché erano quelli che racchiudevano le più delicate sfumature della sua anima: quello in cui assisteva il padre infermo e mai si moveva dal suo capezzale, mentre io, assai meno resistente e molto più svagato, correvo a giocare ed entrambi dimenticavo; quello in cui studiava e nello studio dimenticò la sua giovinezza, che trascorse solitaria e malinconica in uno sperduto villaggio, sempre lontana dalla città universitaria in cui i suoi compagni passavano gli anni più belli della vita.

            Erano anni difficili per la famiglia ed egli non volle che fosse fatto per lui il più leggero sacrificio: studiò da solo e sostenne sempre tutti gli esami in una sola sessione; preparò da solo la tesi, lontano dalle biblioteche, e conseguì splendidamente la laurea: quando ancora era quasi un giovinetto. Dopo la laurea riprese gli studi per il concorso in magistratura: io rivedevo il suo tavolino, che era accanto a un balcone, da cui contemplavamo il desolato paesaggio: il torrente sempre asciutto; il deserto convento di S. Rocco che era a picco su di un’altura quasi inaccessibile, animata soltanto da due tristi cipressi; le brulle montagne su cui erano sparsi due villaggi, che noi sentivamo lontanissimi, come se appartenessero a un continente inesplorato. Quando calava la sera, da quel balcone contemplavamo la tenebre profonda, appena rotta da qualche fioco lume che veniva dalle case invisibili: erano lume di candele e di lucerne, quasi lampade votive di un cimitero. E in quel silenzio irreale mi pareva qualche volta di essere stati dannati a vivere in una città di morti, dove nulla accadeva e dove nulla potesse accadere: l’amore, che conoscevamo dai libri, era una leggenda che apparteneva a un mondo irreale, ad un’età di Saturno che era sepolta per sempre. In quella tenebre sentivamo qualche volta suonare le campane: erano voci umane che avevano soltanto la nota della tristezza modulata come sospiri profondi di anime svanite, che narravano a noi ignoti dolori di un’età lontana, che non poteva differire da quella presente e di quella futura, perché il tempo là non era stato ancora inventato.

Studiava ed il lume a petrolio concentrava la luce sul libro, lasciando nel buio la camera, dove qualche volta io m’intrattenevo e sognavo: sognavo un assurdo avvenire, in cui la nostra vita non sarebbe stata un continuo controllo della nostra anima, in cui avremmo smesso di scavare nell’interiorità e la gioia sarebbe sopraggiunta, al passato non avremmo più pensato, per vivere sul serio. Per vivere sul serio specialmente lui, che sino a quel tempo della vita non conosceva che il collegio e la casa, lo studio e le malattie dei famigliari. Ma vinse il concorso, riuscì il primo in assoluto, egli che era il più giovane di tutti i candidati, e fu destinato a reggere la giustizia in una delle sedi più aspre, dove i delitti più atroci quasi non impressionavano più perché apparivano fatali eventi naturali, come le valanghe e le alluvioni. Passò tra quelle valanghe senza essere sfiorato e salì verso la vetta quasi senza proporselo, come il fuoco, di cui parla Dante, che si muove leggero verso l’alto, non per uno sforzo, ma “per la sua forma che è nata a salire”. Ancora nel pieno vigore dell’età matura era giunto a pochi passi della meta suprema, ma di ciò non mostrava di accorgersi ed aveva conservato l’animo di una volta, non attenta al successo, ma alla purezza delle intenzioni; concentrata nel sacrificio, che non sentiva come tale; nell’amore verso gli umili e gli affetti, che non ostentava, ma che copriva di segreto pudore. Sentiva anche allora il problema del dolore, che non riguardava soltanto l’uomo, ma ogni essere vivente, perché nell’unità del reale avvertiva, come un grande filosofo, la solidarietà dell’universo e si affannava per la sofferenza di un moscerino o di un animale, come per quella di un uomo. Un cane che latriva nella notte gli appariva percosso da dolore umano, tanto da voler entrare in lui e porgere aiuto, come in questa nota che, al pari di altre, ha un impeto lirico, pur non essendo seguita che per ricordo di uno stato d’animo:

 “Rocco/ il grido/ della bestia in catene/ si levò nella notte./ Fasciato/ di una pena senza luce,/ senza attesa di pietà,/ squarciò/ gravemente/ il buio./ Non tentò di salire./ Nell’istante di angoscia/ volli porgere aiuto/ al suo cuore umano/ chiuso/ nel petto di bruto…/ Volli entrare in lui/ e abbracciarlo./ Ma sentii/ che era nella stessa pena,/ che la stessa notte ci avvolgeva./ Mi riadagiai sul guanciale/e attesi/ con paura/ il grido.

Ora era presso la morte e vi era giunto senza nessuno se ne accorgesse: il vigore del suo spirito sembrava inestinguibile e sino agli ultimi due giorni si occupò del suo lavoro; poi non si alzò più dal suo letto, attanagliato da atroci dolori, che nessuno poteva lenire, ma che egli sopportava con la rassegnata serenità di un saggio antico. Era accanto al suo capezzale la madre, che, ugualmente forte, non emetteva un sospiro e non versava una lagrima: la guardò teneramente nell’ultimo giorno e sentì il bisogno di abbracciarla. Rimanemmo poi soli e con un triste sorriso ricordo che mai avremmo fatto una carezza alla nostra mamma: ricordo delicati episodi del suo amore per noi e la sua dedizione alla famiglia, in cui aveva obliato la sua persona. Tacque per alcuni istanti e, con voce mutata che già sembrava venire dall’eternità, guardandomi con occhi lucidi e penetrati che non gli aveva mai visti, disse: “La verità e semplice!”. Furono le sue ultime parole: fu solo verso sera che io feci ciò che avrei voluto fare tante volte nella vita e mai avevo osato: presi la sua mano, la strinsi nella mia e la sentì vibrare sino alla fine. Quando lo vidi poco dopo nella camera ardente, bellissimo nella solennità della morte, io sentii che il nostro non era un distacco, ma un unione che non poteva più perire, perché era fuori del tempo, nella luce dello spirito, di cui, nell’istante della morte, con le sue ultime parole, m’aveva rivelato il senso più vero.

Trascorsi la notte accanto a lui, in un muto colloquio: la verità era semplice ed egli me lo aveva insegnato in tutta la vita, senza che io me ne accorgessi; io l’avevo ricercata con l ’intelletto, che scruta ed indaga la realtà, per chiuderla in formule logiche, legate indissolubilmente alla infelicità del mio essere finito e mortale. L’avevo ricercata con l’orgoglio di Pilato che domandò “quid est veritus?” al Maistro, che gli aveva detto di essere la verità. Come Pilato non attese pure la risposta alla sua domanda, così io non vedevo la verità che mi era accanto, elevavo la mia empiricità al regno dell’assoluto e mi distaccavo sempre più da Dio, che invano a sè mi chiamava con l’esempio di una vita che sempre aveva rinnegata sè stesso, nella dedizione agli altri: accanto al capezzale del padre ammalato, nel seno della famiglia che non voleva che si sacrificasse per lui, nel duro esercizio del suo dovere nelle situazioni più drammatiche, nella coscienza del dolore che affanna gli uomini, gli animali e tutti gli esseri viventi, che erano per lui un unico spirito che gl’impediva di sentire il suo dolore. Io avevo cercato di attingere l’infinito sovrapponendo indagini su indagini, pensieri su pensieri, come il gigante del poema su Haller che voleva giungere a Dio sovrapponendo monti su monti e in ultimo esclama meravigliato: “Io tolgo tutti i monti e ti vedo innanzi a me.” Io lo vedevo quella notte innanzi a me, perché vedevo finalmente la mia persona effimera, insignificante, irreale: nel riconoscimento di essere tale, il senso dell’universo si trasfigurava e la verità diventava semplice;  io non ero altro che un atomo che solo in questo vibrava all’unisono con il tutto e nel tutto s’immergeva e si perdeva, poteva acquistare dignità e rilievo. Intesi quella notte le parole del Maistro: “se uno vuole tenermi dietro, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”. Intesi di chi voleva parlare quando disse: “non guasteranno la morte finché non vedano il Regno di Dio”.

            Io vedevo finalmente il regno di Dio, che non era fondato sull’intelletto, che divide, ma sull’amore, che unifica e, come nel Cantico delle creature, spiritualizza tutte le cose che perdono la loro ottusità e si animano del comune spirito che le regge, onde nulla ci è estraneo e ogni essere ci è vicino e, per quanto abietto possa sembrare, è compagno e fratello. La morte così non è più spaventoso annientamento e naufragio, ma prosecuzione in quel regno dello spirito da cui non è possibile disgiungerci, se veramente ne abbiamo fatto  parte, prendendo ogni giorno la nostra croce, aiutando gli altri a portarla e soprattutto dimenticando la nostra per quella degli altri. La morte diventa così sorella che amorevolmente ci prende e si ricongiunge alla vita, in un ritrovamento di tutti gli spiriti che costituiscono l’armonia dell’eterno. Continuai il mio muto colloquio sino all’alba, finché il capo mi cadde stanco sul tavolo su cui egli era disteso; rimasi così fino a quando il primo raggio del sole che sorgeva su Monteverde mi colpì sul viso: era lo stesso sole che avevamo visto insieme spuntare nell’adolescenza sul convento di S. Francesco ed io sentii che sorgeva anche per lui e che non poteva tramontare.

            Tornai in quella camera dopo qualche mese. Mia madre aveva voluto rimanere nella casa dove era vissuta con il figlio, mentre io ero ripartito per una lontana città. Si spense improvvisamente e quando di sera io giunsi, la trovai nella stessa camera ardente, distesa sullo stesso tavolo su cui era stato il figlio. Anche per lei la verità era stata semplice. Io tutti avevo perduto, ma non per questo sentivo di essere rimasto solo: ancora più che nell’altra notte di veglia, gli spiriti dei miei cari erano uniti al mio, in un possesso che ormai non temeva più separazione. Mi parlava nel cuore la lirica di un poeta contemporaneo che io non sapevo di ricordare: quella della madre morte che conduce per mano il figlio, anch’esso morto, davanti all’Eterno per impetrargli il perdono e non osa guardarlo finché Egli non l’ha concesso. Ricorda allora di averlo atteso tanto e ha “negli occhi un rapido rispiro”.

            Qui il figlio aveva atteso la madre e l’aveva condotta per mano davanti all’Eterno, che non poteva non averli accolti nel suo seno perché per entrambi la verità era stata semplice. Sono ritornato, dopo circa vent’anni, nel mio paese nativo, che avevo deciso di non rivedere mai più. Vi sono tornato perché hanno voluto ricordare mio fratello nel suo paese natale, che tanto aveva amato e da cui era stato ricambiato di tenero amore. Discesi da una lontana città del nord e partii da Napoli di notte, con lo stesso treno che prendevo quando ero studente universitario per ritornare in famiglia; era un treno che fermava in tutte le stazioni e non arrivava mai. Sembrava che il treno si fosse fermato: nella dormiveglia sentivo il grido che annunciava le stazioni e mi pareva che fosse lo stesso grido; vedevo i volti dei viaggiatori che salivano e scendevano, e mi pareva che fossero gli stessi di una volta, come gli stessi erano i lumi e i treni che s’incrociavano o si udivano fischiare in lontananza come in un lamento.

            Mi addormentavo e mi ritrovavo lo stato d’animo di una volta, come se non fosse trascorso quasi una vita intera: ero io che tornavo nella mia casa, dove c’erano ad attendermi i miei cari; rivedevo l’arrivo, ripercorrevo la strada per giungere alla mia dimora, sentivo le esclamazioni di gioia e rivivevo la poesia del ritorno. Mi addormentavo e sognavo: il pergolato, che dal cortile si arrampicava sino al balcone della mia camera; il salotto, dove nelle giornate di pioggia m’intrattenevo con mio fratello e insieme rotavamo a un tavolo e parlavamo per ore: dei nostri libri preferiti, dei poeti adorati di cui recitavamo i canti più belli, del nostro passato e del nostro avvenire. Ma un grido più forte degli altri e l’irrompere del treno in una grande stazione sfolgorante di luci mi scuotevano dal sonno e rompevano l’inganno: il tempo aveva ripreso il suo flusso ed io non ero più lo stesso; sentii il brivido della solitudine e l’angoscia di un ritorno senza significato. Provai quasi il rimorso di rompere un dolce incantesimo e di distruggere con il celo della mia presenza una vita da fiaba che là continuava: la fiaba della mia infanzia e della mia adolescenza con i dolci personaggi che l’avevano circondata e l’avevano abbellita.

            Il treno ripartì dalla grande stazione e caddi in un sonno profondo che mi tolse ogni senso ed ogni immagine, finché le luci del giorno mi ferirono il volto e con un brivido tornai alla coscienza: innanzi a me si stendeva il paesaggio della Lucania, che non vedevo da vent’anni. Non l’avevo mai sentito come allora: un paesaggio di sogno, in bianco e nero; una terra brulla senza alberi e senza fiori; montagne desolate che cadevano a strapiombo su torrenti; villaggi sparsi su posizioni assurdi; malinconiche lande senza un segno di vita, con rare macchie e cespugli.  Mi balzò nella mente un passo del Diario di Kierkegard: “Qui tutto si distende nudo e senza veli dinanzi a Dio; qui non si trovano le molti distruzioni, i numerosi meandri, in cui sembra che la coscienza si possa nascondere e di dove riesce difficile richiamare alla serietà della vita i distratti pensieri. Qui la coscienza deve decidere in modo determinato e preciso di se stessa. Dove io posso sfuggire innanzi al tuo sguardo, o Dio?”. Compresi allora il segreto dell’anima che veramente è vissuta in quella terra e vi è rimasta aggrappata: là non si sfugge allo sguardo di Dio e là la coscienza deve decidere in modo determinato e preciso di se stessa. E compresi che chi non sfugge allo sguardo di Dio, sente che la verità è semplice.

                                                                                  Prof. Guido Capitolo

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GLI ANDREASSI A TURSI (1620 – 1750 circa), BREVE PARABOLA DI UNA GRANDE FAMIGLIA. Intensi i legami con i Coperta, Toscano e Panevino (2 – fine) https://www.tursitani.it/gli-andreassi-a-tursi-1620-1750-circa-la-breve-parabola-di-una-grande-famiglia-intensi-i-legami-con-i-coperta-toscano-e-panevino/ https://www.tursitani.it/gli-andreassi-a-tursi-1620-1750-circa-la-breve-parabola-di-una-grande-famiglia-intensi-i-legami-con-i-coperta-toscano-e-panevino/#respond Tue, 16 Jun 2020 18:59:18 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4120 L’arrivo a Tursi della famiglia Andreasso fu propiziato da un matrimonio. Tutto quello che il loro nome tradizionalmente rappresentava nel circondario calabro-lucano, per nobiltà, ricchezza e rispetto fu subito riconosciuto ed ebbe la considerazione e la stima più ampia che meritava, anche nel rapporto con la Chiesa. Ma, come una meteora, la scia degli Andreasso […]

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Stemma degli ANDREASSI

L’arrivo a Tursi della famiglia Andreasso fu propiziato da un matrimonio. Tutto quello che il loro nome tradizionalmente rappresentava nel circondario calabro-lucano, per nobiltà, ricchezza e rispetto fu subito riconosciuto ed ebbe la considerazione e la stima più ampia che meritava, anche nel rapporto con la Chiesa. Ma, come una meteora, la scia degli Andreasso si eclissò nel volgere di circa 130 anni, agevolata dalla precaria felicità coniugale, fatta di troppe vedovanze e di pochi figli, ma di grande levatura. Gli eredi segnarono poi il loro passaggio definitivo nella capitale del Regno, a Napoli, dove furono protagonisti del diritto e amministratori della giustizia del livello più alto. Così la discendenza in loco scomparve per sempre, finanche nel ricordo della comunità tursitana, almeno da quando, assenti di fatto negli ultimi decenni, si allentò anche l’interesse per l’ultima cappellania. La famiglia Andreassi, dunque, è destinata a rimanere praticamente una sconosciuta. Ma, voglio sperare, non per tutti. Ci sono e ci saranno sempre coloro che coltiveranno il culto della memoria e  l’amore per la storia, anche quella minore, particolare e unica delle proprie originarie radici. Dove il passato è solido può radicarsi forte anche l’idea del futuro.

Lo storico tursitano Rocco Bruno[1], citando il Nigro e il Muratori, ha scritto che il capostipite Vespasiano Andreasso arrivò  a Tursi verso il 1620, proveniente da Rocca Imperiale (CS), comune calabrese pienamente integrato nell’allora diocesi di Anglona e Tursi (così denominata dal 1546).  In effetti, gli Andreasso lucani erano originari del vicino comune di Oriolo (CS), anch’esso nella stessa diocesi come altri centri dell’alta Calabria, incluso Amendolara, dove la loro presenza è accredita almeno dal 1520  e dove tuttora si ammira il palazzo con il simbolo degli Andreassi (un animale che rimanda a una oca, altrove a una cicogna o a un cigno). Ma forse i loro avi arrivarono al sud addirittura dal centro Italia o dalla Lombardia, anche se attualmente non ci sono conferme per dimostrare il collegamento più antico con taluni signori del bresciano oppure con i nobili Andreasi di Mantova[2]. Di certo tale famiglia, dopo poco tempo, a Tursi aveva già consolidato ampiamente la consistenza dei legami, la sua indubbia importanza e l’alta reputazione di cui godeva non soltanto nella comunità locale. Ma è stata di breve durata, appena più di un centinaio di anni, la veloce e indiscussa gloria tursitana nella memoria collettiva, poi  conclusa con il trasferimento dei discendenti a Napoli. Già dal secolo successivo i tursitani ne avevano perso progressivamente e definitivamente le tracce, con l’assenza ufficiale dal Catasto Onciario di Tursi, portato a compimento il 26 gennaio 1754 (quando Tursi, con i suoi 4.267 abitanti, era tra i centri maggiori della Basilicata). Comunque, al di là dei loro legittimi interessi, il segno lasciato è stato ragguardevole, per l’autorevolezza, l’equilibrio e la generosità del loro agire, oltre che in termini di affetto profondo e di duratura attenzione verso le comunità di Oriolo e di Tursi. Sono meritevoli di citazione sia il loro riconosciuto prestigio nelle scienze giuridiche sia i lasciti abbondanti nel paese d’origine e almeno una donazione tursitana (la propria “casa palazziata in strata Santa Crucis”, adattata per la sede della fondazione del Conservatorio delle Nobili/Nubili donzelle).

Sabina Vitale[3] è stata oltremodo gentile a inviarmi diverse fotocopie tratte dal testo di uno dei suoi avi, Giorgio Toscano[4], di Oriolo, avvocato e nipote di Vespasiano Andreasso. Il libro di Toscano, della seconda metà del XVII secolo (pubblicato postumo, nel 1996, a cura di Pina Basile, dell’Università degli studi di Salerno), è un memoriale autentico e ricco e conferma le intuizioni della Vitale, perché contiene una moltitudine di notizie relative alla famiglia Andreasso, alla Città di Tursi e ai legami con altre famiglie nobili tursitane.

Francesco Vespasiano Andreasso di Oriolo, nonno di Vespasiano Andreasso a Tursi

Giorgio Toscano (in seguito qui: GTt) descrive l’albero genealogico materno e inizia dal XVI secolo con il Dr Francesco Vespasiano Andreasso, di Oriolo, medico insigne e ricco, che sposò Vittoria Reca o Greca; da loro nacquero: Decio, Ascanio, Francesco, Lucrezia e Isabella Andreasso; il primogenito Decio Andreasso fu dottore di legge ed ebbe per moglie Isabella Marini, sorella del Dr Ottavio Marini, questi marito di Vittoria Toscano, sorella del padre di Giorgio Toscano; Decio e Isabella ebbero alcuni figli, Vespasiano, Virginia (poi moglie di Pietr’Antonio Toscano, padre di Giorgio) e Vitttoria Andreasso (sposa di Francescantonio Erario di Tolve, madre di Camillo, Isabella e Vincenza d’Erario).

Vespasiano Andreasso (? – Napoli, 1664), dunque, fu il primogenito del Dottor Decio Andreasso e Isabella Marini, poi “Dottore di legge (U.J.D.)”, quindi capostipite della famiglia a Tursi. Nel 1631, sposò Modestina de Consiliis, ricca ereditiera tursitana, unica figlia del Dottor Francesco Antonio de Consiliiis. Nella casa di questi “perchè v’era un federcommesso del consigliere de Giorgio suo parente, si trasferì nella casa di detta Modestina, unica figlia, col peso di porsi della famiglia de’ Giorgio de Consiliis[5]”, pertanto al loro unico figlio fu imposto il nome di Francesco Antonio Andreasso De Giorgio De Consiliis (data di nascita imprecisabile). Che sarà citato in famiglia come “il Presidente”, per i suoi incarichi prestigiosi nel Tribunale di Napoli e alla Regia Dogana di Foggia.

Dopo la morte della moglie Modestina de Consiliis, Vespasiano Andreasso “passò a seconde nozze” con la tursitana Virginia Panevino (? – 05/9/1651), ma non ebbero eredi. Figlia di Matteo Panevino Seniore, lei era già stata vedova due volte, in entrambi i casi con prole. Aveva sposato prima il Dottor Giulio Donnaperna e da loro nacquero: Antonello Donnaperna, dottore;  don Matteo, canonico; Berardino, Antonio (diventato abate nel 1650 e oltre, battezzò come padrino il figlio del fratello Antonello[6]); e Solenne Donnaperna. Vedova del primo marito, Virginia Panevino si unì poi in matrimonio con Antonio Putignano, barone di Craco, costui figlio del barone Scipione. I Putignano avevano acquistato il feudo con molta probabilità fin dal 1605, perché Craco fu poi venduto nel 1642 proprio da D. Virginia Panevino per conto della sua unica figlia D. Veronica Putignano, che sposò  il Dottor Michelengelo Latronico di Tursi. Morto il barone Antonio Putignano, la stessa Virginia passò a terze nozze proprio con Vespasiano Andreasso (zio di Giorgio Toscano), senza altri figli, quindi lei morì il 5 settembre del 1651. L’avvocato Vespasiano, già due volte vedovo, sposò allora (nel 1652?) in terze nozze Geronima Picolla (? – 1660 circa), parimenti di Tursi, anche lei pure doppiamente vedova del Dottor Gio: Antonio Asprella e di Giovanni Vincenzo Leone, e comunque senza figli. Con la morte anche della terza moglie, Vespasiano “abbandonò Tursi e si ritirò in Napoli, per andare a morire tra le braccia del figlio, ove visse circa tre anni e dopo se ne volò al Paradiso nell’anno 1664” (GTt). 

A riprova delle origini oriolesi, del trasferimento a Napoli e della generosità, questo stralcio di documento, interessante già dal titolo del paragrafo nel testo originale di Toscano: “Orto del D.r Vespasiano Andreasso in contrada della Trinità”: <<Il D.r Vespasiano Andreasso mio zio, possedeva un orto in contrada della Trinità, pervenutogli da suoi antecessori, confina col retroscritto orto del D.r … Toscano, ed altri fini; quale D.r Vespasiano essendo andato a far casa in Napoli col figlio, con più sue lettere ci donò gli stabili, che possedeva in Oriolo, il ché ultimamente ci fu confermato dopo la morte di detto D.r Vespasiano dal D.r Francescantonio suo figlio, al presente degnissimo presidente della Regia Camera della Sommmaria, con sua lettera da Napoli, sotto li 4 gennaro 1667, che in mio potere si conserva con queste parole: “codesti stabili, che sono in Oriolo, so che non possono servirmi, sappia govarnarseli, e se potesse recuperare qualche carlino da codesta Università pure sarebbe suo, né so dirli altro, parendomi nel resto che Vostra…>> (GTt).

Francesco Antonio Andreasso, avvocato, giudice, presidente e regente

Il figlio di Vespasiano, Francesco Antonio Andreasso fu anch’egli Dottore di legge, essendosi laureato in Legge a Napoli, prima del 1653, in seguito divenne giudice della Gran Corte della Vicaria e Presidente Regia Camera della Sommaria, oltre che Presidente all’Ufficio della Gran Dogana di Foggia detta Regia Dogana Menapecudum Apuliae e poi Regente del Collateral Consiglio per S. Maestà. Fu lui che donò l’abitazione di famiglia, nell’attuale via San Domenico, per il citato Conservatorio delle Verginelle (crollato nel XIX secolo). Giorgio Toscano gli dedica queste parole elogiative: <<“Avendo atteso ai tribunali di Napoli, fece coll’aiuto di Dio gran progressi, perché avendo fatto il noviziato alle procure in breve ottenne il posto di avvocato de’ primari; indi a forza del Sig. Marchese d’Astrorga allora Vicerè del Regno fu tolto da tribunali e collocato al servigio di S.M. per Giudice della Gran Corte della Vicaria, non trascorsero molti anni, che passò nella Regia Camera per avvocato fiscale di quella, come troppo zelante del regal patrimonio, da dove poi pel suo merito in breve tempo fu portato alla dignità di Presidente della medesima Regia Camera della Sommaria e per maggior servigio di S.M. fu mandato per Presidente all’Ufficio della Gran Dogana di Foggia detta Regia Dogana Menapecudum Apuliae; posto occupato per prima dalli Regenti del Collateral Consiglio ed avendo fatta residenza per due anni con molto accrescimento della Regal Azienda, perché l’aria non troppo li confaceva avendoci passata infermità pericolosissima, ottenne licenza di ritornare in Camera, dove (ha servito) da Presidente di quella, e se Dio li concederà vita si spera infallibilmente che li suoi meriti l’abbiano da portare al collateral Consiglio per regente di Canceleria, per la quale ha avuto una volta la nomina e ne avrebbe ottenuto l’onore se li mezzi efficaci d’altri concorrenti non l’avessero prevenuto, egli però non tiene quest’ambizione, perché non ambisce partirsi da Napoli, né tampoco ci usa manifattura con denari e altri mezzi, così come ha fatto nell’altri posti, per li quali è passato per li soli suoi meriti.>> (GTt).

Il Presidente Francesco Antonio Andreasso “si casò giovinetto” nella città di Napoli,  nell’anno 1645, con la signora Giovanna Savia Cangiana, nipote del Consigliere don Francesco Savio e cognata del Consigliere don Gio: Battista Jovino. Vissero molti anni insieme ma non ebbero figli, per la sterilità della moglie, che morì prima del 1670. “Perché li matrimonj per essere buoni e viverci con quiete devono essere uguali in tutte le condizioni, così di nascita, come di età e di sostanze, e perciò contrasse matrimonio con detta Anna Fusco, conforme del tutto mi donò parte con sua lettera, che da me si conserva in data de 19 febbraio 1670”, puntualizza ancora Giorgio Toscano nel suo libretto, aggiungendo chiaramente che l’Andreasso, allora avvocato, nonostante “avesse avuti molti partiti di Sig.ri di seggio, non vi volle applicare l’animo colla massima: si vis nubere, nube pari”. Ebbene, in quel mese dell’anno, Francesco Antonio si risposò in seconde nozze con la signorina Anna di Fusco, nipote e cognata del Consigliere don Giuseppe di Rosa,  questi marito della sorella “con dispenza” (ma non è chiaro il motivo) e nipote “carnale” di Monsignor Quaranta, Arcivescovo d’Amalfi, e di Monsignor di Rosa, Vescovo di S. Angelo, suo cugino, oltre che nipote del Regente Capobianco, che ebbe per moglie la zia di Giovanna, “ed altri parenti tutti di qualità”. E “avendo il Grand’Iddio voluto ricompensare la sterilità della prima moglie con larga usura di fecondità nella seconda” (GTt), Anna Fusco partorì almeno quattro figli; Giuseppe Maria, Vespasiano, Teresa Maria, Geronima.

Dal primogenito Giuseppe Maria, la Vitale ritiene (non dal secondogenito Vespasiano, come sostiene il Bruno) sia proseguita la linea genealogica con un altro Francescantonio Andreassi, che fu anch’egli giudice della Vicaria dal 1701 al 1710. Con il definitivo spostamento dei rappresentanti della famiglia Andreassi nella Capitale del Regno si concluse il ciclo tursitano.

Il solido legame di discendenza con le famiglie Coperta e Toscano e con  i Panevino

Un’altra ramificazione del legame con la famiglia Panevino rimanda direttamente a Giorgio Toscano, autore del prezioso memoriale nel quale descrive ovviamente soprattutto le personali vicissitudini familiari, ma dà ampio spazio agli Andreasso. Nel testo egli discorre della moglie Grazia Coperta (di Tursi) e dei suoi parenti materni e paterni, ovvero delle famiglie: Palumbo, Picolla, Andreasso, Valicento, d’Aloisio, Pasca, Basile, Quaranta, Mazzeo, d’Alessio, d’Elia, Formica (di Aliano), Panevino, Camerino, Donnaperna, Caputi, Quinto, Brancalasso, de Virgiliiis, Molfese (di Sant’Arcangelo), de Siderio.

Francescantonio Panevino, figlio del Dr Gio: Lorenzo Panevino e di Grazia Picolla,  sposò Regina Coperta e la coppia ebbe almeno cinque figli: Gaetano, primogenito, si laureò; – Don Francesco Panevino, dottore, “che avendo eletta la via ecclesiastica si trattiene nella città di Napoli, esercitando la professione con diverse procure ed incombenze di que’ tribunali”; – Gio: Lorenzo Panevino,s’è fatto religioso nell’Oratorio di san Filippo Neri, de’ chierici regolari nella città di Tursi, dove continua da sacerdote”; – Gio: Battista Panevino, figliolo, (si laurea forse nel 1694[7]; in un atto del 1702, era debitore censuario dell’utriusque iure doctor Pietr’Antonio Toscano, di Oriolo); – Lucrezia Panevino, “s’è monacata nel conservatorio di Tursi, fatto a sue spese dal Dottor Francescantonio Andreasso di detta città (suo fratello e cugino di G. Toscano), abitante e casato nella città di Napoli, dove avendo esercitato più gradi de’ Regi Ministri…”.  Regina Coperta era “sorella itrinque congiunta” di Grazia Coperta (? – 1681), moglie in seconde nozze del citato avvocato Giorgio Toscano, di Oriolo, figlio di Pietrantonio Toscano.

Regina e Grazia Coperta erano figlie di Giambattista Coperta, vedovo e poi arcidiacono della Cattedrale di Tursi, e di Lucrezia Picolla, a sua volta figlia di Andrea Picolla che fu marito di Grazia Donnaperna. Ultima figlia di Grazia Picolla e del dottor Giovanni Lorenzo Panevino, fu Solenne Panevino che sposò il Dottor Prospero Rapone di Montalbano e dal matrimonio nacque Pietrantonio Rapone (di Montalbano era pure l’antenata della Vitale Domenica Rondinelli, nata il  25/10/1762, figlia di Livia Rapone di Montalbano e Filippo Rondinelli di Rotondella). Il 5 dicembre 1660 fu stipulato uno atto di convenzione mediante il quale l’U. J. D. Vespasiano Andreassi, marito in terze nozze della fu Geronima Picolla, zia degli altri eredi Panevino, Picolla e Coperta,  riceveva in dono la propria parte di eredità dal magnifico Francesco Antonio Panevino e la moglie Regina Coperta, Giovanni Nicolò Panevino, il clerico Giuseppe Panevino, fratelli e procuratori di Solenna Panevino (tutti figli di Giovanni Lorenzo Panevino), i coniugi Grazia Picolla e Camillo Panevino, Grazia Coperta, moglie di Giorgio Toscano.

Un altro paragrafo del libro,intitolato nell’originale Stabili nella città e territorio di Tursi dotali dalla quondam Grazia Coperta, mia moglie,Giorgio Toscano ci informa della stipula matrimoniale: <<Dal sig.r D.r D. Gio: Battista Coperta (vedovo, diventato poi) arcidiacono di Tursi, mio suocero, tra le altre doti promessemi per contemplazione de matrimonio contratto tra me D.r Giorgio Toscano (n.1630) e detta Grazia sua figlia, vi furono docati 600 di stabili franchi e liberi, quali sono. Una casa in più membri con cortile, cellaro, soggrotto, cisterna ed altro, sito dentro detta città e proprio nel principio, quando si arriva nella piazza iuxta suoi notorj fini, estimato per docati 200. Un catoso nella contrada nel Mezzo Tumolo, confinato colle case do Medea Mazzario ed altri, estimato per docati 060. Una casa nella stessa contrada del Mezzo Tumolo, confinata con Tonino Bianco ed altri, stimata per docati 040. Un oliveto sito e posto nel territorio di detta città e proprio in contrada dell’Imbreci con 150 arbori e più d’olive stimato per docati  150 fu bruciato da uno di Colobraro, e pochi arbori restarono salvi. Tumola cinque di terre nel Pantanello e proprio alle case di Rago, a ragione di 30 docati la tumolata docati 150. In tutto docati 600. Dalle soprascritte tumole cinque di terre, da me ne fu ceduta una ettara in beneficio del capitolo di detta Città, il quale essendo creditore del detto arcidiacono, e questo possedeva ettara otto di terre in detta contrada del Pantanello, delli quali tumola otto, ne aveva a me assegnati ettari cinque; restarono per detto capitolo altru tumoli tre, e perché il credito superava il prezzo delle terre, li feci cessione d’una ettara delle mie, e si divise detto territorio ugualmente e però restarono per me tumoli quattro. Della suddetta roba n’appare assegnamento fattomi dal detto quondam arcidiacono, firmato di sua mano e testato da testimonj, sotto li dì primo agosto 1660.>>

Il Conservatorio delle nubili donzelle di Tursi

In un documento, del 1666, troviamo la descrizione dell’antefatto che portò alla istituzione delConservatorio delle nubili donzelle di Tursi: “Con i crediti sull’Università di Bernalda e di Craco spettanti al dottor Francesco Antonio Andreassi, commorante in Napoli, il quale vorrebbe far erigere nella chiesa di S. Anna extra moenia una cappella sotto il titolo di S. Caterina e dell’Annunciazione della Beata Vergine e, con la restante parte, debbano istituire un conservatorio femminile adattando a tale scopo la casa palaziata ‘in strata Santa Crucis’ dell’Andreassi, dopo aver ottenuto il beneplacito del vescovo di Anglona e Tursi, mons. Francesco Antonio de Luca”. L’iniziativa parte da padre Giulio Cesare Modarelli, preposito dell’Oratorio di S. Filippo Neri di Tursi, con il dottor Giacchino Picolla e Francesco Antonio Panevino, quali  procuratori del dottor Andreassi, potendo già disporre della somma riscossa da Vespasiano Fortunato di Gifuni. Virginia Guida, moglie del “magnifico” Vito Belvito di Tursi, vendette al canonico don Giovanni Maria de Leonardis e al dottor Gaetano Panevino, governatori del Conservatorio delle Donzelle Nobili di Tursi, ma non alla priora  Madre Rosalia della Visitazione (al secolo Cornelia Panevino, priora almeno fino al 1694), “un terreno di tomola trentacinque, in parte ‘boscosi’, sito nel feudo di Anglona, per il prezzo di ducati ventuno, poiché si ritrova debitrice nei confronti di detto Conservatorio per la somma di ducati sedici e mezzo, essendo erede di suo padre, il fu Giovanni Antonio Guida; infatti quest’ultimo accese un annuo censo, in data 1651 settembre 18, a favore di Vespasiano Andreassi, padre del dottor Francesco Antonio Andreassi, fondatore del suddetto Conservatorio (notaio Leonardo Antonio de Mellis, 1692)”.

Nel tratteggiare il profilo della figlia monaca Agnesa Toscano (nata il 5 maggio 1671),  il padre Giorgio Toscano offre altre notizie su Tursi e anche sulla fondazione del Conservatorio delle Nubili donzelle: <<Mia 6a figlia, da che fu figliola dimostrò sempre spiriti applicati a servire Dio e la beatissima Vergine in qualche chiostro di Religione e come che il Sig.r Presidente della regia Cam.a D.r Francescantonio Andreasso mio cugino, dopo la morte del D.r Vespasiano suo padre, il quale aveva lasciata in Tursi tutta la sua facoltà di stabili di non poca considerazione, e precise d’un bellissimo e commodo palazzo di più e diversi membri, con quantità di territorj, tutti aratorii, e precise a bombace, ch’è la maggiore industria di quel paese, vigne ed altre possessioni fruttifere e vedendosi allora destituito di figli con la prima moglie, si risolse di lasciare in quella città, sua natia patria, una perpetua memoria, e fu di formare per allora un divotissimo Conservatorio di Verginelle, sotto la protezione del Glorioso Patriarca s. Domenico; onde a sue proprie spese fece ridurre l’accennato suo palazzo a forma e modello di convento, con le abitazioni di tante celle, chiostri e commoda chiesa, e li cedè ed assegnò per dote tutti li accennati suoi stabili e possessioni, che possedeva in quella città, di modo che dopo qualche tempo, il conservatorio suddetto s’è ridotto a claustrale convento, dove si fa formalmente la solenne professione. In questo dunque la suddetta mia figlia Agnesa in età d’anni 15 volle andare ad inserrarsi per servire Dio e la B.V., mutandosi il nome di Agnesa in Cristina, e la casata da Toscano in Cristina della Natività, dove persevera con grande fervore di spirito e sempre con avanzo a gloria di Dio e della B.V., vi entrò nell’anno 1686 di novembre>>.

Le CAPPELLE di jus patronato

La nobile famiglia Andreassi possedeva ben quattro cappelle di jus patronato, tutte all’interno delle chiese di Tursi. Dall’esercizio di tale diritto di patronato, possiamo ricavare la conferma del resistente, ampio e duraturo legame affettivo e fiduciario con i nobili Panevino, ma anche alcune indicazioni delle loro residenze, con tutta probabilità nell’antico rione della Rabatana e San Michele (poi san Filippo Neri), e il loro attaccamento a Tursi, con l’ultima cappella dell’Assunzione, sulla quale tale diritto di giuspatronato è stato esercitato fino al 1750 circa, quindi ben dopo la loro uscita dalla scena tursitana, segno comunque che il legame è sopravvissuto almeno nei primi decenni.

La CAPPELLA DI S. CATERINA, dentro la storica chiesa parrocchiale diS. Michele Arcangelo, attiva dal 1665, se non prima, fino al 1735 circa; fu affidata alle cure per lunghissimo tempo di padre Giovan Lorenzo Panevino (agli inizi e dopo il 1700, dell’Oratorio di S. Filippo Neri, di don Domenico Taranto (verso il 1690), e in ultimo del rev. don Carlo Gagliardo, San Chirico.

La CAPPELLA DEL CARMINE (di “Santa Maria del Monte Carmelo”), eretta nella più antica chiesa di Tursi, poi Collegiata della Rabatana, fu attiva dalla seconda metà del XVII secolo ed ebbe come cappellani il rev. don Pietr’Antonio Durante e, dopo la sua morte, il canonico don Andrea Durante (“la presentazione e nomina di quest’ultimo a cappellano avvenne nel 1683, da parte di Giulia Rezza di Tursi, erede e nipote della fu Giulia Fiorino, sua ava”) e, in seguito, il cappellano padre Giovanni Antonio Margiotta, intorno al 1708.

La CAPPELLA DELL’ASSUNZIONE, pure nella Collegiata della Rabatana, tra il 1692 e 1742; cappellani furono due padri dell’Oratorio di S. Filippo Neri di Tursi, padre Francesco Guida epadre Paolo Panevino, per moltissimi anni (1710-1742), forse addirittura ininterrottamente.

La CAPPELLA DI S. MARIA LE GRAZIE, dentro la chiesa di S. Anna extra moenia (costruita nel 1627), il canonico don Biagio Panevino fu a lungo cappellano, probabilmente dal 1714 al 1733.

Nella stessa chiesa di S. Annavi era un’altra cappelladella Beata Vergine del Carmine di jus patronato (?) e il rev. don Giovanni Tommaso di Pinto ne era cappellano, negli anni 1693-1704.

Si presenta più complicata la vicenda del BENEFICIO DI S. SILVESTRO, dentro la Cappella del Carmine, eretta nella chiesa di S. Anna è invece attribuito alla famiglia Coverta/Coperta, poi con gli eredi e congiuntamente con Gaetano Panevino, discendente del fondatore, il canonicoGiandomenico Coverta.  Don Saverio Panevino fu ultimo cappellano nominato dai fratelli Gaetano, Giovan Battista e padre Gian Lorenzo Panevino. Gli successe don Francesco Toscano di Oriolo, la cui presentazione della nomina a rettore e cappellano fu fatta da Gaetano Molfese, di Santarcangelo (figlio di Arcangelo Molfese e Grazia Panevino) e dal dottor Francesco Panevino, di Tursi, quest’ultimo  compatrono del beneficioperché figlio ed erede di Gaetano Panevino e discendente del canonico Giandomenico Coverta,fondatore della Cappellania “come da istrumento di fondazione rogato nell’anno 1620 a 14 novembre per mano del fu notar Giovanni Salvatore” (notaio Gaetano Nocerito, 1757[8]).

Ma un altro documento notarile, di due anni dopo, racconta una versione un poco diversa, poiché non è chiaro se trattasi dello stesso beneficio o di due distinte cappellanie. Si afferma, dunque, che il dottor Francesco Panevino, “per fare una pia disposizione in suggragio de’ suoi maggiori e per mantenere la devozione di S. Silvestro”, abbia assegnato al reverendo don Bernardo Toscano, di Oriolo, cappellano del beneficio di S. Silvestro, eretto nella  Cattedrale di Tursi (il quale era succeduto al rev. arcidiacono don Saverio Panevino), “un capitale di ducati centosessantotto, grana trentatre e cavalli quattro con l’annua rendita di ducati cinque e grana cinque, poiché da anni non era stato più redatto l’inventario dei beni e delle rendite beneficiali e non se ne conservava alcun titolo di proprietà, a causa dell’incuranza dei precedenti cappellani” (notaio Giovan Battista Pasca, 1759).

Con tutta probabilità è questa la realtà dei fatti, suffragata da altri due atti notarili[9], uno così intestato: “Presentazione della nomina a rettore e cappellano del beneficio di giuspatronato laicale fondato dal canonico Giandomenico Coverta sotto il titolo di S. Silvestro dentro la Chiesa Cattedrale di Tursi nella persona di don Francesco Toscano, vacante per la morte di don Saverio Panevino (notaio Francesco Iacobino, 1757)”. Tale atto richiama un istrumento del 1621, dal quale si apprende che il canonico Giovanni Domenico Coperta, zio di Giovan Battista del giudice Orazio Coperta, il 14 novembre del 1620, fondò a Tursi un beneficio di giuspatronato laicale nella Cappella di San Silvestro, dentro la chiesa Cattedrale di Santa Maria Annunziata di Tursi (notaio Giuseppe de Salvatore, 1621; notaio Giuliano Antonelli, 1620). E ogni dubbio sembra dissolversi, mentre solo un lampo torna a illuminare la storia della famiglia Andreassi, con i Coperta/Coverta, i Toscano e i Panevino.

Salvatore Verde ©

Altri stemmi della famiglia ANDREASSI

 [1] Rocco Bruno, Le famiglie di Tursi dal XVI al XIX secolo, Romeo Porfidio Editore, Moliterno (PZ), 1989, III edizione aggiornata a cura di Gaetano Bruno, Valentina Porfidio Editore, Moliterno (PZ), 2016; Antonio Nigro, Memoria topografica ed istorica sulla città di Tursi e sull’antica Pandosia di Eraclea, oggi Anglona, Tipografia Miranda, Napoli, 1851; Ludovico Antonio Muratori, Uomini illustri del Regno di Napoli (in realtà: Raccolta delle vite, e famiglie degli uomini illustri del Regno di Napoli per il governo politico compilato da Ludovico Antonio Muratore, bibliotecario del serenissimo signor duca di Modena),  Milano, Marco Sessa, 1755, ristampa Anastatica Forni, Ed. Bologna, 1972.

[2] Pochi frammenti di documenti dell’epoca anche precedente, però, ci informano dell’esistenza di rapporti almeno commerciali importanti,  tra la famiglia Panevino (legata da vincoli familiari agli Andreasso)  e il nobile Giovanni Paolo Castiglione di Mantova. Da un atto notarile del 14 aprile 1568, del notaio  Lorenzo de Helis, si apprende di un debito nei confronti del nobile Castiglione da parte dei fratelli Panevino di Tursi, il sacerdote Pietro Antonio (“donno Petro Antonio panis et vino”) e il nobile Giovanni Lorenzo, “pro venditione et pretio cuiusdem stilii apoteca aromatarie”, per la somma di ducati cinquantaquattro e grana diciotto.

[3] Sabina Vitale, infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana, vive a Napoli e può fregiarsi di una discendenza di altissimo profilo, che scaturirebbe dopo ricerche d’archivio dalle famiglie Andreassi, Brancalasso, Camerino, Coperta, De Virgiliis, Donnaperna, Panevino, Picolla, Toscano. 

[4] Giorgio Toscano, Memorie di famiglia. Genealogie e cronache calabresi in Giorgio Toscano, Collana Quaderni di Storia del Mezzogiorno, n. 12, a cura di Pina Basile, Università degli studi di Salerno, cattedre di Filologia dantesca e Letteratura umanistica (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1996). Dello stesso autore La storia di Oriolo di G. Toscano, a cura di Pina Basile (Roma, 1985). Giorgio Toscano (1630 – ?), figlio di Virgina Andreasso e Pietr’Antonio Toscano (? – 1650), si laureò in Giurisprudenza a Napoli il 24 luglio 1653, il successivo 26 dicembre rientrò definitivamente a Oriolo (CS), suo paese di origine, dove si stabilì e divenne poi Governatore, Giudice e Agente generale della sua Terra. Giorgio Toscano sposò Cecilia Freggi, prima figlia di Rosina La Canna e del Dr Francesco Antonio Freggi, entrambi abitanti di Casalnuovo (l’attuale Villapiana, CS). Il matrimonio di Toscano con Cecilia fu celebrato a novembre del 1658, ma a ottobre del 1659 lei morì di parto con il nascituro. Lo zio che abitava a Tursi, Vespasiano Andreasso, fratello della madre Virgina Andreasso, agevolò le seconde nozze di Giorgio Toscano, a giugno del 1660, con la tursitana Grazia Coperta, seconda figlia di Lucrezia Picolla e di Giambattista Coperta (la primogenita Regina Coperta si maritò poi con Francescantonio Panevino). Grazia e Giorgio, che ebbero almeno sette figli, abitarono a Tursi i primi due anni.

Giambattista Coperta era il sesto figlio di Regina Bianca e Orazio Coperta, entrambi di Tursi, città nella quale lo stesso Orazio era giudice  nel 1601 (R. Bruno). Lo zio di Giambattista, Don Gio: Domenico Coperta, canonico della Cattedrale, fondò in tale chiesa la cappella di S. Silvestro con jus patronato perpetuo in beneficio di suo fratello Orazio (istrumento di dotazione e fondazione del 14 novembre 1620, notaio Giuseppe di Salvatore).  Orazio Coperta e Regina Bianco ebbero non meno di sette figli: Florimenda, Antonia, Isabella, Vittoria, Lucrezia, Gio: Battista, Francesco Coperta. La famiglia si estinse con Giambattista Coperta (? – agosto 1671), che rimase vedovo e “s’applicò allo stato ecclesiastico e fatto sacerdote, per la sua abilità fu assunto alla dignità dell’arcidiaconato di quella Cattedrale, e più volte fu eletto e fatto vicario, così generale delle Vescovi, che pro tempore sono stati nella Diocesi di Tursi ed Anglona; come Capitolare nella loro morte o mancanze, qual ufficio per molti e molti anni esercitò con grandissimo decoro”. Ho dato volutamente ampio spazio al testo di Giorgio Toscano, per la puntualità dei dati inediti e per l’accurata descrizione, ma anche come modesto omaggio e forma di meritato risarcimento intellettuale, sia pure postumo.

[5] GTt (dal testo di Giorgio Toscano).

[6] Annotazione inedita di Sabina Vitale

[7] Annotazione inedita di Sabina Vitale

[8] Per una linea genealogica, va ricordato che Gaetano Panevino era figlio di Regina Coverta, figlia del vedovo poi arcidiacono Giambattista, figlio di Orazio Coverta, questi fratello del canonico Giandomenico Coverta, fondatore della Cappellania

[9] Devo alla talentuosa Rosanna D’Angella, ricercatrice d’archivio e studiosa di assoluto valore, una parte della documentazione ancora inedita relativa alla sua imponente ricerca genealogia dell’artista e poeta John Giorno (New York, 4 dicembre 1936 – 11 ottobre 2019), discendente della nobile e gloriosa famiglia Panevino.

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Storia di un vedovo poi arcidiacono della Cattedrale di Tursi e di una carestia biblica causata dall’invasione di bruchi. Due riferimenti nel libro del 1600 di Giorgio Toscano, che introduce anche la storia della famiglia Andreassi (1) https://www.tursitani.it/una-invasione-di-bruchi-causa-una-carestia-biblica-e-la-storia-di-un-padre-di-famiglia-che-diventa-arcidiacono-della-cattedrale-di-tursi-due-riferimenti-nel-libro-del-1600-di-giorgio-toscano-che-ci/ https://www.tursitani.it/una-invasione-di-bruchi-causa-una-carestia-biblica-e-la-storia-di-un-padre-di-famiglia-che-diventa-arcidiacono-della-cattedrale-di-tursi-due-riferimenti-nel-libro-del-1600-di-giorgio-toscano-che-ci/#respond Thu, 04 Jun 2020 20:24:31 +0000 https://www.tursitani.it/?p=4080 Devo a Sabina Vitale lo stimolo ad approfondire la ricerca tra i suoi antenati e il collegamento con Tursi, avendomi donato del materiale scritto dal suo avo, l’avvocato Giorgio Toscano, di Oriolo, nipote di Vespasiano Andreasso, questi capostipite della famiglia nella Città di Tursi.   Giorgio Toscano è autore di un prezioso memoriale, trascritto, stampato e […]

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Devo a Sabina Vitale lo stimolo ad approfondire la ricerca tra i suoi antenati e il collegamento con Tursi, avendomi donato del materiale scritto dal suo avo, l’avvocato Giorgio Toscano, di Oriolo, nipote di Vespasiano Andreasso, questi capostipite della famiglia nella Città di Tursi.  

Giorgio Toscano è autore di un prezioso memoriale, trascritto, stampato e pubblicato postumo. Il volumetto (così lui lo definì) è disponibile con il titolo Memorie di famiglia. Genealogie e cronache calabresi in Giorgio Toscano( Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1996), nella collana Quaderni di Storia del Mezzogiorno, n. 12, a cura di Pina Basile, dell’Università degli studi di Salerno, cattedre di Filologia dantesca e Letteratura umanistica: “I fatti narrati si snodano tra genealogia, cronaca e cultura materiale, tra stemmi araldici e stampe d’epoca. La memoria di famiglia, scorrendo attraverso uomini e cose, famiglie e vicende, aggiunge un tassello non secondario alla storia e alla cultura della Calabria, fornendo un ulteriore contributo alla determinazione della sua entità”. La curatrice aveva già pubblicato La storia di Oriolo di G. Toscano (Roma, 1985), ma, non ha potuto rintracciare gli altri testi, “nonostante accurate ricerche”, un Poemetto in versi eroici  e le Allegazioni giuridiche.

Il Toscano sente legato alla sua famiglia di intellettuale anche il destino della sua Terra, sulla quale imperversano sia ‘le prepotenze’, sia le calamità, le pestilenze, ‘le cavallette’: le prime, certamente a giudizio dell’Autore, più dannose delle ultime… – scrive Pina Basile -. Il Toscano fu, insomma, il tipico giureconsulto del paese, che esercitava con amore e coscienza il proprio lavoro  di legale, ma senza disdegnare, nei momenti di riposo, di concedersi dei ‘levamina mentis’ caratteristici delle persone colte di quell’età, mediante timide o più audaci incursioni nel tempio delle Muse o con accurate ricerche nel campo delle memorie patrie… il tutto seppe esporre in uno stile agile, interessante, dilettevole alla lettura, soffermandosi con commossa partecipazione di uomo e di cittadino sui momenti più tristi della storia narrata”. Nel libro sono davvero molti e precisi i riferimenti a Tursi e alle famiglie tursitane, con le quali vi erano legami, affetti e interessi, per matrimoni ed eredità: Palumbo, Picolla, Andreasso, Valicento, d’Aloisio, Pasca, Basile, Quaranta, Mazzeo, d’Alessio, d’Elia, Panevino, Camerino, Donnaperna, Caputi, Quinto, Brancalasso, Siderio, de Virgiliiis, Formica (di Aliano), Molfese (di Sant’Arcangelo).

Nato forse nel 1630, Giorgio Toscanoera il settimo figlio di Virginia Andreasso e del Dr Pietr’Antonio Toscano (? – 1650), che di figli ne aveva già procreati ben 17. Delle sette femmine una sola era morta, mentre i dieci maschi morirono tutti prima dei quattro anni. Da queste tragedie l’invocazione della protezione di S. Giorgio, il patrono, e la decisione di Pietr’Antonio di imporre il nome del Santo al 18° figlio. Il giovane era da poco a Napoli, partì esattamente il 4 novembre 1649, per intraprendere gli studi della Legal Scienza, quando, un paio di mesi dopo, ebbe la notizia della morte del padre, oppresso dall’infermità di pontura; Giorgio non interruppe gli studi solo perché il fraterno cugino Francesco Antonio Andreasso lo persuase  a trattenersi e a proseguire. Si laureò in Giurisprudenza a Napoli il 24 luglio 1653, “nell’almo Collegio, sotto il cancelliere del Regno Don Francesco Marino Caracciolo principe d’Avellino”. Il successivo 26 dicembre rientrò definitivamente a Oriolo (CS), suo paese di origine, dove si stabilì e divenne poi Governatore, Giudice e Agente generale della sua terra.

A novembre del 1658, Giorgio Toscano sposò Cecilia Freggi, prima figlia di Rosina La Canna e del Dr Francesco Antonio Freggi, entrambi abitanti di Casalnuovo (l’attuale Villapiana, Leutermia al tempo della Magna Grcia), ma il Freggi, già marito e vedovo di Porsia Toscano (sorella di Giorgio) era di Cassano, figlio del Dr Francesco Lucio Freggi, famiglia nobilissima dipendente da Milano; Rosina e Francesco ebbero almeno altri quattro figli: Quinzia, Fulvia, Diana e Lucio. Il matrimonio di Toscano con Cecilia durò appena undici mesi, perché a ottobre del 1659 lei morì di parto con il nascituro. Consigliato dall’amatissimo zio Vespasiano Andreasso, fratello della madre Virginia Andreasso, il quale risiedeva a Tursi, Giorgio decise di sposare in seconde nozze, a giugno del 1660, la tursitana Grazia Coperta, seconda figlia di Lucrezia Picolla e di Giambattista Coperta (la primogenita Regina Coperta si maritò poi con Francescantonio Panevino). Grazia Coperta e Toscano, che si trattenne a Tursi per due anni, “per la gravidanza e per altre ragioni”, ebbero almeno sette figli: Pietrantonio (Tursi, 17 marzo 1660 – ?), Virginia (Tursi, 02 maggio 1662 – ?), Francesco, ?, ?, Agnesa (Oriolo, 5 maggio 1671 – ?), Giambattista.

Giambattista Coperta era il sesto figlio di Regina Bianca e Orazio Coperta, entrambi tursitani. Orazio era giudice  a Tursi nel 1601, scrive lo storico tursitano Rocco Bruno (Le famiglie di Tursi, 1989). Lo zio di Giambattista, Don Gio: Domenico Coperta, canonico della Cattedrale, fondò in tale chiesa la cappella di S. Silvestro con jus patronato perpetuo in beneficio di suo fratello Orazio, come da istrumento di dotazione e fondazione stipulato il 14 novembre 1620 dal notaio Giuseppe di Salvatore, “e che il cappellano sia sempre uno della famiglia d’esso costituente, discendente dal detto Orazio suo fratello di linea mascolina, ed in difetto, di linea femminina…”. Orazio Coperta e Regina Bianco ebbero non meno di sette figli: Florimenda, Antonia, Isabella, Vittoria, Lucrezia, Gio: Battista, Francesco Coperta. La famiglia si estinse con Giambattista Coperta, che rimase vedovo e “s’applicò allo stato ecclesiastico e fatto sacerdote, per la sua abilità fu assunto alla dignità dell’arcidiaconato di quella Cattedrale, e più volte fu eletto e fatto vicario, così generale delle Vescovi, che pro tempore sono stati nella Diocesi di Tursi ed Anglona; come Capitolare nella loro morte o mancanze, qual ufficio per molti e molti anni esercitò con grandissimo decoro (si riferisce alla vacatio, dal 26 novembre 1653 al  1° giugno 1654,determinata dalla morte di mons. Flavio Galletti e fino all’arrivo di mons. Francesco Antonio de Luca, poi dalla traslazione di questi ad arcivescovo titolare di Nazareth, il 7 febbraio 1667, all’insediamento di mons. Matteo Cosentino, 3 ottobre 1667, ndA), alla fine oppresso dal maligno morbo ed in età ben matura nel mese d’agosto del 1671 pagò alla comune madre il tributo”.

Nel 1661 il Toscano fu anche testimone di “un caso ben degno di memoria, e da non passarsi in silenzio per soddisfare la curiosità de’ posteri, e fu il secondo flagello, che Dio suol mandare in ncastigo della contumacia de’ peccatori ribelli; si è discorso sopra del crudel mostro della peste; conviene qui ragionare dell’arrabbiata fiera della fame, cagionata dall’irreparabile danno inferito nelle biade dalla voracità d’innumerabili stuoli di bruchi e locuste, come vogliam dire, o per dir meglio strumenti dell’ira di Dio; poiché nelle ali di questi animaletti ben si discernono alcune lettere, che dicono Ira Dei. Dunque, dalla marina d’oriente si vide annuvolato il cielo non da nubbi de’ vapore delle acque ed esalazioni della terra… ma di stuoli innumerabili ed incomprensibili di volatili bruchi, che trapassando il mare venivano a devastare e divorare le delizie della terra… si vide oscurato il sole non dall’eclissi della luna, ma dall’affollato e sorvolante stuolo di animalucci cotanto nocivi ed odiosi; che per più ore intiere occupavano la serenità dell’aere e rubavano al sole; durò più giorni lo sbarco”. La terribile carestia del tempo fu un evento catastrofico paragonato quasi alla peste di pochi anni prima (1656-1658), per l’intensità del terrore e per le devastanti conseguenze immediate, con la distruzione totale delle coltivazioni, di fiori, piante, foglie, i frutti, gli orti, le dorate spiche di ogni genere di biade e i pampini delle viti con le uve delle vigne,  senza ignorare gli effetti duraturi nei risvolti magico-religiosi dell’epoca.

Salvatore Verde

Giorgio Toscano scrive di sé: <<Nell’anno 1653 sotto il dì 24 di luglio nell’almo Collegio di Napoli ottenni la dignità del Dottorato, sotto il cancelliere del Regno Don Francesco Marino Caracciolo principe d’Avellino, essendo Promagno Cancellario il Sig.r Don Antonio Caracciolo marchese di S. Sebastiano, Reggente del Collateral Consiglio, come dal mio privilegio in detta data e nell’istesso anno nel mese di dicembre mi esposi al pubblico esame tenuto dalla Regia Giunta d’approvazione, che furono il Sig.r marchese della Torella, Sig.r Ettore Capecelatro, il Sig.r Consigliere Tommaso d’Aquino e il Sig.r Presidente Pisanelli, da quali fui approvato. Dal che disbrigato mi partii da Napoli non senza gran dispiacere del detto Sig.r Andreasso (Francesco Antonio, n.d.A.), che voleva trattenermi seco ed applicarmi a que’ Tribunali; non essendomi permesso dalle avversità di mia fortuna, mi portai nelle miserie della padria, ove giunsi sotto il 26 dicembre del 1653>>. E aggiunge: << “Volli tentare la fortuna di passare a seconde nozze, come seguì nel mese di giugno a persuasione del D.r Vespasiano Andreasso mio amatissimo zio, il quale si prese l’assunto di trattare nella città di Tursi (ove egli dimorava) con Grazia Coperta, figlia di Giambattista Coperta, il quale essendo stato prima casato con Lucrezia Picolla, gentildonna principale della medesima città, n’ebbe da detto matrimonio due figliole, una fu Regina Coperta maritata con Francescantonio Panevino; e la seconda fu la detta Grazia Coperta mia moglie; ed essendo da pochi anni passata da questa a miglior vita l’accennata Lucrezia madre di mia moglie, il D.r Giambattista Coperta suo marito s’applicò allo stato chiesastico e fatto sacerdote, per la sua abilità fu assunto alla dignità dell’arcidiaconato di quella Cattedrale, e più volte fu eletto e fatto vicario, così generale delli Vescovi, che pro tempore sono stati nella Diocesi di Tursi ed Anglona; come Capitolare nella loro morte o mancanze, qual ufficio per molti e molti anni esercitò con grandissimo decoro, alla fine oppresso da maligno morbo ed in età ben matura nel mese d’agosto 1671 pagò alla comune madre il tributo. Passai a seconde nozze con Grazia Coperta di Tursi, nel mese di giugno 1659, e fui da Dio consolato con feconda prole, posciacché dopo nove mesi di matrimonio diede alla luce li seguenti figli e figlie, e nella città di Tursi partorì il primo, a cui fu imposto il nome di mio padre: – Pietrantonio Toscano, nato a Tursi a 17 marzo 1660 (è stato battezzato a Oriolo il 20/3/1660[1]); – Virginia Toscano, nata in Tursi a 2 maggio 1662 (a gennaio del 1683 sposa Francesco/Francescantonio Basile[2]). Dopo che fui casato con Grazia, in occasione della gravidanza e per altre cagioni mi trattenni per due anni in detta città di Tursi senza abbandonare però questa casa, che veniva a rivedere spesso ed assistere a questi…>>.


Nel tratteggiare il profilo della figlia monaca Agnesa Toscano (nata il 5 maggio 1671), il padre Giorgio Toscano ci offre altre notizie su Tursi: <<Mia 6a figlia, da che fu figliola dimostrò sempre spiriti applicati a servire Dio e la beatissima Vergine in qualche chiostro di Religione e come che il Sig.r Presidente della regia Cam.a D.r Francescantonio Andreasso mio cugino, dopo la morte del D.r Vespasiano suo padre, il quale aveva lasciata in Tursi tutta la sua facoltà di stabili di non poca considerazione, e precise d’un bellissimo e commodo palazzo di più e diversi membri, con quantità di territorj, tutti aratorii, e precise a bombace, cg’è la maggiore industria di quel paese, vigne ed altre possessioni fruttifere e vedendosi allora destituito di figli con la prima moglie, si risolse di lasciare in quella città, sua natia patria, una perpetua memoria, e fu di formare per allora un divotissimo Conservatorio di Verginelle, sotto la protezione del Glorioso Patriarca s. Domenico; onde a sue proprie spese fece ridurre l’accennato suo palazzo a forma e modello di convento, con le abitazioni di tante celle, chiostri e commoda chiesa, e li cedè ed assegnò per dote tutti li accennati suoi stabili e possessioni, che possedeva in quella città, di modo che dopo qualche tempo, il conservatorio suddetto s’è ridotto a claustrale convento, dove si fa formalmente la solenne professione. In questo dunque la suddetta mia figlia Agnesa in età d’anni 15 volle andare ad inserrarsi per servire Dio e la B.V., mutandosi il nome di Agnesa in Cristina, e la casata da Toscano in Cristina della Natività, dove persevera con grande fervore di spirito e sempre con avanzo a gloria di Dio e della B.V., vi entrò nell’anno 1686 di novembre>>.

[1]Annotazione inedita di Sabina Vitale

[2] Annotazione inedita di Sabina Vitale

L'articolo Storia di un vedovo poi arcidiacono della Cattedrale di Tursi e di una carestia biblica causata dall’invasione di bruchi. Due riferimenti nel libro del 1600 di Giorgio Toscano, che introduce anche la storia della famiglia Andreassi (1) sembra essere il primo su Tursitani.it - News.

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Quando a Tursi c’era l’Ospedale, al tempo della peste del 1656-1658, ma anche prima e dopo https://www.tursitani.it/quando-a-tursi-cera-lospedale-al-tempo-della-peste-del-1656-1658-ma-anche-prima-e-dopo/ https://www.tursitani.it/quando-a-tursi-cera-lospedale-al-tempo-della-peste-del-1656-1658-ma-anche-prima-e-dopo/#respond Tue, 19 May 2020 16:01:39 +0000 https://www.tursitani.it/?p=3986 TURSI – La massima considerazione storica della Città di Tursi, si è avuta tra la metà del XVI secolo e quello successivo, per una serie di ragioni. Su tutte: la traslazione con sede definitiva della diocesi di Anglona a Tursi (nella Bolla di papa Paolo III, del 25 marzo 1546, è definito “paese popoloso e […]

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Pala sinistra del Trittico (XIV sec.) nella chiesa collegiata di santa Maria Maggiore di Tursi (MT)

TURSI – La massima considerazione storica della Città di Tursi, si è avuta tra la metà del XVI secolo e quello successivo, per una serie di ragioni. Su tutte: la traslazione con sede definitiva della diocesi di Anglona a Tursi (nella Bolla di papa Paolo III, del 25 marzo 1546, è definito “paese popoloso e florido nelle arti liberali e nelle scienze”); l’affermarsi della indiscussa signoria dei Doria di Genova, come duchi di Tursi; il favorevole andamento demografico e il costituirsi di un ceto nobiliare. Con tutto quello che tali eventi hanno potuto significare a livello religioso, economico, sociale e civile. Tursi era un centro di prima grandezza in Basilicata, quasi come Matera popoloso (8.550 anime nel 1416; nel 1561 si calcolavano oltre 10.780 abitanti, picco mai più eguagliato; meno di duemila nel 1728). Vi erano oltre cinquanta famiglie di rango elevato, quaranta dottori in legge nel 1652, una vera moltitudine di notai e avvocati, oltre ai medici e poi i vari artigiani; aveva un ampio gruppo consolidato di famiglie nobili e la vita cittadina si realizzava, con le molte caratteristiche e le tante contraddizioni di un abitato e di una società al passo con i suoi tempi. Senza dimenticare o sottovalutare l’analfabetismo dominante e la povertà dilagante, l’elevato tasso di mortalità soprattutto infantile, la promiscuità abitativa delle genti povere con gli animali, le precarie condizioni igieniche, la sostanziale impotenza di fronte alle malattie, la diffusione della superstizione e di pratiche magiche, la difficoltà e l’insicurezza del viaggiare, il ricorso insistito alla violenza. E tutto questo nella persistenza storica delle differenze di casta, ceto e classi, ma anche nell’assestamento dei nuovi equilibri con le disuguaglianze, oltre all’abituale vita di stenti e di miseria della maggioranza dei sottoposti, con l’esasperazione dello sfruttamento della servitù, dei lavoratori della terra, dei pastori e dei prestatori in genere di manodopera.

Ovviamente, c’era pure un clero attivo, dotato e importante; latamente, una gran quantità di ecclesiastici secolari e regolari, chierici, religiosi, suore, novizi, aspiranti, seminaristi, gerarchicamente ordinati, tutti al servizio del prossimo, per la meritoria cura delle anime ispirate o smarrite e per le quotidiane incombenze. A parte il distante santuario della Madonna di Anglona, molto ruotava intorno, soprattutto, ai tre capitoli delle grandi chiese parrocchiali, la cattedrale diocesana dell’Annunziata, la chiesa di San Michele Arcangelo e la Collegiata Insigne di santa Maria Maggiore, quest’ultima nell’antico rione della Rabatana, con le relative cappelle al loro interno e quelle altre annesse, non di rado, ai palazzi nobiliari (dei Brancalasso, Latronico, Capitolo, Margiotta-Ferrara, Camerino ecc.). Si aggiunga l’opera apprezzabile anche nelle chiese di San Filippo Neri e di Sant’Anna (fondata nel 1627, ma “oggi diruta”, scrive il Nigro[1]), in quelle sparse nelle campagne del vasto territorio, e poi la vita incarnata dai frati, dentro e fuori dei Monasteri dei Mendicanti, il convento degli Zoccolanti o dei Minori osservanti di San Francesco (per il Nigro “Esso fu fondato nel 1441 dal Conte di Tursi Niccola”, ma non convince) e dei Cappuccini di San Rocco (nel 1568). Anche se non sempre tutti i monaci potevano essere un esempio di raffinata virtù, come quelli del convento di San Sebastiano e i Domenicani, soppressi, anzi “schiantati” nel 1652 da papa Innocenzo X. Non certo in ultimo, la formazione delle nuove generazioni non soltanto tursitane, all’interno del seminario, della Congregazione dell’Oratorio di san Filippo Neri (“Fu dotato dal Dottor Giuseppe Antonio Brancalasso come per istrumento rogato da Notar Gianfrancesco Vallicenti a 25 Maggio 1652”, Nigro) e del Conservatorio delle nubili donzelle (ancora il Nigro: “sotto la regola di San Domenico… fondato e dotato di tutti i suoi beni stabili da D. Francesco Antonio Andreassi, che convertì la sua casa palazziata… ciò fu nel 1666”). Da ricordare che in una cappella della Maddalena si tenne una riunione, propiziata da Giuseppe Brancalasso[2] (nel 1652), che favorì poi la nascita in Città della Congregazione di san Filippo Neri.

Ma nei secoli XVI-XVII, all’incirca, emergono e svettano figure di prim’ordine, come Giulio Antonio Brancalasso, Francesco Brancalasso, P. Andrea Picolla, Francesco Antonio Andreassi, i fratelli Brancalasso, Tommaso e i canonici  Don Filippo, l’abate Don Carlo e Don Nicolò, Michelangelo Latronico, Ippolita Pope Bitonte, Padre Antonino, don Giulio Cesare Clarudia/Claridia.

Importata dalla Sardegna, la grande e terribile peste degli anni 1656-58 arrivò all’improvviso a Napoli e da lì si diffuse rapidamente in quasi tutte le province del Regno. Come diverse altre volte nei secoli precedenti, qualcosa sembrò cambiare almeno nel breve termine, successivo al tragico periodo. E anche se la propagazione della pestilenza non fu omogenea nella regione Basilicata, comunque ne accentuò di parecchio lo spopolamento. La già calante popolazione tursitana si ridusse più della metà, secondo alcuni passò da 4.000 abitanti a 1980[3], mentre un terzo dei restanti fuggì altrove, nell’entroterra lucano, e molti andarono a Trecchina. Lo storico locale Rocco Bruno[4] (Tursi, 05/01/1939 – 06/01/2009) ha ipotizzato solo a Tursi 5.000 morti, ma è difficile sostenerlo, essendo tale cifra non confermata dall’andamento demografico, in netto calo proprio in quegli anni e nei decenni precedenti. Vittime della peste furono ricchi e poveri, praticamente di ogni età, causando una crisi di manovalanza senza precedenti, fatto non secondario, con riflessi negativi sulla produzione e quindi per la economia dell’intera Città.

La tragedia colpi quasi tutti i nuclei familiari, anche nelle frazioni di Caprarico e Panevino e nelle pur isolate campagne, dove si pensò di fuggire per ripararsi dal contagio, infettando così tali residenze e le masserie con gli addetti alla conduzione delle varie attività. Già esposta alla ordinaria  fragilità del terreno e non immune dalle disgrazie naturali, la città di Tursi era impotente e smarrita di fronte agli appestati, ipotizzando gli untori e il maligno, ma con spirito di rassegnazione davanti al “flagello divino”, come usava dire e come ritenevano da più parti, non soltanto preti e frati. Le stesse chiese erano luoghi di speranza (e di contagio al contempo, per il contatto e l’affollamento), mentre ai santi si destinavano suppliche ininterrotte. La nomina di San Filippo Neri quale “protettore principale” di Tursi è anche conseguenza di quel periodo, essendo stata proposta dalla Citta (1654) al Vescovo, mons. Francesco Antonio De Luca (nativo di Molfetta), il quale la sollecitò al clero che l’accettò il 31 agosto del 1665; il Nigro, inoltre, informa che “l’effetto riuscì nel 1656 in occasione di peste, che il Regno di Napoli invase” e solo nel 1672 ci fu la prima processione del Santo in Cattedrale, con la statua lignea, era vescovo allora mons. Matteo Cosentino (della provincia di Cosenza).

Soprattutto i notabili e la Chiesa si posero concretamente il problema di come arginare la diffusione,  curare i malati e seppellire i cadaveri (nelle fosse comuni), al di là delle precauzioni empiriche, improntate a prudenza e cautela, e degli accorgimenti messi in atto dalla popolazione. Il ripensare alla propria sicurezza per limitare i danni, in termini organizzativi accettabili, rese forte l’idea e l’esigenza di istituire l’ospedale tursitano, che fu collocato nella chiesa della Rabatana, il quartiere più antico e a maggior densità abitativa. L’Ospedale della Maddalena / di S. Maria Maddalena / di Santa Maria Maddalena fu eretto dentro la chiesa Collegiata di Tursi, finanziato anche con offerte, donazioni e lasciti, finanche con il potere di imporre un censo, attraverso ipoteche sulle terre, di acquistare e vendere beni in loco e fuori. Una collocazione da intendersi, forse, nel complesso edilizio e strutturale della chiesa, o in stretta prossimità, non già nello specifico luogo di culto, anche se nella Collegiata della Rabatana vi era già la cappella della Maddalena o di Maria Maddalena. L’ospedale tursitano, non necessariamente specializzato,  doveva mantenere di certo la tradizionale impostazione caritatevole e di mutuo sostegno, senza essere qualcosa di gigantesco, ma dove ragionevolmente si poteva trovare conforto, assistenza e cura, avendo comunque dei costi quotidiani  di mantenimento.

La gestione era affidata a un “Procuratore”, affiancato dai “Deputati”,  sorta di comitato o consiglio direttivo, e infine dai “Confratelli”, cioè i soci finanziatori. Almeno nella fase iniziale, l’Ospedale della Maddalena fu rappresentato, dal procuratore Donato D’AMATO (1665) e dal “magnifico clerico Giuseppe Panevino, oltre ad avere il dottor Matteo Panevino nel suo consiglio. Procuratore dell’Ospedale di S. Maria Maddalena fu anche Paolo TARALLO (1693), mentre tra i deputati figuravano l’avvocatoGiulio Cesare Donnaperna, Fulvio Asprella, il rev. canonico don Giovanni Leonardo de Mellis, don Filippo de Martino. Altro procuratore dell’Ospedale di Santa Maria Maddalena fu Simone GENTILE, procuratore (1994). Gli subentrò come procuratore il rev. don Giovanni FUSCO e tra i “deputati” il dottorecanonico don Giovan Battista Panevino e il rev. don Antonello Rugascio (1700), il canonico don Melchiorre Donnaperna e il capitano Scipione Panevino.

Agli inizi del XVIII secolo, sembra precisarsi meglio anche l’istituzione “finanziaria” che sorregge l’ospedale, con il Sacro Monte dell’Ospedale di Santa Maria Maddalena, eretto anch’esso dentro la chiesa Collegiata della Rabatana di Tursi. Nel 1701, il Sacro Monte dell’Ospedale era così costituito: deputati del Monte il dottor canonico Giosué Quaranta e Giovan Battista Panevino e Baldassarre Donnaperna, entrambi U. J. D.; confratelli: i due U.J.D. Gaspare Donnaperna e Giulio Cesare Donnaperna, il capitano Francesco Antonio Orlando e il capitano Scipione Panevino, i clerici Giovan Francesco Antonaccio e Leonardo Antonaccio, Stefano Arcuro, Giovanni Asprella, Gaetano Basile, Francesco Antonio Gentile e Domenico Panevino, il dottor Filippo Giuseppe Spera e Nicola Asprella, Marcello Basile, Francesco Antonio Battifarano, Giovanni Calitri, Gian Lorenzo di Pizzo, Nicola Donnaperna, Marco Gagliardo, Gaetano Gentile, Simeone Gentile, Pietro Marino, Nicola Antonio Montanaro, Andrea Pacilio, Francesco Antonio Panevino, Michele Panevino, Giovan Battista Russo, Leonardo Sassone, Giuseppe Sinisi, Geronimo Valentino e diversi altri. I confratelli, proprio in quel periodo hanno ceduto a favore del preposito e dei canonici della chiesa Collegiata il dominio della cappella della Maddalena.

L’esperienza, ancorché impegnativa e costosa, dopo mezzo secolo circa  si incrinò e qualcosa nei rapporti divenne insanabile, tanto che, ai primi del 1700, si sancì il definitivo superamento. Nacque subito altrove un altro ospedale, con il concorso della Chiesa locale mediante il protagonismo più avanzato della nobile e grande famiglia Panevino, che aveva il suo enorme palazzo nobiliare nei pressi della chiesa di S. Filippo Neri. Nacque così l’Ospedale di San Giovanni Battista di Tursi e ne fu procuratore, negli anni 1728-1730 e 1740-1741-1743,  il rev. don Camillo Panevino. (Cito, qui e altrove nel testo, da documenti ancora inediti della pugliese Rosanna D’Angella, studiosa grandissima e straordinaria ricercatrice d’archivio, autrice di una monumentale ricerca sulla famiglia Panevino, commissionatale negli anni scorsi da John Giorno – New York, 4 dicembre 1936 – 11 ottobre 2019). Tale Ospedale fu attivo per un ventennio. Nel 1750, invece, l’arciprete don Filippo Panevino, in un atto è citato in qualità di “deputato e sopraintendente del Pio Ospedale di Tursi”. Non è chiaro se l’Ospedale di San Giovanni Battista e il Pio Ospedale fossero due distinti istituti, e non è sicuro neppure dove fossero collocati, eventualmente. Tuttavia, per quanto riguarda il primo, ci può venire in soccorso la toponomastica, tenendo a mente che lo stradario è mutato dopo la proclamazione del Regno d’Italia (avvenuta con la legge 17 marzo 1861, n. 4671)

Dagli inizi del XIX secolo si perdono le tracce della struttura ospedaliera e, come spesso accade, sparita la cosa sopravvive il nome. Così annotano, nel 1811, il notaio Filippo Maria d’Aloisio e lo Stato Civile del Comune: “… domiciliati in Tursi in strada Ospedale senza numero”. Nel 1820, lo stesso Ufficio comunale precisa e inverte la scrittura: “… in strada S. Giovanni (Ospedale)”. Da allora in poi, concretamente, si usano entrambe le indicazioni e talvolta (1824) “strada Ospedale (S. Giovanni)” o anche “strada Santo Giovanni senza numero”(1826). Salvo errori, possibili ma improbabili, la chiesa di S. Giovanni Battista era quella dei Panevino, situata poco sotto il palazzo della famiglia (poi trasformata in uso abitativo e attualmente di proprietà della maestra Maruzzella Ferrara, in via Vittorio Emanuele); appena sottostante, ha trovato collocazione l’ospedale con l’annessa chiesetta dell’Addolorata (anch’essa poi civica abitazione, oggi della famiglia di Antonio D’Amore, destino analogo a quello del coevo episcopio, nell’attuale via L. Manara, e di recente della cappella di santa Lucia, nel rione S. Filippo N.).

Alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, un ultimo tentativo di offrire alla comunità e al territorio di Tursi una stabile struttura sanitaria. Fu istituito un altro ospedale, nel convento di S. Rocco dei Cappuccini, su iniziativa del vescovo (1947-1956) della diocesi di Anglona e Tursi, mons. Pasquale Quaremba (Muro Lucano, 19/7/1905-16/12/1986). Presule dotato di bontà e di grande carisma, oltre che di forte personalità e lungimiranza (fu anche soprannominato il “Vescovo Ingegnere”), tuttavia, come sovente capita, proprio per questo fu guardato con un alone di sospetto minoritario di pochi, ma non se ne curò. Invece, si premurò, tra l’altro, di far arrivare la telefonia a Tursi (l’ufficio era nell’ex municipio di via Pietro Giannone, dov’era la ex scuola dell’Infanzia “Carmela Ayr”), fondò la prima Scuola Media in Basilicata e convinse il Genio Civile di Matera a intervenire con imponenti lavori murari di protezione dell’abitato, dando così il via alla costruzione della prima piazza, tra la Cattedrale e il torrente Pescogrosso. La struttura ospedaliera di S. Rocco durò un decennio e non sopravvisse di fatto al trasferimento a Gallipoli (LE) dell’amatissimo Vescovo Quaremba, la memoria del quale è consegnata alla storia di questa Città e della stessa Diocesi, per sempre.

Mutate le condizioni storiche, politiche ed ecclesiastiche, con la ricostruzione materiale e morale dell’Italia repubblicana, arrivò il cosiddetto boom economico e il miglioramento generalizzato delle condizioni di vita. La strategica centralità territoriale si sposta nel Metapontino e verso la costa Jonica. Con la nascita dell’Ospedale di Policoro, svanisce definitivamente un sogno accarezzato per secoli. A Tursi resta, per ora, il Distretto sanitario,  per le visite specialistiche (gli esami di laboratorio settimanali e la guardia medica notturna e  festiva). Al geometra Vincenzo Sarubbi, allora presidente del Comitato dei garanti della ASL 7 di  Montalbano Jonico, il merito di averci creduto e di essere stato l’artefice della istituzione. Iniziata con la delibera del 22/7/1992, sulla “Distrettualizzazione”, la procedura è stata portata a compimento dal sindaco Giuseppe Cassavia, nel 1994, nell’attuale sede, poi dedicata all’indimenticato Vincenzo Romano (Tursi, 24/12/1945 – 31/10/2017), medico cardiologo, che ne è stato a lungo direttore. Comunque, è un buon presidio, e non sembri poca cosa.

Che l’ospedale fosse un’aspirazione antica lo ribadisce anche il primo grande storico di Tursi, Antonio Nigro (Tursi, 1764 – 19/05/1854). Egli ci informa dell’esistenza di un ospedale dipendente dal Capitolo della Cattedrale dell’Annunziata, “per soli infermi fondato da un certo Cupidauro nel 1583… incorporato alla beneficenza, le cui rendite sono state assegnate all’Orfanotrofio di Montescaglioso, non ostante che sarebbe necessario per li poveri della città, che essendo infermi ivi trovano letto, medicine, e medico Cerusico”. Egli poi aggiunge: “La Chiesa Collegiata insigne sotto il titolo di S. Maria Maggiore e volgarmente della Madonna della Cona… (ha) una catacomba o sotterraneo Kypogeum… in esso vi si osserva un altare a Santa Maria Maddalena penitente dedicato, dalle di cui rendite si manteneva un ospedale, credo di infermi, oggi non più esiste”. (Questione: l’oggi di cui parla il Nigro è riferito al tempo della scrittura del testo oppure della pubblicazione del libro, cioè il 1851? Ritengo non coincidenti le due fasi, di parecchio).

Infine, da uno scambio di vedute con Gianluca Cappucci, docente di Lettere della scuola Secondaria, scaturisce qualcosa di più di una mera ipotesi sulla istituzione di uno o addirittura più “ospedali” a Tursi, in epoca medievale, sempre legati alla Maddalena nella chiesa della Rabatana (ma poi forse anche nella chiesa, in seguito cattedrale, dell’Annunciazione?). Dai documenti trovati dallo studioso tursitano, si desume come tale culto fosse favorito tra gli altri dal devotissimo re Carlo II D’Angiò (1254 – Napoli 1309), ma pure dal figlio Re Roberto D’Angiò (Torre di Sant’Erasmo, 1277 – Napoli, 1343) con la moglie Sancha d’Aragona (sposata in seconde nozze, nel 1304). Ai primi decenni del XIV secolo risale il famoso Trittico della Scuola (Napoletana) di Giotto, per alcuni del Maestro di Offida (però vissuto, probabilmente, nella seconda metà di tale secolo), collocato nella chiesa della Rabatana. L’opera d’arte intitolata “Madonna/Vergine col Bambino”, nelle due pale laterali ricorda S. Giovanni Battista e la Maddalena, perciò ritengo non casuale l’esistenza, nella cripta della chiesa, un altare, la stessa cappella dedicata alla Maddalena e l’ospedale con il suo nome. Che ci sia un collegamento con la struttura di accoglienza, conforto e cura di epoca successiva è tutto da dimostrare, ma sicuramente indica un percorso antecedente che va molto approfondito, come Cappucci farà nel suo libro, in fase di ultimazione.

Salvatore Verde


NOTE

[1] Antonio NIGRO, Memoria Topografica Istorica Sulla Città di Tursi E Sull’Antica Pandosia Di Eraclea Oggi Anglona, Napoli, Tipografia di Raffaele Miranda in Largo delle Vigne, 60, 1851 (II Edizione a cura di Battista D’Alessandro, ArchiviA, Rotondella, MT, 2009).

[2] Testo inedito: Fedel memoria degli Uomini Illustri, Parenti, Stabili, Urbani e Rurali, Jus, Doti, Ragioni, Servitù, Prelazioni, Cappellanie, Benefici e sue Rendite, Notizie antiche appartenenti alla gentilizia famiglia BRANCALASSO, che ora si rappresenta dalli fratelli, Dottor Don Tommaso, Dottori Canonici della Cattedrale: Don Filippo, Abate Don Carlo e Don Nicolò Brancalasso, registrata nel 1744, trascrizione notevole del manoscritto a cura di Ambra PICCIRILLO, erede con il coniuge  Ciriaco SCIARRILLO BRANCALASSI della grande famiglia Brancalasso, la quale annovera altri discendenti a Tursi. <<Il Signor Giuseppe Brancalasso, padre del Padre Ambrogio Brancalasso Priore della Certosa della Padula, e cugino del Don Camillo, vivendo questo separatamente nel Palazzo, ove abita la famiglia rappresentante, e vedendosi privo di prole, solamente, come si è detto, li era restato nel chiostro unico figlio, dandosi tutto allo spirito per la rarità dei suoi costumi e per l’ottimi sentimenti di buona vita, e dottrina alli 25 di maggio dell’anno 1652, coll’assemblea di più sacerdoti, ed amici spirituali, dentro una Cappella sotto il titolo di Santa Maria Maddalena, quivi radunato fè un’ampia donazione per mano del Notaio Vallicente, di molti beni stabbili, e mobili per fondazione di una Congregazione erigenda, ed applicarsi tutti detti stabili per l’erezione della medesima; com’ in effetto nel detto anno il Don Signor Giuseppe fè partire un dei sacerdoti amici per le vicinanze di questa provincia per vedersi informato, ed indagare la più perfetta Congregazione, e giunto in Armento, ove trovò più sacerdoti, che stavano applicati ad erigere la Congregazione di San Filippo Neri ed avuti con detti discorsi, si dissero, con queste parole: “bisogna apporgiarci ad un albero forte” qual era S. Filippo Neri.>>

[3] Michele STRAZZA, La peste del 1656 in Basilicata,  Regione Basilicata Notizie, Consiglio Regionale della Basilicata, pp. 124-127

[4] Rocco BRUNO, Storia di Tursi, Lino-Tipo Policarpo, Ginosa, TA, 1977; Romeo Porfidio Editore, Moliterno, PZ, 1989; edizione aggiornata a cura del figlio Gaetano BRUNO, con Gianluca CAPPUCCI, Waltergrafkart, Moliterno, 2016.

Pala destra del Trittico (XIV sec.) nella chiesa collegiata di santa Maria Maggiore di Tursi (MT)

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Dei cittadini “illustri” e delle famiglie nobili di Tursi (1) https://www.tursitani.it/dei-cittadini-illustri-di-tursi-1/ https://www.tursitani.it/dei-cittadini-illustri-di-tursi-1/#respond Tue, 07 Apr 2020 11:59:41 +0000 https://www.tursitani.it/?p=3855 Il paese/città di Tursi è inserito in qualsiasi atlante geografico, non soltanto della celeberrima  De Agostini, com’è del tutto normale che sia, e spesso lo troviamo anche nelle migliori enciclopedie di storia antica  e moderna, poiché si riconosce all’amato paese un passato importante quantomeno nello scenario lucano, e tanto più ha un suo posto di […]

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Tursi, 1959

Il paese/città di Tursi è inserito in qualsiasi atlante geografico, non soltanto della celeberrima  De Agostini, com’è del tutto normale che sia, e spesso lo troviamo anche nelle migliori enciclopedie di storia antica  e moderna, poiché si riconosce all’amato paese un passato importante quantomeno nello scenario lucano, e tanto più ha un suo posto di rilievo nelle pubblicazioni storico-religiose, per la sua millenaria diocesi di Anglona (dal 1546 di Anglona e Tursi e Tursi-Lagonegro, dal 1976 a oggi). Il principio dell’autorevolezza gerarchica delle fonti, va oggi necessariamente coniugato con l’aggiornamento in tempo quasi reale e con la  facile accessibilità on line, escludendo però, e non è sempre facile, tutti siti web di scarsa o nulla affidabilità e attendibilità. Perciò qualsiasi ricerca inizia, di fatto, dalle pagine di Wikipedia (possibile solo dal 2001), ma sarebbe doveroso non fermarsi a questo punto della rete, integrando la consultazione e comparandola sempre con altri siti web altrettanto importanti, riconosciuti e sicuri. Tuttavia, quando possibile, si dovrebbe ricorrere ai formati cartacei delle (ottime) enciclopedie italiane, spesso presenti nelle case degli italiani, e tra esse  cito almeno le edizioni Curcio, Garzanti, Motta, Rizzoli, Treccani, Utet (ma ce ne sono diverse altre), pure se acquistate a rate o a fascicoli, come usava nei decenni scorsi.

Nel tentativo di trovare notizie e di schedare i profili dei tursitani illustri (oltre la semplice citazione e pochissimo altro), ci si rende conto con immediatezza, incredibilmente ma è così, che i loro nomi sembrano costituire una rarità, dovendosi escludere i personaggi viventi, per ovvie ragioni di opportunità e di decantazione del valore e del merito. Sono, dunque, una sparuta pattuglia. Forse perché nella vita dei tursitani nativi o della diaspora oppure acquisiti, i loro contributi non hanno assunto o raggiunto una dimensione almeno  (extra)regionale? Non proprio. E questo vale, sia pure con una certa approssimazione semplificativa, per tutto il corso della nostra storia, racchiudendo  di fatto in tal modo le convenzionali quattro grandi età storiche (Antica, Medievale, Moderna e Contemporanea), ovvero, dai tempi preistorici e dei Lucani (1000 a.C. circa) alla civiltà della Magna Grecia (630 a.C.) e dei Romani (330 a.C.), dai Goti-Longobardi-Bizantini (530 – 1050 d.C.) ai Monaci Basiliani (750 d.C.), e poi dai Saraceni (850 – 930 d.C. circa), ai Normanni (1050 d.C.) e agli Svevi (1210, Tedeschi), fino agli Angioini (1268, Francesi), agli Aragonesi (1442 – 1707, Spagnoli) e agli Asburgo (1707 – 1734, Austriaci), con i più ravvicinati Borboni (1734 – 1861) e Piemontesi (1861 – 1945), oltre al più recente periodo dell’Italia Repubblicana.

Su tutti gli strumenti a disposizione, resta e si eleva il celeberrimo Dizionario Biografico degli Italiani (DBI) dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani che, ideato nel 1925 ed edito dal 1960, ha pubblicato finora 96 volumi (sui cento previsti), con la stesura di oltre trentamila profili di italiani illustri (si arriverà a 40.000), tutti anche in rete,  con voci firmate e ricca bibliografia. Il Dizionario “traccia una biografia collettiva degli italiani che hanno contribuito alla storia artistica e politica, scientifica, religiosa, letteraria ed economica dalla caduta dell’impero romano d’occidente ad oggi”. L’auspicabile consultazione della monumentale opera produce “soltanto” cinque nomi (più una) di indiscusse personalità locali, per quanto poco note e tutte decedute. Si tratta di quattro (tre più uno) tursitani, una di origine (l’unica donna) e uno acquisito. Li cito in ordine alfabetico:  Giulio Antonio Brancalasso (e Francesco Brancalasso), voce di Luigi Firpo, pubblicata nel 1971; Andrea Ferrara, di Carlo Bersani, nel 1996; Albino Pierro, di Pasquale Stoppelli, nel 2015; Laura Beatrice Oliva, di Valeria Guarna, nel 2013; Pasquale Stanislao Mancini, redazione, nel 2007.

Alcuni importanti siti web regionali aggiungono  i nomi di Manlio Capitolo, Vincenzo Cristiano, Pasquale Quaremba. Lo storico tursitano Rocco Bruno, nei suoi due utilissimi testi, Storia Di Tursi e Le famiglie di Tursi, è stato giustamente più generoso, includendo Carmelo Antonio Bruno, Don Salvatore Tarsia, Antonio Cestone, Luigi Ettore Cucari, Rocco Ceruzzi, Antonio Nigro, gli Oliva, p. Andrea Picolla, Nicolò Margiotta, Giulio Cesare Claridia, Francesco Andreassi, Michel Angelo Latronico, Padre Antonino. A livello istituzionale, tra i nomi evidenziati, lo stesso Rocco con il fratello Mario Bruno, Domenico Latrecchina e Mario De Santis. Il mio personale contributo ha ampliato il gruppo con il doveroso inserimento almeno di John Giorno, Pasquale Buba, Giovanni Battista e Carmela Ayr, padre e figlia, Guido Capitolo, Franco Santamaria, Mario Bruno Ciancia.Tutte persone che emergono da una selezione ragionevole e saggia, lo ribadisco, escludendo coloro che sono ancora tra noi.

Considerazione analoga, ma con risultato diverso vale per la ricerca delle locali famiglie nobili, dal XIV al XIX secolo, laddove si concorda, generalmente, sulla maggiore consistenza numerica di tali nuclei, che elenco in ordine alfabetico (con la eventuale provenienza): gli Asprella, i Brancalasso, Calabrese, Camerino, Caputi, Casciano, Catanzaro, Coperta, De Arcuri, De Basilio, De Consiliis, De Bruno, De Federicis, De Florentia, De Georgiis, De Guida, Deli, De Mazzeo, De Mellis, De Tommaso, De Zotta, Di Noia, Di Pasca, Donnaperna, Latronico, Manfreda, Margiotta, Nocerito, Panevino, Paulino, Picolla, Romano, Rota, Santissimo, Santoro, Siciliano, Siderio, Vozzi. A questi vanno aggiunti: i Bonello (da Anglona);  gli Andreassi (Rocca Imperiale);i Capitolo (Pisticci);i Del Turco e il ramo tursitano degli Ottati (Matera);i De Giordano, Favale, Ginnari, Ranù egli Spadetta (da Napoli); gli Ayr (dalla Scozia). Discorso a parte meritano i signori feudatari e padroni di Tursi, come i Sanseverino, i Doria e i Pinelli, doverosamente esclusi perché la loro dinastia si è sviluppata altrove.

Ma a ben riflettere, il modesto insieme locale degli “illustri” non è poi così piccolo, appena approfondiamo  la valutazione generale, che tenga conto della sommatoria e della progressione di crescita delle poche decine di migliaia di abitanti a livello locale e, invece, della popolazione nazionale di molti milioni (in assoluto, circa 40 milioni nel 1925 e oltre 60 milioni nel 2019). Ma su tutto aleggiano alcuni quesiti fondamentali: come si definisce il valore di una persona?  in cosa consiste la qualità di una donna o di un uomo? in tal senso, la loro concezione etica individuale è ineliminabile?

Salvatore Verde

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L’omicidio Brancalasso-Picolla a Tursi, nel documento di Acerenza del 1616 (2) https://www.tursitani.it/lomicidio-brancalasso-picolla-a-tursi-nel-documento-di-acerenza-del-1616/ https://www.tursitani.it/lomicidio-brancalasso-picolla-a-tursi-nel-documento-di-acerenza-del-1616/#respond Wed, 11 Mar 2020 16:25:14 +0000 https://www.tursitani.it/?p=3705 Un giallo storico in piena regola. Ho concluso così il precedente articolo on line del 4 marzo 2020, su Tursitani.it, nel rendere conto della notizia dell’omicidio di Baldassarre Picolla per mano di Don Giovanni Francesco Brancalasso, avvenuto ai primi del XVII sec. Ne esistono, infatti, perlomeno due versioni importanti e contrastanti, anzi opposte, fermo restando […]

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Un giallo storico in piena regola. Ho concluso così il precedente articolo on line del 4 marzo 2020, su Tursitani.it, nel rendere conto della notizia dell’omicidio di Baldassarre Picolla per mano di Don Giovanni Francesco Brancalasso, avvenuto ai primi del XVII sec. Ne esistono, infatti, perlomeno due versioni importanti e contrastanti, anzi opposte, fermo restando il coinvolgimento delle due famiglie e i protagonisti dell’uccisione. Il secondo racconto in ordine cronologico è nel manoscritto originale di 170 pagine dal titolo Fedel memoria degli Uomini Illustri, Parenti, Stabili, Urbani e Rurali, Jus, Doti, Ragioni, Servitù, Prelazioni, Cappellanie, Benefici e sue Rendite, Notizie antiche appartenenti alla gentilizia famiglia BRANCALASSO, che ora si rappresenta dalli fratelli, Dottor Don Tommaso, Dottori Canonici della Cattedrale: Don Filippo, Abate Don Carlo e Don Nicolò Brancalasso, registrata nel 1744. Si intuisce con immediatezza che si tratta di uno scritto  di parte dichiarata, proveniente dall’interno della discendenza genealogica diretta. Lo stesso documento appartiene ai discendenti della grande famiglia Brancalasso, i coniugi anconetani Ciriaco Sciarrillo Branclassi e Ambra Piccirillo, la quale ha trascritto mirabilmente il testo, dopo anni di assiduo lavoro. Altri discendenti dei Brancalasso si trovano a Tursi.

Come avevamo accennato già nel precedente intervento, l’altra versione che proponiamo adesso sarebbe la prima rispettando le date, ed è quella che si impone nel saggio Tursi. Alle radici del toponimo Rabatana, del noto medievista Nicola Montesano, inserito nel voluminoso Tursi La Rabatana (Ministero per i Beni e le Attività culturali – Fondazione Sassi di Matera; Cooperativa Grafica Italiana- Bari, per Altrimedia Edizioni, Matera,  2004), curato dall’accademico dei Lincei Cosimo Damiano Fonseca, con il coordinamento della ricerca e la cura redazionale di Rosalba Demetrio. Tralasciando altre questioni contenute nell’importante libro collettivo, di 382 pagine, sono di indubbia rilevanza tutti i contributi di Carmela Biscaglia, Gemma Colesanti, Maurizio Delli Santi, Luida Derosa, Maria Lucia Gaudiano, Edoardo Geraldi, Fabrizio Terenzio Gizzi, Maurizio Lazzari, Bruna Lionetti, Cosimo Lionetti, Nicola Masini, Maria Bruna Palomba, Antonella Pellettieri, Sabina Piscopo, Maria Rosaria Potenza, Pina Radicchi, Vincenzo Sgura e, per quanto ci riguarda in particolare, lo studio di Montesano, che accenna alla vicenda omicidiaria.

Non ci è stato possibile verificare direttamente il documento originale che l’autore cita e, pertanto, ragioniamo  interpretando sia la trascrizione che l’autorevole studioso ha pubblicato (e che riportiamo integralmente in allegato) sia il corsivo da lui utilizzato nel libro. Dunque, Montesano scrive: <<Nell’Archivio diocesano di Acerenza, il cui vescovo avendo il titolo di metropolita poteva essere interpellato anche per cause civili, è conservata una serie di faldoni contenente gli Appelli della diocesi di Tursi e Anglona. In un documento del 4 gennaio 1616 il canonico D. Leonardo Pontino, delegato diocesano per far luce sull’uccisione di Baldassarre Piccola, avvenuto a Tursi il 21 dicembre dell’anno  precedente, raccoglie la deposizione di una certa Jiulia de Joanne de Carbono, che: “… essendo andata… nella rabatana in casa della signora Dionora Notabile per certo suo negotio, alla retornata et fece a’ banco alli massitani… il medesimo giorno ad hora di vespera D. Gioseppe Valerio Aulid.o presso nello pizzo di Ciccarello alla rabatana et il detto Aulid.o D. Gioseppe hera quasi mutato di colore in faccia et camminava di buonpasso et essa Julia chi fu’ alla Chiesa di santo Michele (ploamore) et havea inteso si firmò da dove vidde quando Gianfrancesco Brancalasso Gioseppe Brancalasso, et Fanno di Gravina, et si diceva  havennero commisso l’omicidio in persona del quondam Baldassarro Picolla nella piazza pubblica di detta Città se né fugiano et andremo a’ santo Francesco et questo intesi…

Dalla stessa testimonianza apprendiamo che la ragione del contendere, che portò all’uccisione del Piccola, era da riferirsi alla volontà del Giovan Francesco Brancalasso, autore materiale dell’omicidio, di favorire il fratello Giuseppe all’elezione di Camerlengo della Rabatana, a discapito proprio della vittima. Dalla lettura di questa testimonianza ricaviamo due diverse informazioni: la prima di carattere strettamente toponomastica; la seconda di natura istituzionale. L’esistenza di una carica pubblica dell’Universitas civium di Tursi preposta alla sorveglianza e alla custodia della Rabatana, conferma le affermazioni del Nigro sulla netta separazione del borgo dal resto del paese, che in questo caso è anche politico-istituzionale, oltre che fisica. Il Camerlengo della Rabatana aveva il compito di vigilare sulla quiete notturna di questa parte di paese, e di sorvegliare l’accesso che poteva avvenire solo attraverso il Ponte della Rabatana e della torre del castello, che fungeva da ingresso alla Rabatana e che sicuramente veniva chiuso nelle ore notturne>>. Fin qui il Montesano direttamente.

Poi, nella nota 12 di riferimento, a pag 40, troviamo la lunga trascrizione del fatto incriminato e oggetto di indagine. In buona sostanza, il 4 gennaio 1616, la trentenne Julia Joanne de Carbono sotto giuramento è esaminata e interrogata dal reverendo Leonardo Pontino, canonico  della Cattedrale, vicario della diocesi di Anglona Tursi e delegato diocesano alle  indagini. Interrogata si essa detta sa’ si alcuna persona fosse stata causa di fare ammazzare il predictum Baldassarro Piccola, da chi dove quando, et in che tempo, et per qual causa. Julia disse si, ricordando che il 21 di dicembre era andata in Rabatana, per suoi motivi, a fare un servizio in casa della signora Dionora Notabile; al ritorno si fermò nel rione San Michele per delle compere, dopo che, all’ora del tramonto dello stesso giorno, nel Pizzo di Ciccarello (l’attuale Piccicarello) della Rabatana, aveva visto D. Gioseppe Valerio Aulid.o stravolto (quasi di mutato colore in faccia e camminava di buonpasso). Arrivata alla chiesa di San Michele Julia, si fermò e vide Gianfrancesco Brancalasso, Gioseppe Brancalasso e Fanno di Gravina; su di loro aveva sentito che avevano commesso l’omicidio di Baldassarre Picolla nella piazza pubblica (oggi Piazza Plebiscito) della Città di Tursi e aveva capito che stavano fuggendo e capì anche che ‘andremo al convento di san Francesco’. Gianfrancesco venne in casa di Giuseppe Brancalasso, dove poco dopo arrivò anche D. Gioseppe Valerio, che stette un po’, il tempo di far montare una sella sul cavallo, intuì Julia, e se ne ritornò a San Francesco dove fece portare subito anche il cavallo sellato e montato dal figlio d’Amelio. Julia comprese, inoltre, che Don Gioseppe Valerio ordinò al proprio figlio d’Amelio di prestare il cavallo a Gioseppe Brancalasso al convento, come in effetti avvenne, e questo lo conferma Julia, tornata a casa sua la sera, poiché abita nel vicinato di Don Gioseppe Aulid.o.

Quindi fu chiesto a Julia se, quello stesso giorno, avesse visto l’Aulid.o andare in piazza in compagnia dei due Brancalasso, Giovan Francesco e Gioseppe, lei rispose che era risaputo da tutti. La moglie di Giovanni Francesco e Gioseppe si erano lamentati  e si lamentano molto di D. Gioseppe Valerio, dicendo che Giovan Francesco aveva l’abitudine di stare un paio di ore in casa dopo aver mangiato e poi era solito uscire, cose che fece anche quel 21 dicembre, quando venne a trovarlo Don Gioseppe e insieme andarono poi a casa di Gioseppe Brancalasso, dalla quale abitazione uscirono tutti e tre nella vicina strada della casa di monica Ottavia Caputa, dove Don Gioseppe si fermò, mentre Giovanni Francesco e Gioseppe Brancalasso andarono in piazza. Poco dopo si sentì il rumore della piazza, i due Brancalasso avevano ucciso il Baldassarre Picolla; la madre del Picolla, udito il rumore e avendo ricevuto il mantello del figlio, chiese cosa fosse successo. Le fu risposto, racconta sempre la Julia, che suo figlio Baldassarre aveva avuto la stoccata e lei subito uscì di casa per andare in piazza dove vide il figlio ferito. Con la signora Picolla c’era Don Gioseppe Valerio che si mise davanti e le disse che non era nulla di grave e così Grazia Picolla, madre di Baldassarre, se ne ritornò a casa. E questo è stato riferito a Julia da molti presenti che diffusero la voce che Baldassarre era stato ammazzato da Gioseppe e Giovan Francesco Brancalasso. Motivo: fare un favore a D. Gioseppe Aulid.o che voleva a ogni costo Gioseppe Brancalasso come Camerlengo della Rabatana, poiché lo stesso Baldassarre Picolla più volte si era lamentato con D. Gioseppe Aulid.o, accusandolo di prendere le parti di Gioseppe Brancalasso e di volerlo favorire per fargli ottenere il grado di Camerlengo, al quale incarico aspirava anche il Baldassarre (così interpreta il Montesano).

A questo punto il documento appare oscuro, contorto, incomprensibile e non è assolutamente chiaro chi dica cosa a chi: “Picolla lamentandosi che lo Aulid.o  pigliava le partite di detto Gioseppe per farle havere detto Camberlingato stesso Brancalasso controdiceva et uccidendo a detto Aulid.o pigliava le parti di detto Gioseppe, et se andava così fannitile li detto quondam Baldassarre diceva che per essi non mancava à farcilo arrivare al detto Camberlingato et queste differenze sono passate, et essa Julia have inteso per bocca del detto Baldassarro, et questi sopra”. E tutto questo Julia lo aveva appreso direttamente dalla bocca di Baldassarre. Infine, quando fu chiesto a Julia se nell’andare e ritornare dalla Rabatana qualcun altro avesse visto (e sentito) le stesse cose, lei rispose che era in compagnia soltanto di suo figlio, il minore Marc’Antonio Carbone, che vide e seppe le stesse cose. Firmato da Julia con segno di croce di mano.

Dal confronto tra i due diversi documenti, anche se scritti con finalità diverse, faremo presto delle congetture, ritengo comunque interessanti, per meglio capire o addirittura risolvere il “giallo Picolla-Brancalasso”.

Salvatore Verde

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Don Giovanni Francesco Brancalasso uccise Baldassarre Picolla. Dalla vendetta nacque una storia matrimoniale importante per Tursi (1) https://www.tursitani.it/don-giovanni-francesco-brancalasso-uccise-baldassarre-picolla-dalla-vendetta-nacque-una-storia-matrimoniale-importante-per-tursi/ https://www.tursitani.it/don-giovanni-francesco-brancalasso-uccise-baldassarre-picolla-dalla-vendetta-nacque-una-storia-matrimoniale-importante-per-tursi/#respond Wed, 04 Mar 2020 20:35:03 +0000 https://www.tursitani.it/?p=3674 Un omicidio origina un matrimonio e una storia coniugale importante tra due nobili casate. Non è un romanzo e neppure un film, ma farebbe parte della storia di Tursi, quella dei Brancalasso e dei Picolla. Accadde prima del mese di giugno del 1605, forse. Insomma, il lieto fine, dopo la tragedia, fu foriero di novità […]

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Stemma della Famiglia Brancalasso collocato ancora oggi sul portone d’ingresso

Un omicidio origina un matrimonio e una storia coniugale importante tra due nobili casate. Non è un romanzo e neppure un film, ma farebbe parte della storia di Tursi, quella dei Brancalasso e dei Picolla. Accadde prima del mese di giugno del 1605, forse. Insomma, il lieto fine, dopo la tragedia, fu foriero di novità positive nella discendenza delle generazioni. Ma con una avvertenza significativa: ti tale evento funesto esiste almeno un’altra versione ufficiale, con gli stessi protagonisti dell’uccisione, ma senza rimandi alla successiva unione matrimoniale. Così è scritto nel manoscritto originale di 170 pagine, dall’interno della famiglia, in Fedel memoria degli Uomini Illustri, Parenti, Stabili, Urbani e Rurali, Jus, Doti, Ragioni, Servitù, Prelazioni, Cappellanie, Benefici e sue Rendite, Notizie antiche appartenenti alla gentilizia famiglia BRANCALASSO, che ora si rappresenta dalli fratelli, Dottor Don Tommaso, Dottori Canonici della Cattedrale: Don Filippo, Abate Don Carlo e Don Nicolò Brancalasso, registrata nel 1744, di proprietà dei discendenti dei nobili e potenti Brancalasso, i coniugi marchigiani Ciriaco Sciarrillo Branclassi e Ambra Piccirillo, lei autrice della lodevole trascrizione, durata anni. Ci racconta un’altra storia, invece, il contenuto di un documento del 1616, conservato nell’Archivio diocesano di Acerenza, Appelli. Tursi-Anglona (1609-1619), riportato da Nicola Montesano nel volume collettivo Tursi La Rabatana (2004).

Il racconto di come si pervenne al matrimonio tra Don Giovanni Domenico Brancalasso e la signora Delica Picolla, ci dice che scaturì da una forte inimicizia (nacque da una gran distinzione, per liti di Università, doppo, fra varii odii, e rancori fra essi loro contratti) tra Don Giovanni Francesco Brancalasso e Baldassarre Picolla. Un contrasto divampò per questioni legate al conteso possesso di beni comunali  per il pascolo degli ovini. Baldassarre sfidò Giovanni Francesco nella piazza della Città di Tursi (si ha motivo di credere che essa sia l’attuale Piazza del Plebiscito), dicendogli chiaramente che avrebbe continuato a pascolare le sue pecore, benché fosse stato diffidato dal farlo, non soltanto nel terreno oggetto della disputa ma pure vicino alla masseria  (nel poggio controverso, ma anche, nelle teste delle finestre). Ascoltate quelle parole provocatorie e intollerabili, oltre che gravemente offensive, tanto più per l’onore  di fronte ad altre persone, Don Giovanni Francesco ammazzò Baldassarre (probabilmente lo infilzò a morte) in una macelleria della famiglia Santissimo e poi trascinò il corpo morto dalla piazza all’abitazione del Picolla, poco distante. I familiari della vittima pensarono subito alla vendetta (per il quale omicidio, ne insorse una fiera  inimicizia, tra la casa Picolla e Brancalasso).  

Don Gio: Francesco Brancalasso trovò immediatamente rifugiò nel convento di San Sebastiano (nella parte bassa dell’attuale rione Petto), dove un suo zio era priore. Seguirono gli appostamenti dei Picolla per ucciderlo e una sera decisero di agire.  Erano nascosti nelle case adiacenti, videro il Brancalasso e uno dei Picolla sparò con l’archibugio, ma colpì in pieno la statua di Sant’Antonio, che era posizionata in una nicchia esterna del muro, ben in vista dalla strada (in una sera, uno di detti Picolla nascosto in quei casaleni e guardando il Brancalasso per ammazzarlo tirò un’archibusciata, e colpì nella statua di Sant’Antonio, che stava nel nicchio di un muro di fuori, e patente alla strada). Per quel colpo devastante, la vicenda assunse un altro risvolto causato dalla versione univoca che ne diedero subito dopo il Priore e il Brancalasso. I due, infatti, e fecero ricorso e denunciarono l’accaduto alla Santa Congregazione e ad altri Tribunali, mettendo in cattiva luce il Picolla autore, a loro dire, dell’intenzionale sparo oltraggioso contro il Santo  (per qual colpo si unì il Priore e di Brancalasso ne fecero ricorso dalla Santa Congregazione, ed altri Tribunali e fecero apparire gravissima l’ingiuria fatta al Santo, dal qual inferno ne appariva reo il Picolla contro il Brancalasso).

A quel punto, per limitare danni e conseguenze (per evitare le ulteriori inimicizie),si mosse Don Giovanni Domenico Brancalasso (huomo d’arme della compagnia di Caserta, figlio di Gio: Brancalasso e di Lionarda di Leo) che si propose per un matrimonio con Delica Picolla, dunque per una definitiva pace onorevole, per sugellare antichi e solidi rapporti e per ristabilire il duraturo equilibrio di amorevole e distinta parentela. E questo avvenne (con la dote di ducati 800, 500 in contanti, e 300 d’appanamenti) grazie alla mediazione di Don Andrea Picolla, figlio del Baldassarre ucciso, padre di Delica Picolla (intermiedianti le buone insinuazioni del Don Andrea Picolla a prendere per isposa la riferita Signora Delica Picolla e che è quanto per fidele e giusta relazione degli antenati senza menioma alterazione e così per la Dio grazia ora si osserva la parentela con tutto amore e distinzione fra le dette famiglie Picolla e Brancalasso). A seguito di tali accadimenti, il convento fu posto sotto controllo nella sua limitata attività (qual Convento fu represso ed è applicato a questo seminario). Dal matrimonio tra Gio: Domenico Brancalasso e Delica Picolla (maritata con carta dotale stipulata a 13 giugno 1605, e fatta a 20 maggio 1606),    nacquero quattro figli, due maschi e due femmine: Don Camillo e Nonno, Grazia e Vittoria.

Il dottore Don Andrea Picolla, che aveva 47 anni nel 1580 ed era figlio di Baldassarre, ebbe cinque figli: Don Francesco Antonio, Don Scipione, Delica, Grazia e Baldassare. Don Andrea era posato con Grazia Donnaperna (figlia di Bernardino Donnaperna, sorella di Don Gio: Antonio Asprella e vedova relitta di Don Francesco Antonio Picolla). La figlia Grazia fu moglie del Dottor Signor Gio: Lorenzo Panevino, per la quale si è contratta la parentela fra li Picolla, Panevino, e Brancalasso.

Sulla vicenda omicidiaria e matrimoniale, nulla ci ha detto il grande Antonio Nigro (Tursi, 1764 – 19/05/1854), valoroso medico e archeologo, primo storico locale, nella sua sempre valorosa e ancora imprescindibile opera Memoria Topografica Istorica Sulla Città di Tursi E Sull’Antica Pandosia Di Eraclea Oggi Anglona (stampato a Napoli, nel 1851, dalla Tipografia di Raffaele Miranda in Largo delle Vigne, 60, come ci ricorda Battista D’Alessandro, editore della IIa Edizione per ArchiviA di Rotondella, MT, nel 2009). Invano, pure, si cercherebbe qualcosa nelle tre edizioni dell’ottima Storia di Tursi di Rocco Bruno (Lino-Tipo Policarpo, Gonosa, TA, 1977; Romeo Porfidio Editore, Moliterno, PZ, 1989; edizione aggiornata a cura del figlio Gaetano Bruno, con Gianluca Cappucci, Waltergrafkart, Moliterno 2016).

La notizia dell’omicidio, però, come è stato accennato,  è nel maxi volume Tursi La Rabatana, a cura del grande Cosimo Damiano Fonseca (Ministero per i Beni e le Attività culturali – Fondazione Sassi di Matera; Cooperativa Grafica Italiana- Bari, per Altrimedia Edizioni, Matera,  2004). Pur con le ombre totali sulle grotte ed alcune inevitabili incertezze, il libro contiene saggi di indubbia levatura e merita ricordare tutti gli studiosi: Carmela Biscaglia, Gemma Colesanti, Maurizio Delli Santi, Luida Derosa, Maria Lucia Gaudiano, Edoardo Geraldi, Fabrizio Terenzio Gizzi, Maurizio Lazzari, Bruna Lionetti, Cosimo Lionetti, Nicola Masini, Nicola Montesano, Maria Bruna Palomba, Antonella Pellettieri, Sabina Piscopo, Maria Rosaria Potenza, Pina Radicchi, Vincenzo Sgura. Il coordinamento della ricerca e la cura redazionale erano affidate a Rosalba Demetrio. Nel libro di 382 pagine i Brancalasso sono appena citati, di fatto riconoscendo un ruolo sostanzialmente marginale alla famiglia più potente in loco, la quale era all’epoca in stretto rapporto fiduciario con i Doria, duchi di Tursi, e aveva sconfinati possedimenti. Una stranezza, come il documento ufficiale al quale fa riferimento il Montesano, per chiarire l’uccisione di Baldassarre Picolla. Certo, un documento va talvolta decifrato, contestualizzato, interpretato e si ragiona con le certezze dei tempi. Ma le differenze appaiono e sono abissali e inconciliabili, tanto da poter affermare che sicuramente uno dei due documenti non dica (in tutto o in parte) la verità, intenzionalmente o per mero errore si vedrà. Capiremo quale dei due, se possibile, prossimamente, perché dell’omicidio si riporta una versione completamente diversa. Un giallo storico in piena regola.

Salvatore Verde

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Nel 1760-61 la siccità più grande e drammatica della storia di Tursi, non piovve per 17 mesi https://www.tursitani.it/nel-1761-la-siccita-piu-grande-della-storia-di-tursi-non-piovve-per-17-mesi/ https://www.tursitani.it/nel-1761-la-siccita-piu-grande-della-storia-di-tursi-non-piovve-per-17-mesi/#respond Wed, 26 Feb 2020 20:06:45 +0000 https://www.tursitani.it/?p=3643 TURSI – La lunga siccità del 1760-61 restò nella memoria anche dei potenti dell’epoca, tanto da renderne conto nella cronistoria della famiglia Brancalasso. Non piovve per diciassette mesi e tale prolungato  periodo di aridità caratterizzò tutto il vasto territorio di Tursi e oltre. E’ la più grande calamità naturale a noi nota e della quale […]

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Particolare dello stemma generale della Famiglia Brancalasso

TURSI – La lunga siccità del 1760-61 restò nella memoria anche dei potenti dell’epoca, tanto da renderne conto nella cronistoria della famiglia Brancalasso. Non piovve per diciassette mesi e tale prolungato  periodo di aridità caratterizzò tutto il vasto territorio di Tursi e oltre. E’ la più grande calamità naturale a noi nota e della quale si ha notizia certa. L’essenzialità descrittiva, priva di intenti estetici e letterari, è qui senza riferimenti a particolari iniziative religiose o anche superstiziose oppure ad altri fatti grandi o piccoli del periodo, mentre si comprendono tutti gli elementi di una politica annonaria, relativa alla domanda e all’offerta, ai prodotti agricoli raccolti e ai prezzi scaturiti e imposti, oltre che alla stessa tipologia del diversificato consumo.

Il tutto si ritrova nelle 170 pagine del manoscritto, esattamente a pag. 164 di Fedel memoria degli Uomini Illustri, Parenti, Stabili, Urbani e Rurali, Jus, Doti, Ragioni, Servitù, Prelazioni, Cappellanie, Benefici e sue Rendite, Notizie antiche appartenenti alla gentilizia famiglia BRANCALASSO, che ora si rappresenta dalli fratelli, Dottor Don Tommaso, Dottori Canonici della Cattedrale: Don Filippo, Abate Don Carlo e Don Nicolò Brancalasso, registrata nel 174 (in realtà gli autori estendono gli avvenimenti generali dal 1443 al 1797). Il testo è conservato dai coniugi di Ancona Ciriaco Sciarrillo Branclassi e Ambra Piccirillo, che l’ha encomiabilmente trascritto dopo anni di faticoso impegno. Olio, vino, orzo e soprattutto grano e bambagia furono le produzioni più colpite e questo aumentò a dismisura il numero dei poveri che invasero e frequentarono la Città di Tursi (comparvero più poveri forastieri delle nostre marine che della città ad un numero altissimo). Intervenne il Barone Donnperna per regolamentare la vendita del pane, in accordo con le tre maggiori famiglie dell’epoca, i Picolla Barancalassi e i Camerino, oltre agli stessi Donnaperna. La calamità fu mortifera per gli animali (E per l’animali fu fierissima detta siccità), mancando dalle campagne praticamente quasi del tutto il loro cibo.

E per meglio comprendere le dimensioni della catastrofe, basterà raffrontare le località citate con la quantità del raccolto: Masseria di Basso, tomoli seminativi 110 raccolto tom 22, ma olive seminate normalmente; Masseria della Torretta, 115 per tom. 18 e niente biade e paglie; Masseria della Serra per tom. 100, da 350  appena 30 tom. d’orzo; a Marone una raccolta significativa di bambagia, praticamente assente nel restante territorio di Tursi e Anglona, tale da causare il blocco dell’intera economia, con povertà e miseria.

Toglie ogni dubbio la trascrizione integrale di Ambra Piccirillo: “Si da memoria, che nell’anno 1761 fu un’indigissima annata di grano, bombace e vino ed oglio per la siccità da un anno e cinque mesi, e comparvero più poveri forastieri delle nostre marine che della città ad un numero altissimo che le tre primarie case di Donnaperna, Picolla Brancalassi, Camerino non comperarono grano, orzo sebbene il grano andava da carlini dieci ad dodici e fu oppresso il pubblico dell’annona fatto dal Barone Donnaperna a carlini quattordici il tommolo ed il pane ascendeva a carlini 18 che l’intervento fu magnifico, proibendosi all’altri casati di diminuire il pane, ed a forza dovevano comprare dal panittiere dell’annona, irregolarmente fatta. La massaria di basso nel detto anno, per tom. 110 di seminato se ne raccolse tom.22, e l’olive seminate normalmente. La masseria della Torretta 115 per tom.18 e niente di biade e paglie. Nela masseria della Serra per tom. 100, si raccolse tom. 350 da 30 tom. d’orzo. E per l’animali fu fierissima detta siccità. Marone fu singolare nella raccolta della bombace a 800, mentre tutte l’altre seminate nel territorio di Tursi, ed Anglona affatto non se ne raccolse, ed è così il prezzo finì a carlini quattro il grano, poichè se si fosse raccolta bombace, non vi sarebbe povertà e miseria”.

Non stupisca quest’ultima affermazione, sul ruolo della bambagia come motore derivato dell’economia rurale. Anche il medico e archeologo Antonio Nigro (Tursi, 1764 – 19/05/1854), primo e massimo storico locale, nel suo ancora attualissimo e fondamentale Memoria Topografica Istorica Sulla Città di Tursi E Sull’Antica Pandosia Di Eraclea Oggi Anglona (Napoli, 1851), così descriveva la società del tempo e annotava pure un secolo dopo: “I terreni di ogni prodotto capaci sono, come di grano, biade, legumi, vino, olive, frutti di ogni genere, agrumi di varie sorti, ortaggi, e specialmente bambagia, essendo questa l’unica industria, filata dalle donne per vivere, e quasi l’unico mezzo di rendita ad accrescere le sostanze delle famiglie civili. Il Governo vi teneva un regio procaccio per vetturare continuamente nella Capitale rolli di cottone filato, il quale fu poi levato da Gioacchino Murat in tempo della sua occupazione militare nel 1811. L’ordine plebeo è addetto chi ala zappa, e chi all’aratro, e chi alla coltura dei giardini: non vi sono mancati de’ buoni sartori, falegnami, calzolai, pittori, vasai, ecc. Oggi tutto è in decadimento, ed in scarsezza. Le donne sono addette a continuamente filare bambagia, che in tempo del procaccio si mandava così filata nella capitale; oggi perché un tal negozio è decaduto, se ne formano tele di varia larghezza, e coperte da letto di vario lavoro le quali manifatture poi a’ mercanti si vendono, che spesso spesso in traccia ne vanno” (testo integrale).

Salvatore Verde 

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