“LA SALVEZZA È NELLO SGUARDO” DEL POETA LEONARDO DI VENERE

Scritti corsari

“La salvezza è nello sguardo” è una notevole, acuta e ispirata riflessione del poeta Leonardo Di Venere, letta lo scorso 22 febbraio alla chiusura della mostra “Artisti no Pfas – una presa di coscienza” svoltasi a Montecchio Maggiore (VI).

Premessa

L’arte è uno sguardo

di pellegrinaggio interiore

cui guardare diventa

immediatamente esperienza

spirituale – non religiosa –

esistenziale; in profondità,

una questione di forma,

di stile, disposizione mentale

all’armonia, all’autenticità,

orientate al bene, alla giustizia.

Il punto di partenza, una soglia:

l’ingresso in un luogo

dove la bellezza viene

deliberatamente sospesa

per lasciare spazio alla verità

della sofferenza.

Invitato a contribuire con la mia voce

di lettore appassionato di letteratura –

quella che nasce dal bisogno di parlare con sé stessi,

senza calcolo né attesa di pubblicazione,

ma sorretto solo da un sentire personale

e da un’irrinunciabile urgenza interiore,

che già nell’atto stesso della scrittura

trova forma di appagamento espresso da

compensazione profonda e consolazione, –

eccomi presente, chiamato a condividere

questioni di vitale importanza per un futuro

ancora possibile per le sorti del pianeta

e dell’uomo che lo vive al grido lanciato

dalla mostra “Artisti no Pfas – una presa

di coscienza – per quanto va minacciando,

l’inquinamento chimico di inquinanti eterni

nell’aria acqua e suolo, la vita di tutti.

Leggere e scrivere nascono da un gesto

libero e consapevole di un individuo alle prese

con la propria volontaria solitudine.

Intorno a un’anima

Il “Faust” di Goethe è il fallimento del titanismo

dell’uomo cui tutto il sapere posseduto non gli basta.

Vuole altro, oltre. L’opera che ha impegnato l’autore

fino alla fine dei suoi giorni si apre con una dedica

e due prologhi: uno in Teatro, l’altro in Cielo.

La dedica è spazio d’interiorità lirica:“Si rinnova la pena,

il respiro ripete / il corso della vita labirintica, errante.”

Nel prologo in Teatro va in scena lo specchio della commedia umana

tra il direttore, il comico, e il poeta. Nel prologo in Cielo,

l’astratto sublime tra il Grande Vecchio e Mefistofele,

mandato a chiamare, così si svolge:

Mefistofele al Signore

“Scusami, non so dire belle frasi, anche se

tutti i presenti dovessero prendermi in giro.

Ti farebbe certo ridere il mio pathos,

tu non l’avessi persa, l’abitudine a ridere.

Non so dir nulla di soli e di mondi:

vedo soltanto come gli uomini si affannano.

Il piccolo dio del mondo è sempre lo stesso,

buffo e strambo come nel primo giorno.

Vivrebbe un poco meglio,

tu non gli avessi dato qualche lume di cielo.

Lo nomina ragione: e lo usa soltanto

per vivere più bestia di ogni bestia. ….”

Il Signore

“Non hai nient’altro da dirmi?

Vieni solo e sempre a lamentarti?

Non c’è mai nulla sulla Terra che ti vada?”

Mefistofele

“No, Signore, come sempre, va malissimo, laggiù.

Mi fanno pena gli uomini, con tutti i loro guai.

Non ci trovo più gusto, disgraziati, a tormentarli.”

Lezioni di vita dalla terra che cambia

Gli esseri umani sono la principale influenza sull’evoluzione della specie

in tutti i continenti, tranne l’Antartide.

Il collasso climatico, la perdita dell’habitat, l’introduzione di specie estranee

e l’inquinamento sono i fattori più nefasti. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno

è connettersi con il proprio posto “nella rete della vita”.Le rondini, lungo le

loro strade, hanno sviluppato ali corte e aerodinamiche per adattarsi al traffico

evolvendosi per vivere uno stile di vita nomade, ma il nostro insediamento

prima come agricoltori e poi come abitanti delle città ha prodotto cambiamenti

drammatici. Abbiamo bisogno di cambiare l’idea di noi stessi che abbiamo

vissuto nella menzogna di essere diversi dal resto del mondo vivente, oltremodo

stiamo inquinando gli oceani. Ciò di cui possiamo vantare è che in terra

come in cielo abbiamo aumentato il rumore.

Scelte fondamentali.

Ciò di cui stiamo prendendo coscienza è che tutto questo possa finire

un giorno non molto lontano. La catastrofe ecologia è già cominciata,

e non da oggi. Da un certo modo di concepire il mondo e il posto in esso

occupato dall’umanità nella misura in cui questa ha pensato, autorizzato,

accolto e persino incoraggiato la privatizzazione della realtà …

in gran parte responsabile delle catastrofi in corso, a cominciare dallo

sbiancamento della Grande barriera corallina al largo delle coste

australiane, lo sconvolgimento delle rotte migratorie, la distruzione delle

foreste dell’Amazzonia e del Congo, lo scioglimento della calotta glaciale

dell’Himalaya.  Il mondo in cui siamo immersi non è sordo, ma noi si,

muti e impauriti. Ciò di cui stiamo prendendo coscienza è che Gaia c’è.

Guardare cos’è?

Una forma di pensiero, un atto di attenzione, di cura e responsabilità che

trasforma il visibile in memoria, il contingente in definitivo. Guardare è scegliere.

Lo sguardo orienta, gravita, indica procedure morali e significato simbolico.

Guardare è vedersi e riconoscere dignità, fragilità, etica e bellezza del reale.

La realtà non è neutra. Ciò che scegliamo definisce meglio la nostra umanità,

le nostre leggi interiori, la misura del variabile. Guardare è raccontare

“questo è il mio tempo, lasciatemi fare quello che penso e sento” quel sentire

che corrisponde al mio alfabeto pittorico, scultoreo, incisorio, fotografico.

Certo, non una somma di oggetti ma una conversazione dentro un coro di voci

che restituisce dialogo e ascolto di vivente. Una storia di sguardi convocati

a lasciare traccia, per una cultura che non è ornamento ma consapevolezza,

coesione, condivisione di chi siamo e cosa vogliamo diventare, in nome e conto

dell’arte, dell’ambiente, dei diritti umani a vivere come costruttori di pace.

Un’etica a difesa dell’umano

Nella storia delle insostenibili crisi economiche e sociali,

gli esseri umani avevano ancora una capacità limitata di

distruggere il mondo. Oggi siamo fin troppo in grado di farlo

e sembriamo piuttosto disposti a lasciare che accada.

Ciò che è rimasto immutato è lo stesso desiderio/piacere

nichilista per il proprio profitto e arroganza che Goethe

chiamava “spirito che nega”. Ciononostante noi amiamo

pensare che ci saranno sempre persone che cercheranno

di salvare questo nostro mondo. Ciò che la natura può

insegnarci è l’umiltà. Noi non siamo il centro del mondo.

Spesso incontro la meraviglia, una parola assente dal nostro

vocabolario attuale. La meraviglia del mondo, della nostra

esistenza quando ci avviciniamo a una cascata di ghiaccio,

a un rudere rimasto in piedi per miracolo. Non importa

quale potere o ricchezza accumuliamo: tutti siamo uguali

nei luoghi della natura che permette agli umani di abitare

un silenzio che consente un’attenzione prolungata, un pensiero

mirato a lungo contemplando, meditando la complessità

del bene reale. Disintossicazione dal deficit di attenzione

che la nostra attuale tecnologia incoraggia. Non posiamo

far altro che avere a cuore il suo/nostro destino.

Storia di sguardi

Contatti, incroci, incontri, scambi, confronti.

Da tutto questo si avverte una visione di rischi

e di potenzialità del futuro, o almeno di un

futuro possibile. Ciò che si intende cogliere

è il dinamismo delle vicende umane, il moto

delle onde, l’ascesa e la discesa dell’uomo, il

nero e il bianco, la luce che svela, l’ombra

che nasconde. Evidenziare la potenza di una

spiritualità laica quasi scomparsa, e la sapienza

di portatori sani della croce che l’uomo deve

portare a compimento e riscatto di sé stesso,

senza perdersi in parole vuote di senso e significato.

Ma grazie a una ritrovata tensione salvifica,

salvati per resistenza e attesa. Il paradiso siamo

noi, e consiste nell’essere accolti, riconosciuti

e custoditi. Solo se riusciremo ad essere attuali

e contemporanei, la nostra fede, qualunque sia

la sua espressione artistica, sarà attuale

e contemporanea. Convinto che, per quanto possa

valere, nessuno può rinunciare alla personale

chiamata ad essere sé stesso, a garanzia della propria

autenticità, coscienza e magistero, contro ogni

credo d’onnipotenza. Noi, sempre nel gorgo,

come monaci ribelli, a cercare un pane per chi

ha fame e sete di giustizia.

Leonardo Di Venere

22/02/2026

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