La tragedia Brancalasso – Picolla nei documenti del 1606 e 1741 (3)

Storia di Tursi
Stemma dei Brancalasso (parte superiore)

Quanto è accaduto tra Baldassare Picolla, la vittima, e Giovanni Francesco Brancalasso, il colpevole, è un tipico caso di omicidio/assassinio volontario, con o senza premeditazione è di relativa importanza (non intendiamo, neppure ipoteticamente, replicare un processo che peraltro non c’è stato, per quanto ne sappiamo). Allora perché parliamo di “giallo storico in piena regola”? Lo si capirà compiutamente se si ha la pazienza di arrivare al termine di questa lettura, dichiarando da subito che esso non riguarda l’acclarato fatto di cronaca, bensì la sua narrazione, quindi il valore del contenuto di un atto/documento, integralmente o in parte. E i Brancalasso, assieme a pochissime altre famiglie tursitane (i Doria su tutti, ovviamente), rappresentano qualcosa di ineguagliato e di gigantesco nella storia di Tursi, ancora tutta da scrivere, per riconosciuto valore e grandezza. Volendo riesumare dall’oblio alcuni nuclei nobiliari, citiamo almeno i Donnaperna, Picolla, Giordano, Mellis, Pasca, Catanzaro, Basile, Santoro, Santissimo, Guida, Zotta, Siderio, Favale, Asprella, Panevino, Latronico, Manfreda, Rota, Vozzi, e poi i Capitolo, Del Turco, Favale, Andreassi, Ranù, Ginnari, Spadetta, Ayr, censiti dallo storico tursitano Rocco Bruno (Le famiglie di Tursi dal XVI al XIX secolo, Romeo Porfidio Editore, Moliterno, PZ, 1989).

      In caso di omicidio, solitamente l’individuazione del colpevole  può scaturire da una sincera quanto forzata confessione o dalle rivelazioni di un sicuro testimone oppure dall’acquisizione di una prova materiale, scoperta per caso o ricercata da investigatori, magari e sempre più ottenuta con l’ausilio della scienza applicata. E un fattore determinante non necessariamente ne esclude un altro. Nel caso di un accadimento del passato più o meno recente, ci si deve affidare inevitabilmente alle fonti di archivio, quindi sul resoconto che ne è stato fatto dai “cronisti” del tempo, dichiarazioni sparse di testimoni vari, articoli, ma anche letterati, poeti, pittori (e poi fotografi, cineasti, riprese digitali intenzionali o casuali), anche se le fonti maggiori restano sempre gli atti investigativi e processuali di ogni tempo, naturalmente se c’è stato un iter giudiziario o almeno un suo inizio. È fuori da ogni logica, quindi impensabile, poter effettuare il sopralluogo e analizzare la scena del crimine, se non con immaginazione e creatività e fantasia (talvolta può capitare di cogliere la verità mediante l’arte e la finzione). Difficile ma non impossibile abbozzare le caratteristiche della vittima e la eventuale relazione con il suo assassino, inoltre, si può suggerire un profilo dell’omicida, sempre che si abbia la fortuna di avere atti e documenti che descrivano taluni aspetti della loro vita precedente al fatto (impresa quasi totalmente vana se le persone coinvolte non siano state anche dei personaggi, almeno uno, della storia locale). In generale, nella maggioranza dei casi esiste un movente noto (cito non in ordine di importanza: denaro, potere, sesso, gelosia, rivalità, vendetta, interesse, follia) che, nella sua evidenza, indirizza l’attività investigativa.

      Del caso storico che esaminiamo, sono sicuri soltanto l’autore e la vittima, entrambi senza annotazione dell’età anagrafica, mentre le certezze vengono meno già per quanto riguarda l’arma utilizzata, il luogo e la modalità del decesso e, in particolare, resta da capire il fondamentale movente della soppressione e soprattutto quando è avvenuto, cioè la data. Per argomentare sulle due descrizioni e ragioni opposte che ci sono pervenute dal XVII sec. a oggi, utilizziamo le uniche fonti storiche disponibili e a noi note, ovvero i due manoscritti risalenti, rispettivamente, al XVII e XVIII sec. Il primo documento, del 1616, è conservato nell’Archivio diocesano di Acerenza, si tratta di Appelli. Tursi-Anglona (1609-1619), trascritto e allegato dal noto studioso Nicola Montesano nel suo saggio  Tursi. Alle radici del toponimo Rabatana, a sua volta inserito nel voluminoso Tursi La Rabatana (MIBAC – Fondazione Sassi di Matera; Cooperativa Grafica Italiana- Bari, per Altrimedia Edizioni, Matera,  2004), curato dal grande accademico Cosimo Damiano Fonseca. Il secondo documento è un testo di 170 pagine, Fedel memoria degli Uomini Illustri, Parenti, Stabili, Urbani e Rurali, Jus, Doti, Ragioni, Servitù, Prelazioni, Cappellanie, Benefici e sue Rendite, Notizie antiche appartenenti alla gentilizia famiglia BRANCALASSO, che ora si rappresenta dalli fratelli, Dottor Don Tommaso, Dottori Canonici della Cattedrale: Don Filippo, Abate Don Carlo e Don Nicolò Brancalasso, registrata nel 1744, che ho esaminato anche nella impegnativa trascrizione, dopo un pluriennale lavoro, di Ambra Piccirillo, coniuge di Ciriaco Sciarrillo Branclassi, possessori del documento, e tra idiscendenti, con altri che si trovano a Tursi, dell’antica famiglia Brancalasso.

      Citeremo più volte i due scritti, utilizzando le formule: “Doc.A – Acerenza”, la breve cronaca originata da una testimonianza, a fini strettamente giudiziari, e “Doc.B – Brancalasso”, ricostruzione storica e genealogica compiuta da quattro fratelli dottori della famiglia, in un lungo arco temporale (1443-1797), con l’elencazione di tutte le proprietà, da utilizzare anche a fini fiscali. Entrambe le fonti concordano soltanto su un paio di riferimenti: Giovanni Francesco Brancalasso ferì a morte Baldassarre Picolla; il fatto avvenne alla presenza di (numerose?) altre persone. Altre due connessioni possono valere a metà: il delitto si consumò nei pressi della pubblica piazza (senza dubbio l’attuale Piazza del Plebiscito, anche se non viene specificata con precisione); il fatto di sangue scaturì da una (lontana?) contrapposizione tra le due famiglie. Come detto, nulla sappiamo dell’età dei protagonisti coinvolti. A scanso di equivoci chiariamo pure che Gio: Francesco o Giovan Francesco o Gianfrancesco indica sempre Giovanni Francesco Brancalasso. Poi proprio tutto diverge nei due scritti.

Le due versioni: “Doc.A – Acerenza” e “Doc.B – Brancalasso”

      “Doc.A – Acerenza” – Il fatto si verificò all’ora del tramonto o sera (vespero), ci fu premeditazione e Giovanni Francesco Brancalasso era in compagnia almeno del fratello Gioseppe Brancalasso e di Fanno di Gravina. La morte fu percepita lì vicino  (sentì lo romore in piazza) e Baldassarre Picolla ebbe la staccata e perì, senza definire se stoccata da arma da fuoco o dallo stocco (arma bianca più piccola di una normale spada, dalla lama appuntita e a sezione triangolare, fatta per colpire di punta).

      Il movente è quello che più intriga sul piano storico, qui presentato come una lotta di potere, per il ruolo di Camerlengo della Rabatana. Incarico ambito forse da entrambi i contendenti, ma il Brancalasso aveva chiesto l’appoggio di D. Gioseppe Valerio “Aulid.o”, che poteva far pendere la bilancia in suo favore. Insomma, l’omicidio preventivo poteva togliere di mezzo un avversario per tale funzione, ancora da assegnare. Ma, sulla base di una diversa decifrazione, interpretazione e contestualizzazione della trascrizione del documento, si perverrebbe addirittura a un altro paio di ipotesi ancora più complicate: il Brancalasso aspirava all’incarico con l’appoggio dello stesso Picolla, che poi sarebbe venuto meno (controdiceva) e avrebbe pagato con la vita questo tradimento; oppure, a volere la morte di Baldassarre Picolla sarebbe stato proprio D. Giuseppe Valerio che, ritenendosi più volte minacciato dallo stesso Picolla a causa di quell’appoggio dato al Brancalasso e sentendosi in pericolo, avrebbe chiesto al Brancalasso di eliminare Baldassarre. Tuttavia, le congetture o le suggestioni sulle cause possibili potrebbero essere anche altre e solo la comparazione e l’esame scrupoloso del manoscritto originale potrebbero caratterizzarle compiutamente, ma purtroppo non ci è dato poter fare la pur necessaria e doverosa verifica. Restiamo, quindi, nel campo dei ragionamenti probabilistici. In fondo, si ragiona sempre con le certezze del momento, talvolta anche sul piano della logica e della deduzione,  possibilmente comprovabili.

Altrettanto coinvolgente è  cosa accadde dopo, subito dopo l’uccisione. I due fratelli Brancalasso sembrano tentennare, poi scelgono di ritirarsi verso il luogo monastico più lontano dall’accaduto, ovvero si reca(no) al cenobio degli zoccolanti di San Francesco, da dove il colpevole pare dovesse continuare la fuga (per andare dove, il documento non lo dice). Tale allontanamento doveva realizzarsi con un cavallo prestato da D. Gioseppe Valerio, che suo figlio D’Amelio aveva portato a Giovan Francesco Brancalasso al convento.

      “Doc.B – Brancalasso” – Non si specifica l’orario del delitto, che fu d’impeto, la conseguenza di una reazione violenta e incontrollata. Non si citano altri presenti, che pure è lecito intendere che ci fossero. B. Picolla provocò verbalmente il Brancalasso che reagì (dalle quali parole mosso da sdegno il Don Gio: Francesco l’ammazzò nel macello del Santissimo, strascinandolo dalla piazza).

Non si fa riferimento al come, con quale arma, però si indica un luogo altrettanto pubblico e allora vicino alla piazza, la macelleria dei Santissimo, una importante famiglia nobiliare di Tursi, aggiungendo lo scempio che fu fatto del cadavere (trascinandolo per circa duecento metri, dalla piazza all’abitazione dei Picolla). La motivazione dell’assassinio è legata al terreno conteso, di proprietà dell’Università/Comune e comunque non ancora privato, e quindi alla possibilità di far pascolare le greggi da parte della vittima, ma non si esclude un (improbabile) pregresso confronto tra le due famiglie (sicuramente più grande e potente e con maggiori possedimenti i Brancalasso, altrettanto antica e nobile la famiglia Picolla, ma meno violenta per tradizione).

      Dopo la tragedia, Don Gio: Francesco Brancalasso trovò rifugio sicuro nel vicino e sottostante convento degli Scarpanti o Zoccolanti di San Sebastiano (alla base dell’attuale rione Petto), dove uno zio era priore. Per questa protezione data, il convento (da pochissimo costruito, a cavallo dei due secoli) di fatto verrà reso inattivo e messo sotto tutela del seminario (qual Convento fu represso ed è applicato a questo seminario). E il massimo storico locale Antonio Nigro, scriverà poi della sua soppressione voluta (schiantato) da papa Innocenzo X, il 15 ottobre 1652, a causa dell’inosservanza della Regola e della vita dai frati, ritenuta indegna, corrotta e dissoluta (A. Nigro Tursi, 1764 – 1854, nell’ancora fondamentale opera Memoria Topografica Istorica Sulla Città di Tursi E Sull’Antica Pandosia Di Eraclea Oggi Anglona, Tipografia di Raffaele Miranda in Largo delle Vigne, 60, Napoli, 1851; nuova edizione di Battista D’Alessandro, per ArchiviA di Rotondella, MT, 2009). Non può essere casuale se Don Giuseppe Brancalassi (? – 1676), proprio nell’anno 1652, con la sua ampia donazione conferma di voler fondare  l’Oratorio di San Filippo Neri a Tursi, così come è stato.

      Il confronto e la comparazione delle notizie si dovrebbe fermare qui, poiché solo il “Doc.B -Brancalasso” prosegue con la descrizione dell’eventi successivi, aggiungendo il tentativo di vendetta e l’epilogo che riportiamo dall’articolo precedente (Tursitani.it, 04 marzo 2020): <<Seguirono gli appostamenti dei Picolla per ucciderlo e una sera decisero di agire.  Erano nascosti nelle case adiacenti, videro il Brancalasso e uno dei Picolla sparò con l’archibugio, ma colpì in pieno la statua di Sant’Antonio, che era posizionata in una nicchia esterna del muro, ben in vista dalla strada (in una sera, uno di detti Picolla nascosto in quei casaleni e guardando il Brancalasso per ammazzarlo tirò un’archibusciata, e colpì nella statua di Sant’Antonio, che stava nel nicchio di un muro di fuori, e patente alla strada). Per quel colpo devastante, la vicenda assunse un altro risvolto causato dalla versione univoca che ne diedero subito dopo il Priore e il Brancalasso. I due, infatti, e fecero ricorso e denunciarono l’accaduto alla Santa Congregazione e ad altri Tribunali, mettendo in cattiva luce il Picolla autore, a loro dire, dell’intenzionale sparo oltraggioso contro il Santo  (per qual colpo si unì il Priore e di Brancalasso ne fecero ricorso dalla Santa Congregazione, ed altri Tribunali e fecero apparire gravissima l’ingiuria fatta al Santo, dal qual inferno ne appariva reo il Picolla contro il Brancalasso).>>.

Analisi delle testimonianze

      Nel silenzio dei documenti, e neppure questo può essere un caso, cambiando la data dell’accadimento non è sicuro chi fosse all’epoca il vescovo di Anglona Tursi: Ascanio Giacobazio (11 maggio 1595 – 1609, dimesso), di Roma, anche nunzio apostolico, o Bernardo Giustiniano (15 giugno 1609 circa – 1616, deceduto), del Messico, che tenne un sinodo diocesano, eresse l’episcopio di Chiaromonte e, il 9 marzo 1610, effettuò una visita a Tursi ( ne prendeva possesso? dove non aveva dimorato? ). Il reverendo Leonardo Pontino, delegato diocesano di Anglona Tursi e canonico della Cattedrale, interroga a Tursi l’unica testimone e ufficialmente redige il verbale il 4 gennaio 1616 (si suppone, ragionevolmente, alla presenza di altri). Per la trentenne Julia de Joanne de Carbono, madre di un figlio si età minore, il fatto risale al 21 dicembre 1615. Il manoscritto-testimonianza di Acerenza è, perciò, la prima versione dell’accaduto, tutt’altro che lineare e palesemente schierata. Il verbale si pone come uno strumento dell’accusa, utilizzabile soltanto in difesa della vittima e per inchiodare il colpevole. La famiglia Carbone a Tursi è attestata già nell’ultimo decennio del 1500 e si può quindi affermare che la Julia de Joanne fosse da anni in loco, dimostrando di sapere e conoscere molto della realtà locale, essendo con tutta probabilità anche amica di Baldassarre Picolla. 

      Comunque, dubbi giganteschi si (auto)alimentano, poiché il testo, così come trascritto e pubblicato, è stracolmo di sottolineature incidentali che tendono a mostrare più la credibilità della Julia de Joanne, anziché ottenere una deposizione oggettivamente vissuta; per di più, è raggelante soprattutto l’idea dei tanti dettagli, francamente troppi, come se tutto fosse avvenuto sempre sotto gli occhi e le orecchie della testimone, pur in posti diversi e separati, ovvero in una diacronia temporale talvolta incredibilmente sovrapponibile! Neppure con molte telecamere (di sorveglianza) si sarebbe potuto fare meglio: lei sa, lei vide, lei capì, lei intuì, lei comprese, lei sentì, lei era qui, lei era là, anzi, se si approfondisce, lei era qui e là contemporaneamente (mah!). La sensazione netta è che Julia de Joanna, analfabeta, confermi il testo di una versione già precostituita, come se si dovesse acclarare non tanto la responsabilità, da subito sotto gli occhi e le orecchie di tutti, questo si, quanto assecondare l’idea di un complotto ordito dal Brancalasso per ottenere l’incarico di “Camerlengo della Rabatana”, ritenuto strategico (!?) ai fini del prestigio e del potere reale della sua potentissima famiglia. La quale, dato storico,  dominava di fatto già tutta la Città, praticamente senza rivali e senza reali competitori armati, in sintonia assoluta con i Doria di Genova, duchi di Tursi. Altro dettaglio, non inutile, i Brancalasso si erano trasferiti da tempo dalla Rabatana, l’antico e separato borgo, e abitavano nel centro urbano in basso, sotto la chiesa di S. Michele.

Per quello che vale, per sfortuna o limiti, dopo non poche letture di articoli, saggi e libri relativi all’amato paese, è la prima volta che si trova, in un documento, la citazione di Leonardo Pontino, vicario diocesano e canonico della cattedrale di Tursi, e si apprende la stessa esistenza dell’incarico di “Camerlengo della Rabatana”, per giunta così ambito e al centro di una trama.

      Dopo l’arrivo a Tursi, la famiglia Brancalasso si estese, affermandosi per potenza, nelle donazioni alla Chiesa non soltanto locale e al comune, e negli acquisti: “Nell’anno 1500 circa, molti della famiglia Brancalasso hanno donato e legato più stabili alla chiesa Cattedrale... Circa l’anno 1500 viveva il Don Quintiliano Brancalasso, il quale fu aggregato ne li trentasei  famiglie  nel seggio nostro e qui venne il reggente Doria”; questo avvenne in modo marcato e documentato dalla seconda metà del XVI sec., negli anni 1562-1969, con: Don Giordano Brancalassi, canonico nella Cattedrale (morto nel 1562); Don Giuseppe Brancalassi, fondatore dell’Oratorio di San Filippo Neri, nel 1562; poi con Signor Gio: Brancalassi, Signor Cesare Brancalassi, Don Francesco Brancalassi e Signor Don Angelo Brancalassi, e con “il Don Gio: Francesco Brancalassi erario dell’eccellentissimo Duca di Tursi”. E si chiarisce che la Città di Tursi fu comprata per ducati 66.100 dal Duca Don Carlo D’Oria, che ne prese il possesso il 4 di marzo 1597, con istromento del notaio Agnello De Martino, nel quale “anche apparisce la detta città esser donata dal principe Don Gio: Andrea, Padre del detto Duca  Don Carlo dal Testamento”: in cui furono fatti li maggiorati, vinti a 9 luglio nel S.C. dal Principe di Melfi: Tripaja e Caramola difese dall’Università di Tursi furono comprate dal Don Lianobia del Caretto per ducati 35mila nell’anno 1589, e furono anche colla città di Tursi donate, e dichiarate in testamento dal Principe Don Gio: Andrea, compra della quale anche se ne conserva presso Notar Pietro Nocito di questa città nei protocolli di Deli (o della casata Deti, nda)… sono n°28 articoli a firma del Principe de Salerno datati 17 gennaio 1531… Quali statuti di sopra scritti, sono stati da me copiati dalli consimili meremente autenticati, che stanno in possa del Don Lionardo Siderio, tenendo ancora li statuti della Portolonia  ecc, e l’attesto io Can. Dottor Don Filippo Brancalassi”. Nel citato protocollo Deti “vi sono più rimarchevoli Istromenti, ne’ quali  appariscono molti di detta famiglia  colli titoli di nobile  allora in uso a ponersi in detti istromenti, e ricchi, tra i quali ve ne fu uno, che diede grosse somme di danaro ad uno di casata Picolla”. A conferma di antichi rapporti anche “gerarchici” tra le due famiglie e della distinzione, ampiamente in uso, tra nobili e ricchi. 

Ed è opportuno aggiungere che “Fra le scritture dell’Università che si conservano dalla famiglia del Don Giulio Cesare Donnaperna vi sono più originali consigli fatti in occasione di Reggimento e tra li cittadini e famiglie de’ quali ancor oggi sono viventi, vi fu uno dove si firma a distinzione di tutti gli altri col titolo di Nobili”. Nel 1574, muore il Canonico Francesco Brancalasso, che in precedenza aveva fatto un’ampia donazione  ala certosa di San Nicolò nella valle di Chiaromonte (di trentatré case  site e poste nella contrada della Rabattana, ma indi per le sciolle occorse nella detta contrada ai tempi antichi sono tutte rovinate). Nel 1598 il signor Don Gio: Brancalassiprevio parlamento  fu mandato nella città di Napoli per difensore alla causa della numerazione di quel tempo, e donò tutte le sue cose all’Università per Instromento nel 1600“; nel 1625, il Rettore Don Gio: Antonio Brancalassi della chiesa di S. Michele Arcangelo redige l’antica platea, che è “quella che da tutta la forza di raggioni de’ stabili di detta Chiesa e nelle solite distinzioni di terre ella è quella che decide i litigi“.

      A maggior ragione, un’annotazione a verbale  della Julia de Joanna, quando dice “Gratia Picolla madre di detto Baldassarre”, è del tutto inaccettabile e deve far riflettere, essendo in realtà un errore troppo grande e inspiegabilmente grave, poiché non vera: non si trattava di un’anonima e semisconosciuta di nome Grazia, bensì dell’arcinota Grazia Donnaperna (moglie di Don Andrea Picolla), appartenente a un’altra grande e influente dinastia presente a Tursi e nel territorio lucano. Pertanto, non può essere liquidata come un semplice lapsus o refuso, tanto più inammissibile a Tursi, sfuggito in un verbale degli inquirenti, i quali hanno scritto, letto e riletto e sottoscritto (sia pure con un segno di croce della testimone) quanto fissato nero su bianco. I possedimenti dei Brancalasso nell’abitato e nelle campagne limitrofe erano di tale consistenza che poche famiglie potevano pareggiare in termini di estensioni, entrate e rendite, come pure la vastità delle ramificazioni familiari dei Brancalasso non aveva rivali per numero di famiglie e di figli e di apparentamenti con altri grandi nuclei familiari, perciò appare incredibile anche la versione del prestito occasionale del cavallo. Per trovarne uno il Brancalasso perde tempo e prestigio (appena difeso fino all’estremo, con la soppressione di un uomo) e lo deve chiedere e trovare grazie a un presunto quasi complice, sicuramente non di pari rango, e forse inferiore. Ma anche questo aspetto della dichiarazione della testimone deporrebbe, comunque sia, a sfavore della tesi della premeditazione.

      Poi, la fuga, che sembra insensata. Per raggiungere il monastero di S. Francesco c’erano due strade possibili, ciascuna di alcuni chilometri: scendere sotto l’abitato del rione Petto e, quindi, salire sulla collina, seguendo il tratturo fino al convento; oppure, attraversare il rione di San Michele e il quartiere della Rabatana e poi proseguire fino al sito religioso. Perché rischiare tanto con l’attraversamento di tutto il centro abitato, facendo il percorso più lungo? La sicurezza nel convento di San Sebastiano, invece, come sostiene il “Doc.B – Brancalasso”, era a portata di mano, a non più di due minuti. Tanto più che quel sito religioso era praticamente una loro istituzione, costruito da poco, a cavallo dei due secoli XVI-XVII, grazie anche a una munifica donazione di Antonello Brancalasso, “come si have nella scheda del P.llo di Deti presso il notaro Pietro Nocito circa l’anno 1583 fé un suo testamento ascendente  a quasi quattromila ducati e volle che sugli altri beni si fondasse un beneficio in San Sebastiano col peso di messe due la settimana a memoria”. All’epoca dei fatti anche il priore era della stessa famiglia Brancalasso e, com’è facilmente intuibile, nessuno meglio di lui avrebbe potuto garantire la protezione del fuggitivo dentro l’inattaccabile cenobio (struttura che poi avrà vita brevissima, poiché nel futuro soltanto l’annessa chiesa resterà aperta e frequentata, relativamente, fino all’abbandono e al crollo). Non prevedere almeno una possibilità di fuga, è un atteggiamento incongruo, tipico di chi non ha premeditato alcunché.

      Altrettanto inverosimile appare la scena, mica tanto straziante, della madre,  che riporto senza sostanziali alterazioni, come trascritta da Montesano nel libro: “La signora sente le urla provenire dalla vicina piazza. Qualcuno le riporta il mantello del figlio. Lei vuole sapere cosa sia realmente accaduto. Le dicono che Baldassarre è stato colpito. Lei accorre in piazza per vedere il figlio così ferito. Al contempo, gli si fa incontro l’amico dei Brancalasso. Questi le dice di andarsene, perché “la ferita non è niente”. A quel punto, lei se ne ritorna a casa”. Tale descrizione la riferisce ovviamente Joanna che l’ha intesa da molti. È del tutto evidente che qualcosa anche qui non torni, senza ricorrere a facili psicologismi, sul dramma umano e sulla reazione di madre, una volta arrivata sulla scena del crimine. La signora decide di andare via, senza avere consapevolezza delle reali condizioni del figlio (ventenne?), perché si fida non della sua diretta verifica, bensì di qualcuno che l’ha rassicurata sull’entità della lesione! 

Conclusioni

      Dopo lo scontro tra i due, la reazione non si placò e il racconto dei fatti prosegue nel “Doc.B – Brancalasso”. Che è anche, lo si ribadisce, una cronistoria della famiglia, nelle ramificazioni e discendenze, scritto e registrato nel 1744 (di fatto aggiornato al 1797), da quattro fratelli tutti dottori, il laico Don Tommaso, e tre canonici della cattedrale di Tursi, Don Filippo, l’abate Don Carlo e Don Nicolò Brancalasso. Se il loro intento chiarato è stato di dare “qualche tradizione, e fedel ragguaglio a posteri e successori della prefata famiglia fa d’uopo che si ricorri per far lor proprio vanto agli antenati ed huomini illustri: quindi per quanto si è stentato ricercarne dagli antichi”. Anche ammettendo che il contenuto possa non essere esente da inevitabili enfatizzazioni e ricostruzioni edificanti, tuttavia, il manoscritto è di una durezza e un’asprezza disarmanti verso taluni propri congiunti, e non mancano neppure riferimenti a lotte, inimicizie, contrasti e diverbi nel rapporto con altri potentati  e talune insoddisfazioni  e delusioni con alcuni vescovi. Nel caso particolare, ci troviamo di fronte a una chiarificazione di oltre un secolo dopo i fatti, quando probabilmente i rapporti con i Picolla erano su un terreno di assoluta sintonia (ma diverbi su altri confini proseguiranno), quando il potere della famiglia non era ancora sostanzialmente intaccato e quando di certo, soprattutto per i fini fiscali imposti dalla “Relazione Gaudioso”, si voleva fare ordine di tutti i comprovabili possedimenti (ogni volta sono straordinariamente puntuali e precise le cifre degli acquisti e delle cessioni), oltre a voler fissare con definitività la stessa genealogia. E tutto ciò senza celare la propria storia reale, tant’è che si elencano drammi, omicidi, morti, disgrazie, relazioni, favoritismi, incertezze parentali, donazioni alla Chiesa, frutti illegittimi, eredità, figure sante.

      Diversamente, perché scrivere dell’omicidio, anticipandone la data di quasi un decennio, e finanche aggiungere il dettaglio della scena insopportabile dell’oltraggio al cadavere di Baldassarre Picolla,  trascinato (strascinandolo) dalla macelleria e dalla piazza fino all’abitazione dei Picolla, ? Perché coinvolgere altri membri della famiglia, fino a screditare l’esistenza del convento di S. Sebastiano? Perché dimostrare, in modo insistente nel manoscritto, con tanto di richiami a date, atti notarili e carte dotali, il matrimonio successivo al fatto tragico tra Delica Picolla e Giovanni Domenico Brancalasso  (huomo d’arme della compagnia di Caserta), per chiudere e sanare definitivamente la ferita dolorosa e fonte di sofferenza di una morte in famiglia? Tra le risposte immaginabili, almeno tre motivazioni ci intrigano:

un manoscritto “cronachistico” omertoso e lacunoso su fatti “negativi”, comunque autolesivi in qualche modo del prestigio (oggi diremmo dell’immagine), avrebbe tradito il fine di narrare le gesta della famiglia, accentuando la debolezza interna della narrazione e minando di fatto la sua stessa e totale credibilità;

con le rinnovate pregresse implicazioni religiose, anche come messaggio attualizzato, si intendeva ribadire la persistenza di rapporti non proprio e non sempre idilliaci e sostanzialmente alterni con  il vescovo di riferimento (praticamente, dall’arrivo dei Brancalasso a Tursi fino a tutto il XVII sec., anche se poi le relazioni migliorano, non a caso, quando cala il potere della famiglia);

 – ma soprattutto, ignorare l’unione matrimoniale dopo la tragedia, nascondendo “tra chi, quando come e perché”, avrebbe reso  impossibile fissare la nascita genealogica di una ramificazione ineliminabile, fondamentale e attuale della discendenza, sia agli occhi degli stessi congiunti sia nel confronto con le altre potenti famiglie contemporanee (del XVIII sec.), onde si lascia a memoria de’ posteri a benefici del publico; perciò, in tal senso, era doveroso rendere solare gli accadimenti belli e brutti, i nomi e gli atti (sorta di “operazione verità”), poiché, all’opposto sarebbe stato impossibile giustificare,  colmare e superare tale vuoto inquietante (nella totalità del documento, le date non sono molte e talvolta appaiono imprecise, pur se approssimativamente deducibili). In realtà, su quest’ultimo aspetto (il ramo genealogico) che spiega e aiuta a capire tanti addentellati logici e cronologici, occorre considerare, non senza ulteriore stupore, che quel tracciato discendente dei Brancalasso è esattamente quello che arriva fino agli estensori materiali del manoscritto, in linea diretta! I fratelli dottori, Don Tommaso e i tre canonici della cattedrale di Tursi, Don Filippo, l’abate Don Carlo e Don Nicolò Brancalasso erano figli, infatti, di Don Pomponio Brancalasso, questi era primogenito di Don Camillo Brancalasso, costui figlio, appunto, di Delica Picolla e Gio: Domenico Brancalasso.

La data

      Resta, fatalmente, il problematico cuore del dubbio, rappresentato dal valore della data precisa del delitto, che sbandiera una sfasatura di un decennio. Conviene, dunque, approfondire anche questo aspetto che, per quanto ci è dato, proprio la genealogia chiarisce. Il “Doc. A – Acerenza” indica il 21dicembre 1615, quale data della tragedia, mentre per il “Doc B – Brancalasso” tutto è avvenuto sicuramente prima del 1606, quando si è contratto matrimonio tra GIO: DOMENICO BRANCALASSO (di GIO: BRANCALASSO, avvocato notissimo, e di Lionarda di Leo)  e DELICA PICOLLA (figlia terzogenita del dottore Don Andrea Picolla e di Grazia Donnaperna), maritata con carta dotale stipulata a 13 giugno 1605, e fatta a 20 maggio 1606   e si conserva dal Dott. Francesco Donato Spadetta (Notaio Spadetta, Fol.16 e fol. 2). Dalla loro unione matrimoniale, nacquero quattro figli, due maschi, e due femmine: DON CAMILLO BRANCALASSO e Nonno Brancalasso (celibe ma con un figlio, Tommaso, adottato dai Picolla), Grazia Brancalasso (moglie di Giuseppe Siderio)e Vittoria Brancalasso (coniuge di Diego Camerino).

Il primogenito Don Camillo, avvocato, detto “Petto di Ferro”, sposò Elionora Leonardis, dalla quale ebbe due figli, Francesco Antonio (soprannome “Cicerone”, rimase vedovo due volte, e contrasse tre matrimoni, rispettivamente con Dianora Bitonte, Giulia Formica e Giustiniana Margiotta) e Filippo (morì suddiacono); lo stesso Don Camillo, vedovo, sposò in seconde nozze Ippolita Bitonte detta “Pope” (la quale morì novantenne, 1635/40 – gennaio 1733), ed ebbe altri due figli, POMPONIO BRANCALASSO e Giovanni Andrea Brancalasso (arciprete della Cattedrale, da riscoprire).

Pomponio Brancalasso (? – morto a Putignano, il 29 gennaio 1718) sposò la venticinquenne Geronima Manzi (di Francesco Manzi e Fulvia Magno); dal matrimonio celebrato l’8 gennaio 1693, nacquero nove figli: Teresa, Agnese, TOMMASO, Camillo, Teresa, FILIPPO, CARLO, Francesco, NICCOLÒ.

Grazia Donnaperna (madre di Delica Picolla), vedova relitta di Don Francesco Antonio Picolla e, in seconde nozze, dal 1580, moglie di Don Andrea Picolla (figlio di Baldassare), era figlia di Bernardino Donnaperna (che morì sotto le ruine del Palazzo in cui abitava non curante le insinuazioni dei parenti che conoscevano cadente il detto Palazzo, ed è quello di cui appena si veggono le vestigia, sta a fronte del portone del Dottor Signor Francesco Panevino or vivente, a canto del Palazzo della Famiglia Rappresentante ed a sotto del palazzo della Signora Dianora Brancalasso). Cinque (sette?) i figli nati dal matrimonio di Andrea Picolla con Grazia Donnaperna: Don Francesco Antonio, Don Scipione, (Lucrezia?), Delica, Grazia, (Geronima?) e Baldassare Picolla (la giovane vittima del racconto). Con le successive nozze dell’8 ottobre 1625, tra il Dottor Gio: Lorenzo Panevino e Grazia Picolla (figlia di Vittoria Caputo e di Don Francesco Antonio Picolla, che fece testamento  l’8 ottobre 1629), si consolidò il dominante rapporto triangolare tra le maggiori famiglie tursitane dell’epoca (si è contratta la parentela fra li Picolla, Panevino, e Brancalasso).

      Ma vediamo se è possibile un ultimo, anzi estremo tentativo di deduzione (crono)logica dal secondo testo analizzato (“Doc.B – Brancalasso”). Non molte le date a disposizione e non sempre al punto giusto, ma ricavabili con rimandi e comparazioni interne. Tra le poche certezze affermate nel manoscritto, troviamo le citazioni degli atti di matrimonio tra Gio: Domenico Brancalasso e Delica Picolla, perciò confidiamo che l’unione sia avvenuta al massimo nel 1606, e, con la stessa sicurezza, l’indicazione che Andrea Picolla e Grazia Donnaperna, i genitori di Delica, si sono sposati nel 1580, lui aveva 47 anni di età. La terzogenita Delica, la prima delle due figlie, all’epoca del suo matrimonio poteva avere al massimo 26 anni (curiosamente, è scritto che diverse donne si sposassero a 25 anni di età, di altre non ci sono indicazioni) e partorì quattro figli: il primo fu Camillo (che muore nel 1673), si sposò due volte: prima con Elionora Leonardis (morta nel 1665), dopo avergli dato due figli; poi, almeno l’anno dopo, con Ippolita (Pope) Bitonte (che passa a miglior vita a gennaio del 1733), con capitoli matrimoniale del 21 luglio 1666, dalla quale ebbe altri due figli. Di questi ultimi due, il primo fu Pomponio, che nacque il 25 agosto 1667 (si spegne a Putignano il 29 gennaio 1718, a 52 anni), e il secondo figlio fu Giovanni Andrea, nato il 29 gennaio 1669 (deceduto nel 1725, a 55 anni), arciprete della Cattedrale.   Da Pomponio e Geronima Manzi nacquero nove figli, tra i quali Tommaso, Filippo, Carlo e Nicolò, autori del manoscritto del 1741. Queste le poche date certe e i nomi essenziali coinvolti. Da calcoli semplici, probabilistici e verosimili, non si notano sfasature temporali tali da far scaturire alcuna incompatibilità cronologica sequenziale.

      Una enorme differenza narrativa tra i due documenti e una distonia temporale significativa farebbero pendere la bilancia in un senso o nell’altro, quasi a sollecitare un atto di fede da parte dei lettori della posterità. Da un lato, ironia della sorte, un canonico inquirente e un verbale  del 4 gennaio 1616, per fatti del 21 dicembre 1615; dall’altro un avvocato e tre canonici, per una cronistoria familiare del 1741 e con atti matrimoniali e notarili del 1606 (dal primogenito, il bisnonno, si arriva poi alla sorpresa conclusiva degli autori del manoscritto, i pronipoti del capostipite). Si può azzardare, dunque, che un manoscritto sia probabilmente tutto falso (“Doc.A – Acerenza”)  o che un altro lo sia in parte (“Doc.B – Brancalasso”)? Perché, insomma, alterare una data rilevante di un fatto comunque pubblico? Il verbale poteva, forse, essere diversamente utilizzato nell’immediato futuro e anche dopo? Nulla si sa. Ignoriamo che esito abbia avuto, e con quali ulteriori sviluppi, l’indagine del canonico finita nel verbale di Acerenza. Sappiamo, invece, con certezza come la storia è proseguita. Senza scadere nella teoria del complotto, almeno si converrà che troppi spunti contraddittori oscurano, separano e rendono del tutto inconciliabili le due verità dei manoscritti. Certamente si affronterebbero meno rischi, nei ragionamenti sulle conseguenze a ogni livello, mettendo in seria discussione un documento, piuttosto che adombrare l’esistenza originaria di un matrimonio e degli eredi, scaturiti da un fatto tragico che nessuno ha voluto occultare!

Salvatore Verde

I coniugi Ciriaco Sciarrillo Brancalassi e Ambra Piccirillo (foto FB), discendenti con altri tursitani della famiglia Brancalasso

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