
Don Domenico Buglione, parroco di Tursi, vicario generale della Diocesi di Tursi-Lagonegro e rettore del Santuario Diocesano Basilica Minore Maria SS. Regina di Anglona
Carissimi fratelli e sorelle,
oggi la Chiesa ci invita a contemplare la figura luminosa di San Filippo Neri, un uomo che ha incarnato il Vangelo con semplicità disarmante e gioia autentica e contagiosa. Non una gioia superficiale o evasiva, ma quella che nasce da un cuore riconciliato con Dio, abitato dalla sua presenza, radicato nella preghiera e animato dalla carità.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci introduce nel cuore di questo mistero. Il profeta Ezechiele ci consegna una promessa piena di tenerezza: “Io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna… andrò in cerca della pecora perduta, ricondurrò all’ovile quella smarrita” (Ez 34,1116). È una delle immagini più commoventi della Scrittura: Dio come pastore che non si rassegna a perdere nessuno, che non abbandona, che non dimentica.
Questo volto misericordioso e paterno di Dio ha trovato in San Filippo Neri un riflesso fulgido e concreto attraverso tutta la sua vita.
Filippo non chiedeva alle persone di essere perfette per accoglierle ed amarle. Non cercava ambienti ideali. Andava incontro a tutti: ai giovani, ai poveri, agli smarriti, a chi aveva perso la speranza. Li incontrava nelle strade di Roma, nelle fatiche della vita quotidiana, nelle inquietudini del cuore. E con una parola semplice, con un sorriso, con la pazienza dell’ascolto, conduceva ciascuno verso Cristo.
Perché aveva compreso una verità fondamentale: il cuore dell’uomo cambia davvero solo quando incontra l’amore di Dio.
Aveva fatto sue le parole di San Paolo: “Siate sempre lieti nel Signore”. Non un invito ingenuo, né un’esortazione a ignorare i problemi della vita, ma qualcosa di molto più profondo: la certezza che Dio ci ama, ci accompagna e non ci abbandona mai.
Filippo aveva scoperto che la vera gioia nasce dall’esperienza del perdono, dalla comunione con Cristo, dalla libertà interiore di chi si affida totalmente al Signore. La sua allegria non era rumorosa o frivola: era una gioia che apriva i cuori, scioglieva le paure, faceva respirare speranza, diventava relazione, fraternità e costruzione del bene comune.
Capite bene che non basta fare memoria di San Filippo o celebrarne la festa ma siamo chiamati a lasciarci interrogare dalla sua testimonianza e da ciò che ancora oggi può dire alla nostra comunità che proprio ieri ha vissuto un momento importante scegliendo il nuovo sindaco.
Il voto, amici miei, non è soltanto un atto amministrativo, ma un gesto di corresponsabilità e di fiducia nel futuro comune. Il bene della città non nasce dalle rivalità, dalle divisioni o dalle polemiche senza fine, ma dalla capacità di ciascuno di servire e non di servirsi, di costruire e non di contrapporsi, di ascoltare e non di imporre.
San Filippo Neri avrebbe certamente sorriso davanti alle tensioni e alle sfiducie che talvolta attraversano la vita pubblica. Ma il suo sarebbe stato il sorriso di chi sa che Dio continua a operare nel cuore degli uomini e che anche le responsabilità civili possono diventare luoghi di servizio, di onestà e di pace.
Pur senza ricoprire incarichi politici, Filippo fu un autentico costruttore della città. La sua Roma cambiò non per mezzo del potere, ma attraverso cuori trasformati. Aveva compreso che una società cambia davvero solo quando cambiano le persone.
Forse oggi Filippo ci chiederebbe: quale comunità volete costruire?
Abbiamo compiuto una scelta e affidato una responsabilità, ma questo non ci esonera dal fare la nostra parte, perché il futuro della nostra città non dipende soltanto da chi governa, ma dalla qualità umana e spirituale di tutti noi che la abitiamo. Così come la qualità della convivenza dipende dal nostro modo di parlare, di relazionarci, di affrontare le differenze.
San Filippo ci indica tre strade molto concrete.
La gioia che unisce. Era il santo della gioia, non sopportava i cristiani tristi, perché sapeva che la tristezza chiude il cuore, irrigidisce e divide. La gioia autentica, invece, apre all’incontro, crea ponti, rende possibile la comunione. Anche nella vita civile una comunità cresce quando non si lascia imprigionare da rancori, polemiche sterili o contrapposizioni continue.
L’umiltà che costruisce. Filippo fuggiva gli onori e proprio per questo esercitava una straordinaria influenza sugli altri. Non cercava il potere, e proprio per questo diventava autorevole. È un messaggio prezioso per chi amministra: governare non significa dominare, ma servire. Ed è un insegnamento valido per tutti: partecipare alla vita della comunità significa collaborare con responsabilità e semplicità, senza pretendere sempre dagli altri ciò che noi stessi non siamo disposti ad offrire.
Infine, l’attenzione alle persone. Filippo non parlava di un’umanità astratta, non parlava per massimi sistemi: si prendeva cura di ciascuno nella reale situazione in cui si trovava (giovani, poveri, smarriti). Li ascoltava, li accompagnava, dedicava loro tempo e presenza. Non bisogna essere eroi solitari, il bene comune nasce dai piccoli gesti quotidiani: ascoltare, rispettare, aiutare, accogliere.
Ce lo ha detto Gesù: “Io sono la vite, voi i tralci”. Senza Lui non possiamo far nulla. Possiamo organizzare, progettare, discutere e impegnarci, ma se non rimaniamo uniti a Lui rischiamo di diventare sterili. Filippo era profondamente unito a Cristo per questo era così gioioso, per questo toccava i cuori.
E vale anche per noi, per le nostre relazioni, per la vita sociale. Non basta essere “attivi”: bisogna essere “radicati”. Non basta fare molte cose: occorre avere un fondamento interiore, una coscienza formata, valori solidi, un senso autentico del bene.
Viviamo in un tempo in cui si moltiplicano parole, opinioni e reazioni immediate. Tutti parlano, tutti commentano, tutti prendono posizione. Ma non sempre questa continua agitazione produce bene comune. Spesso genera soltanto rumore, conflitto e stanchezza.
Essere radicati significa sapere perché si agisce, per chi si agisce e quali valori guidano le nostre scelte. Una società non si costruisce soltanto con l’efficienza o con l’organizzazione, ma con persone interiormente solide, capaci di responsabilità, fedeltà, sacrificio e rispetto reciproco. Perché senza radici profonde si diventa facilmente fragili: le emozioni prendono il posto del discernimento, la rabbia sostituisce il dialogo, le paure alimentano le divisioni.
E allora si alzano muri invece di costruire ponti. Si cercano colpevoli invece di cercare soluzioni. Si difendono interessi personali invece di custodire il bene comune.
Abbiamo bisogno di uomini e donne “radicati” nei valori. Non basta avere le istituzioni perché una società sia giusta e libera occorre la qualità morale e umana di chi le abita. Le leggi possono organizzare una società ma non possono renderla fraterna, perché la fraternità nasce da coscienze educate al bene.
Oggi il rischio più grande è quello di ridurre tutto all’immediato: il consenso immediato, la polemica immediata, il vantaggio personale immediato. Ma una comunità cresce soltanto quando qualcuno è capace di guardare oltre sé stesso e comprendere che il bene comune vale più dell’interesse personale.
Essere radicati significa anche custodire la coerenza: mantenere la parola data, rispettare gli impegni, vivere la legalità non per paura delle sanzioni, ma per amore della giustizia.
Fratelli e sorelle, oggi siamo chiamati non solo a celebrare un santo, ma a lasciarci trasformare interiormente.
Siamo chiamati a essere cristiani e cittadini responsabili. A pregare per chi ha ricevuto un compito di guida, perché abbia saggezza, equilibrio e spirito di servizio. Ma anche a pregare per noi stessi, perché non ci limitiamo a criticare o a delegare, ma scegliamo di costruire insieme.
San Filippo ci ricorda che la santità passa attraverso la vita quotidiana: attraversa le strade, le piazze, le relazioni, la vita concreta della nostra comunità.
E allora chiediamoci con sincerità: la nostra città sarà un luogo di divisione o di comunione? La risposta dipende da tutti noi, nessuno escluso.
Chiediamo allora al Signore, per intercessione del nostro Santo Patrono, che il nuovo cammino della nostra comunità sia segnato da saggezza e serenità; che il sindaco e quanti avranno responsabilità amministrative siano sostenuti da rettitudine e coraggio; che tutti sappiamo custodire un clima di fiducia, superando le divisioni e cercando ciò che unisce.
Chiediamo il dono della gioia cristiana: quella gioia che non ignora i problemi, ma li affronta con speranza; che non cancella le fatiche, ma le attraversa con amore; che non si chiude nell’indifferenza, ma si traduce in attenzione concreta verso il prossimo.
E soprattutto chiediamo di rimanere uniti a Cristo, perché solo così la nostra vita potrà diventare luce per gli altri e seme di una comunità più umana, più giusta e più fraterna. San Filippo Neri, uomo della gioia e della carità, prega per la nostra comunità.
Amen.
Don Mimmo Buglione
