Antonio Popia, 78 anni, è morto questa notte (24 marzo). Straordinario e ispirato autodidatta, poeta dialettale, autore di un film e di numerosi scritti

Poesia
Antonio Popia

Antonio Popia (1939-2018), persona mite, gentile e perbene, è deceduto la notte del 24 marzo, a 78 anni. Già dipendente dell’Acquedotto Pugliese, lascia l’amatissima signora Maria, moglie da oltre mezzo secolo, alla quale aveva dedicato tutta la sua esistenza, e i tre figli maschi, Filippo, Vincenzo e Paolo, con le rispettive famiglie. Da circa tre anni una inesorabile patologia gli aveva minato progressivamente la memoria. Domenica 25 marzo, alle ore 16,  il funerale nella cattedrale diocesana dell’Annunziata, celebrato dal parroco don Battista Di Santo.

“Io credo che i ricordi, a un certo punto della vita, siano tutto ciò che ci aiuta a vivere, perché significa che abbiamo molto vissuto. E a essi ci aggrappiamo, anche quando speranze e desideri si attenuano. Sono i ricordi che mi spingono a scrivere, alimentano la mia forza creativa e talvolta mi liberano l’anima, spingendomi al sorriso, nonostante le sofferenze”. Così mi parlava l’emozionatissimo Antonio Popia anni addietro, quando, con la poesia “U mgrand” (L’emigrante), vinse la prima edizione del “Concorso di poesia in lingua dialettale Albino Pierro”, organizzata dall’Associazione culturale onlus “Magna Grecia Lucana” di Torino. “La meritata affermazione, molto applaudita, fu rafforzata dal suo secondo posto per un’altra lirica, ‘Mamma me’ a latter’ (Mamma mia la lattaia). La magia creativa di questo straordinario autore è tale che il normale lettore dei versi ignora di trovarsi di fronte a un autodidatta. Emozionato e anche un po’ frastornato, ha ricevuto il premio dal prof. Antonio Valicenti (Rotondella, 1937 – Roma, 30 marzo 2017), poeta e letterato di Rotondella, oltre che autorevole presidente della giuria” (Leandro Domenico Verde, domenica 21 agosto 2005, Tursitani.com).

Unita alla finezza nell’osservare la varia umanità contemporanea, proprio l’argomentazione sul valore del ricordo mi confermava la sua ispirazione, forse la principale chiave interpretativa di tutta la sua produzione poetica, artistica e letteraria. Così anche come autore di un prezioso videofilm, Profumi e nostalgia di una ricca povertà (130’ min, b/n, 1996), da lui scritto e diretto, girato a Tursi, in dialetto e con protagonisti gli stessi abitanti (in circa un anno di lavorazione). Nel Duemilaquattro, a otto anni dalla sua realizzazione, il lungometraggio ha suscitato l’interesse dell’antropologo Massimiliano Marangon, professore di Storia delle tradizioni popolari nell’Università degli Studi La Sapienza di Roma, che ha ben analizzato il filmato, poiché l’ambientazione nell’immediato dopoguerra, negli anni Cinquanta, documenta le tradizioni di un piccolo centro meridionale, con la forza e spontaneità dei contenuti. “Segno che le tradizioni, le relazioni, gli usi e i costumi, la cucina, le musiche dei piccoli paesi, tra i fondamenti delle nostre radici, non possono essere abbandonati, ma vanno conosciuti, approfonditi, rivalutati e tramandati. Poiché non è poco, e non è da tutti averne così fortemente caratterizzati. Valorizziamo quello che noi tursitani abbiamo: una lunga e gloriosa tradizione. Questo sembrano aver voluto filmare Popia e rimarcare il prof. Marangon. Una tradizione che noi possiamo rendere, con le nostre storie e testimonianze, ancora più longeva” (L.D. Verde, Tursitani, bimestrale del Comune di Tursi, MAG/GIU 2004).

Ma io credo che lo sguardo attivo verso il passato abbia orientato tutta la sua vita, per fortificare il senso della sua proiezione nel futuro. In tal senso si comprende appieno la visionarietà lungimirante di rianimare il borgo della Rabatana, attraverso la struttura turistica “Il Palazzo dei Poeti”, che lo ha coinvolto da sempre, come sogno e poi come concretezza. Su questa esperienza in particolare,  il figlio Vincenzo gli aveva appena dedicato una struggente evocazione nel libro Aspettando il profumo di… Praga La Rabatana: il sogno di una ricostruzione (2017). E il più giovane dei figli, Paolo, anch’egli poeta, affermava da sempre l’autenticità poetica del padre, declamandone spesso i versi, assieme a quelli dell’immortale Albino Pierro (Tursi, 1916 – Roma, 1995), nella struttura di famiglia e altrove, nelle occasioni ufficiali. Ma una vena artistica altrettanto sentita è presente pure nel figlio Filippo, capace di esprimere con la musica i suoi sentimenti.

Antonio amava ripetermi, fino a pochi anni addietro, la sua morale che sintetizzava: “Nella vita ci si deve sempre impegnare per un progetto, ma perché riesca occorrono tanto studio, il necessario lavoro, parecchi sacrifici e almeno un poco di fortuna”. Comunque, in quella lontana circostanza, e ripetute volte successivamente, gli proposi di pubblicare i suoi tanti scritti. Era contento della mia sollecitazione, ciononostante non se ne fece nulla, io credo per eccesso di modestia da parte sua. Poi, “anche perché l’opera omnia si stampa post-mortem”, arguiva il caro, grande e indimenticabile  Antoniuccio, mentre sorridevamo insieme.

Salvatore Verde

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